Le statue di Bobby Charlton, Denis Law e George Best, i protagonisti della prima vittoria europea del Manchester United, all'esterno dell'Old Trafford (Getty Images)
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  • martedì 29 Maggio 2018

Il giorno più importante del Manchester United

Nel 1968 vinse la sua prima coppa europea guidato da tre sopravvissuti al disastro aereo in cui morirono undici membri della squadra

Le statue di Bobby Charlton, Denis Law e George Best, i protagonisti della prima vittoria europea del Manchester United, all'esterno dell'Old Trafford (Getty Images)

Il 29 maggio del 1968 la squadra di calcio inglese del Manchester United vinse il suo primo trofeo internazionale battendo 4-1 i portoghesi del Benfica nella finale di Coppa dei Campioni. Per la storia del club – ora uno dei più importanti al mondo – fu una vittoria epocale, la prima di una squadra inglese in una competizione europea, e segnò l’inizio dei successi internazionali dello United. L’importanza e il significato di quella vittoria furono ancora maggiori perché arrivò dieci anni dopo il disastro aereo di Monaco, in cui morirono undici membri della squadra, fra cui otto giocatori. La sera del 29 maggio 1968 lo United vinse la coppa guidata dall’allenatore Matt Busby, dal capitano Bobby Charlton e dal difensore Bill Foulkes, che insieme, dieci anni prima, erano stati tra i pochi sopravvissuti dell’incidente.

Il disastro aereo di Monaco

Di ritorno dei quarti di finale di Coppa dei Campioni 1957/1958 giocati e vinti a Belgrado contro la Stella Rossa, il 6 febbraio 1958 l’aeroplano su cui viaggiava il Manchester United atterrò all’aeroporto di Monaco-Riem per fare rifornimento. A Monaco, tuttavia, l’aeroplano con a bordo 38 passeggeri pilotato da James Thain, ex tenente della RAF, non riuscì a ripartire subito perché i motori si surriscaldavano in fase di decollo.

Al terzo tentativo Thain decise di percorrere per intero la pista più lunga disponibile. L’aereo partì e raggiunse i 217 chilometri orari – una velocità dopo la quale era fortemente sconsigliato interrompere la manovra – ma non riuscì a raggiungere i 220 chilometri orari necessari al decollo: il motore sinistro si era infatti surriscaldato nuovamente e l’aeroplano era finito sulla parte finale della pista in terra battuta, che però era coperta da un leggero strato di neve caduto fra il secondo e il terzo tentativo di decollo. L’aeroplano iniziò a frenare ma scivolò ad alta velocità sopra uno strato viscido di fango e neve e sfondò la recinzione della pista. Attraversò una strada e si schiantò contro una casa. Dopo l’impatto, il lato sinistro della cabina dei piloti prese in pieno un albero: l’urto spinse la fusoliera contro un capanno di legno al cui interno era parcheggiato un camion, il quale conteneva pneumatici e aveva caricato anche una cisterna di carburante, che esplose all’istante e prese fuoco con l’aeroplano.

L’ultima immagine scattata al Manchester United prima del disastro aereo di Monaco proiettata all’esterno dell’Old Trafford (Getty Images)

Nell’incidente morirono il co-pilota e lo steward di cabina, otto giocatori del Manchester United, tre membri dello staff della squadra, sette giornalisti al seguito, l’agente di viaggi che organizzò la trasferta e un tifoso dello United amico dell’allenatore. Si salvarono quattro membri dell’equipaggio, otto giocatori, l’allenatore Matt Busby, tre giornalisti, due passeggeri serbi e la moglie dell’agente di viaggi ungherese.

Dai “Busby Babes” alla “Santa Trinità”

In quegli anni la squadra del Manchester United aveva un’età media molto bassa ed era composta quasi esclusivamente da giocatori nati e cresciuti a Manchester e dintorni. Erano allenati dallo scozzese Busby, in carica dal 1945 e passato alla storia come uno degli allenatori britannici più vincenti di sempre (solo Alex Ferguson è stato allo United per più tempo di lui). Per questi motivi i giocatori di quella squadra erano soprannominati “i ragazzi di Busby” (“Busby Babes”). Tra di loro c’era anche Bobby Charlton, Pallone d’Oro del 1966 e tuttora considerato uno dei più grandi calciatori britannici della storia.

Nonostante in ospedale ricevette per due volte i sacramenti dal cappellano, Busby sopravvisse, si ristabilì e tornò ad allenare lo United. Ricostruì la squadra con due dei giocatori sopravvissuti, facendo di Bobby Charlton il capitano e il simbolo della ricostruzione. Insieme portarono la squadra alla vittoria della Coppa dei Campioni, che avvenne dieci anni dopo l’incidente, allo stadio Wembley di Londra contro il Benfica di Eusebio, dopo aver peraltro eliminato il Real Madrid in semifinale.

Oltre a Charlton, quella fu la squadra dello scozzese Denis Law, Pallone d’Oro nel 1965,  e di George Best, uno dei migliori calciatori di tutti i tempi. Best debuttò in campionato col Manchester nel 1963 a 17 anni e nel giro di cinque stagioni vinse una coppa nazionale, due campionati, la Coppa dei Campioni e il Pallone d’Oro del 1968, segnando tantissimo. Best veniva chiamato “il quinto Beatle”, e non solo per il fatto che portasse i capelli lunghi: fu probabilmente il primo calciatore della storia ad attirare un’incredibile attenzione mediatica attorno alla sua vita, fatta di belle donne, feste e macchine sportive. Se andate a Belfast, dove nacque nel 1946, atterrerete al George Best Airport, che fino a pochi anni fa era l’unico aeroporto al mondo dedicato a un calciatore.

All’esterno dello stadio Old Trafford di Manchester, dove lo United gioca le sue partite, giusto davanti all’ingresso della tribuna principale è posta la statua della “Santa Trinità”, cioè Bobby Charlton, Denis Law e George Best ritratti abbracciati mentre salutano sorridenti la statua di Matt Busby posta qualche metro più avanti. Per l’anniversario della loro vittoria, lo United ha prodotto una maglia in edizione limitata con i colori usati dalla squadra in quella stagione.