Andrés Manuel López Obrador durante comizio allo stadio di Città del Messico 27 giugno 2018 (AP Photo/Marco Ugarte)
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  • giovedì 28 giugno 2018

Il prossimo probabile presidente del Messico

Si chiama Andrés Manuel López Obrador, è l'ex sindaco di Città del Messico, di sinistra e populista: i sondaggi lo danno in grande vantaggio, anche per merito di Trump

Andrés Manuel López Obrador durante comizio allo stadio di Città del Messico 27 giugno 2018 (AP Photo/Marco Ugarte)

In Messico il primo luglio ci saranno le elezioni parlamentari e le elezioni presidenziali: Andrés Manuel López Obrador (conosciuto con la sigla Amlo), ex sindaco di Città del Messico, esponente del “Movimento di rigenerazione nazionale”, di sinistra e populista, è quasi certo di vincere. Oltre a lui ci sono altri quattro candidati, ma la media dei sondaggi dice che López Obrador ha più del 50 per cento del sostegno dei cittadini, il doppio del candidato dato per secondo. Il sistema elettorale per eleggere il presidente in Messico è maggioritario a turno unico: viene eletto chi ottiene il maggior numero di voti.

Andrés Manuel Lopez Obrador a Veracruz, 23 giugno 2018 (AP Photo/Felix Marquez)

Non è la prima volta che Andrés Manuel López Obrador si candida alla presidenza del Messico; anche nel 2006 riuscì a raccogliere un grande sostegno attorno a sé. Era considerato già allora un paladino della classe operaia e anche un critico del PRI, il Partito Rivoluzionario Istituzionale che ha dominato la politica del Messico per gran parte del secolo scorso. Non riuscì a vincere però, per pochissimo, e ci riprovò nel 2012: l’entusiasmo nei suoi confronti fu lo stesso, ma anche il risultato. Oggi però il Messico si trova in una nuova fase, ha scritto il New Yorker in un recente e lungo articolo dedicato al probabile futuro presidente del paese: ci sono problemi sia all’interno (corruzione, violenza, droga) che all’esterno, soprattutto con l’amministrazione Trump. Durante la campagna elettorale López Obrador ha promesso una «rivoluzione radicale» per il suo paese, per riportarlo allo spirito dei suoi fondatori.

Chi è e che cosa dice
López Obrador ha sessantaquattro anni e un’aria giovanile, parla in modo semplice, ripete molti slogan durante i suoi comizi, usa spesso le rime, e ai suoi elettori e alle sue elettrici ha promesso «un governo sobrio e austero, un governo senza privilegi». Quando descrive i suoi avversari nel mondo della politica e dell’imprenditoria usa spesso la parola “privilegio”, in senso negativo, così come “élite” e “mafia del potere”. Durante i suoi discorsi pubblici esorta le persone a creare degli osservatori nei seggi elettorali per prevenire le frodi e le mette in guardia dalla compravendita di voti, «un’abitudine consolidata del PRI», scrive il New Yorker. «Questo è ciò di cui ci stiamo sbarazzando», dice López Obrador. Dice anche di voler purificare «l’immagine del Messico nel resto del mondo, perché in questo momento tutto ciò per cui il Messico è conosciuto sono la violenza e la corruzione», vuole aiutare i poveri e quando parla di corruzione si concentra soprattutto sulla classe politica. «Cinque milioni di pesos al mese in pensione per gli ex presidenti», dice ai comizi facendo una smorfia. Cita i jet e gli elicotteri a disposizione della classe politica e ha dichiarato di volerli vendere a Trump: il ricavato lo useranno per fare degli investimenti pubblici e quindi per stimolare gli investimenti privati ​​e generare occupazione.

I suoi sostenitori si trovano nel sud più povero del paese, dove la maggioranza della popolazione è indigena e dove l’economia agricola è stata devastata dalle importazioni di prodotti alimentari statunitensi. Ha proposto di piantare milioni di alberi da frutto che creerebbero 400 mila posti di lavoro e di costruire un treno turistico ad alta velocità che colleghi le spiagge della penisola dello Yucatan con le rovine maya dell’entroterra. Con queste iniziative, ha detto, le persone del sud potrebbero rimanere nei loro villaggi e non essere costrette ad andare al nord per cercare un lavoro.

In tutto il paese López Obrador ha promesso di incoraggiare l’economia nelle comunità rurali, raddoppiare le pensioni, mettere Internet gratis nelle scuole di tutto il Messico e negli spazi pubblici. Quando gli viene chiesto come pagherebbe tutto questo, lui risponde genericamente che «non è un problema, i soldi ci sono». Secondo López Obrador il problema principale del paese è la corruzione: una volta eliminata, secondo lui farebbe risparmiare al Messico il dieci per cento del suo bilancio nazionale. López Obrador ha anche promesso che il suo primo disegno di legge al Congresso modificherebbe un articolo nella Costituzione che impedisce ai presidenti messicani di essere processati per corruzione. Ma sarebbe una misura simbolica, commenta il New Yorker, dato che negli ultimi anni tutti i maggiori partiti del paese sono rimasti coinvolti in casi di corruzione.

Il nord del Messico, vicino al confine con il Texas, è invece prevalentemente conservatore, e legato sia economicamente che culturalmente agli Stati Uniti del sud. Al nord, però, López Obrador ha fatto campagna elettorale con Alfonso (Poncho) Romo, un ricco uomo d’affari che nella sua strategia comunicativa funziona come «ponte». Nella sua proposta, López Obrador è poi riuscito a mediare tra le esigenze delle varie fasce della popolazione. Mentre prometteva ai suoi primi sostenitori di aumentare gli stipendi dei lavoratori a spese degli alti burocrati, ha anche promesso agli uomini d’affari di non aumentare le tasse sul carburante, sulle medicine o sull’elettricità, e ha giurato che non avrebbe mai confiscato le loro proprietà. «Non faremo nulla contro le libertà», ha dichiarato. Ha proposto di istituire una zona duty-free di trenta chilometri lungo tutto il confine settentrionale e di ridurre le tasse per le imprese, sia messicane che americane, che vi costruiranno delle fabbriche. Ha anche offerto il sostegno del governo per completare un progetto di diga incompiuta a Sinaloa e promesso di fornire dei sussidi agli agricoltori. Per quanto riguarda il narcotraffico, ha invece affermato: «Affronteremo le cause con programmi per i giovani, con nuove opportunità di lavoro e con l’istruzione. Non useremo solo la forza. Analizzeremo tutto ed esploreremo tutte le strade che ci permetteranno di raggiungere la pace. Non escludo nulla, nemmeno la legalizzazione, niente».

Lo scorso primo aprile López Obrador – che ha scritto una mezza dozzina di libri sulla storia politica del Messico – ha lanciato ufficialmente la propria campagna elettorale, davanti a una folla di diverse migliaia di persone a Ciudad Juárez. Sul palcoscenico allestito in una piazza e sotto la statua del venerato leader messicano del XIX secolo, Benito Juárez, ha paragonato l’attuale amministrazione ai despoti e ai coloni che controllavano il paese prima della rivoluzione. Ha attaccato la «colossale disonestà» delle politiche degli ultimi governi messicani e ha giurato che con la sua presidenza, il governo «smetterà di essere una fabbrica che produce nuovi ricchi».

Jon Lee Anderson, che ha scritto l’articolo per il New Yorker, ha passato diversi giorni con López Obrador in giro per il paese durante la campagna elettorale: ha detto che è molto diverso dagli altri principali candidati e politici messicani. Non usa elicotteri o imponenti apparati di sicurezza, si muove con due auto, le persone che le guidano sono anche le sue guardie del corpo e non sono armate. Per la strada la gente gli si avvicina in continuazione, lui saluta tutti e durante i comizi dimostra affetto verso la folla che lo sta ascoltando.

Andrés Manuel Lopez Obrador con una sostenitrice, Coyoacan, 7 maggio 2018 (AP Photo/Rebecca Blackwell)

Nonostante si presenti come una persona estranea alla politica, non lo è affatto. López Obrador è nato in una famiglia di negozianti nello stato di Tabasco, in un villaggio chiamato Tepetitán. Quando era ragazzo la sua famiglia si trasferì prima nella capitale dello stato, Villahermosa, e poi a Città del Messico, dove studiò Scienze politiche nella principale università pubblica del paese. Sposò Rocío Beltrán Medina, una studentessa di sociologia di Tabasco, e con lei ebbe tre figli.

López Obrador iniziò a fare politica con il PRI dopo l’università e, nel 1976, contribuì a dirigere la campagna elettorale per il Senato di Carlos Pellicer, un poeta che era amico di Pablo Neruda e di Frida Kahlo. Nel 1988 si allontanò dal PRI e si unì a un gruppo separatista di sinistra guidato dal figlio di Lázaro Cárdenas, ex militare e ex presidente del Messico, che aveva fondato il Partito della rivoluzione democratica di cui López Obrador divenne leader a Tabasco. Si candidò per la prima volta nel 1994, a governatore dello stato, ma perse contro il candidato del PRI, che accusò di frode. Nel 2000 venne eletto sindaco di Città del Messico, e fu quell’incarico a dargli potere e visibilità nazionale. Andava in ufficio guidando una vecchia Nissan, arrivava prima dell’alba, dimezzò il proprio stipendio, governò spesso attraverso decreti, ma si dimostrò anche in grado di scendere a compromessi.

Quando si candidò per la prima volta alle elezioni presidenziali, nel 2006, López Obrador aveva un alto grado di approvazione e una buona reputazione alle spalle (aveva anche una nuova moglie, perché la prima era morta di malattia). Alle elezioni prima del 2006, il PRI aveva perso e il Partido de Acción Nacional, tradizionalista e conservatore, aveva ottenuto la presidenza. Il loro candidato, Felipe Calderón, aveva il sostegno della comunità imprenditoriale, ma era una figura non molto carismatica. Durante la campagna elettorale, gli oppositori di López Obrador pubblicarono annunci che lo presentavano come un populista che rappresentava “un pericolo per il Messico”. Alla fine López Obrador perse con lo 0,5 per cento di scarto, un margine piccolo abbastanza da far nascere diffusi sospetti di frode. Rifiutando di riconoscere la sconfitta, López Obrador guidò una protesta nella capitale, dove i suoi seguaci fermarono il traffico, piantarono tende e tennero manifestazioni. A un certo punto organizzò anche una cerimonia di insediamento parallela in cui i suoi sostenitori lo nominarono presidente. Le proteste durarono mesi, poi le persone cominciarono a defilarsi. Alla fine López Obrador tornò a casa. Alle elezioni del 2012 prese un terzo dei voti totali, non abbastanza per sconfiggere Peña Nieto, che si era presentato con il PRI e che è l’attuale presidente del Messico.

Dopo le elezioni del 2006, López Obrador fondò un nuovo movimento poi diventato un partito, il Movimento di Rigenerazione Nazionale (MORENA), che aveva come primo obiettivo quello di riunire tutti coloro che chiedevano un cambiamento. Lo scorso dicembre MORENA si è alleato con un partito di origini maoiste e anche con un partito cristiano evangelico che si oppone al matrimonio omosessuale e all’aborto.

E Trump?
Oggi il Messico è guidato dal presidente di centrodestra Enrique Peña Nieto. Il suo partito, il PRI, descrive López Obrador come un populista radicale che vuole trasformare il Messico in un altro Venezuela. Anche l’amministrazione Trump sarebbe preoccupata dalla possibile vittoria di López Obrador. Roberta Jacobson, che fino al mese scorso era l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Messico, ha detto al New Yorker che alcuni alti funzionari statunitensi sono molto pessimisti: «Se vince lui, accadrà il peggio».

Eppure la crescente popolarità di López Obrador può in parte essere attribuita proprio a Donald Trump. Negli ultimi due anni Trump è stato un protagonista inaspettato nella politica messicana. Sia in campagna elettorale che nel suo primo anno di presidenza, Trump si è riferito più volte al Messico, in particolare all’immigrazione e all’eventuale costruzione di un muro tra i due paesi. Poi sono arrivati i dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio e soprattutto, da aprile, la politica della “tolleranza zero” sull’immigrazione che ha provocato centinaia di casi di bambini separati forzatamente dalle proprie famiglie al confine con il Messico. Della nuova animosità tra Messico e Stati Uniti sembra abbia beneficiato proprio la sinistra messicana. Secondo diversi esperti il comportamento di Trump avrebbe aumentato la prospettiva di un nuovo governo ostile agli Stati Uniti in Messico, trasformando le elezioni in un referendum sul candidato più anti-americano. Le critiche rivolte da alcuni esponenti dell’amministrazione Trump direttamente a López Obrador lo hanno rafforszato. «Ogni volta che un politico americano apre la bocca per esprimere un’opinione negativa su un candidato messicano, lo aiuta», ha detto Roberta Jacobson.

A tutto questo vanno aggiunti i problemi del governo di Peña Nieto, sia interni che nei rapporti con gli Stati Uniti. Il partito di Nieto, la sua famiglia e molti esponenti politici sono stati coinvolti in diversi casi di corruzione e Nieto ha invitato Trump in Messico durante la campagna elettorale statunitense, trattandolo come se avesse già vinto e ricevendo in cambio molta poca considerazione. «Peña Nieto è stato estremamente accomodante» con Trump, ha detto al New Yorker Jorge Guajardo, ex ambasciatore messicano in Cina.

Pochi giorni dopo l’elezione di Trump, López Obrador ha pubblicato un libro che ha avuto molto successo e che si intitola “Oye, Trump” (“Ehi, Trump”), in cui esprime posizioni molto dure: dice per esempio che «Trump e i suoi consiglieri parlano dei messicani come Hitler e i nazisti si riferivano agli ebrei, proprio prima di intraprendere l’infame persecuzione e l’abominevole sterminio». Ma in generale, il suo atteggiamento non sembra essere quello della ricerca di uno scontro diretto, ma quello di riuscire a negoziare un nuovo rapporto con il presidente degli Stati Uniti.

Critiche
Alcuni giornalisti intervistati dal New Yorker hanno detto di essere preoccupati per i partiti con cui López Obrador si è alleato. Inoltre, nonostante il suo impegno contro la corruzione, c’è qualche episodio ambiguo nella sua storia politica, come quando offrì un seggio al Senato al capo del più grande sindacato messicano dei minatori, accusato di appropriazione indebita.

C’è poi chi è preoccupato del fatto che López Obrador riesca ad attirare intorno a sé una devozione quasi religiosa che potrebbe dargli molto potere. Il suo partito potrebbe ottenere non solo la presidenza ma anche la maggioranza al Congresso: questo significa che potrebbe modificare la composizione della Corte Suprema, avere un controllo anche sulle altre istituzioni e sui media, in gran parte supportati dalla pubblicità sponsorizzata dallo Stato. Il rischio, secondo alcuni osservatori, è che López Obrador possa insomma ostacolare la democrazia del Messico rimuovendo i suoi contrappesi. Contro il possibile nuovo presidente si è pronunciato anche lo scrittore e politico di origini peruviane Mario Vargas Llosa: se vincesse «sarebbe una terribile battuta d’arresto per la democrazia in Messico».

L’ex ambasciatrice Roberta Jacobson dice che Trump e López Obrador hanno qualche cosa che li accomuna, «Il populismo, per cominciare». Durante la campagna, López Obrador, tra le altre cose, ha annunciato che se sarà eletto non vivrà a Los Pinos, la residenza presidenziale, e che la aprirà al pubblico, come luogo in cui le famiglie normali potranno andare a divertirsi. Roberta Jacobson ha anche raccontato che dopo essere arrivata in Messico, nel 2016, ha organizzato gli incontri con i leader politici locali e che López Obrador l’ha fatta aspettare per mesi, invitandola alla fine a casa sua, in un posto molto periferico di Città del Messico. «Ho avuto l’impressione che l’abbia fatto perché pensava che non sarei andata». Invece l’incontro è avvenuto: «Se parte della questione era mostrarmi quanto fosse modesto, ha avuto successo». Ha aggiunto che López Obrador era stato «amichevole», ma che non aveva risposto a molte delle sue domande. Aveva parlato di politica in modo vago e da quella conversazione non era riuscita a capire se fosse un opportunista radicale o un vero riformatore. «Che cosa dovremmo aspettarci da lui come presidente? Onestamente (…) non sappiamo cosa ci aspetta».

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