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  • martedì 6 febbraio 2018

Il disastro aereo di Monaco, 60 anni fa

Il 6 febbraio 1958 si schiantò un volo con a bordo la squadra del Manchester United: morirono in 23

La targa commemorativa all'esterno dello stadio Old Trafford di Manchester (Michael Steele/Getty Images)

Il 5 febbraio del 1958 la squadra di calcio inglese del Manchester United giocò a Belgrado, in Serbia, la partita di ritorno dei quarti di finale di Coppa dei Campioni contro la Stella Rossa. Pareggiò 3-3 e il risultato gli valse la qualificazione alle semifinali, grazie anche alla vittoria per 2-1 ottenuta nella partita di andata giocata all’Old Trafford di Manchester. La semifinale ottenuta quel 5 febbraio a Belgrado, tuttavia, il Manchester United non riuscì mai a giocarla. Durante il viaggio di ritorno l’intera squadra fu coinvolta in un incidente aereo in cui morirono undici membri del club e altri dodici persone fra membri dell’equipaggio, giornalisti al seguito della squadra e semplici passeggeri.

L’ultima immagine scattata al Manchester United prima del disastro aereo di Monaco proiettata all’esterno dell’Old Trafford (Getty Images)

Per evitare di perdere troppo tempo e arrivare all’ultimo minuto alla partita di campionato in programma la domenica successiva, la dirigenza dello United aveva organizzato il viaggio a Belgrado affittando un aeroplano della British European Airways. La squadra lasciò la Serbia per fare ritorno a Manchester la mattina del 6 febbraio e alle 14.15 atterrò all’aeroporto di Monaco-Riem per fare rifornimento. A Monaco, tuttavia, l’aeroplano della British European Airways con a bordo 38 passeggeri, in servizio da sei anni e pilotato da James Thain, ex tenente della RAF, non riuscì a ripartire subito.

Alle 15.19 tentò un primo decollo, ma Thain decise di interromperlo, avvertito da un suono inusuale dovuto al surriscaldamento di uno dei motori. Alle 15.22 la torre di controllo gli accordò nuovamente il permesso per decollare, ma dopo appena 40 secondi di manovra Thain decise di rinunciare per la seconda volta dopo aver avvertito l’eccessiva accelerazione dei motori, un problema noto nei modelli di Airspeed Ambassador 2. A quel punto i passeggeri fecero ritorno al terminal dell’aeroporto di Monaco; alcuni giocatori del Manchester United ne approfittarono per mandare dei telegrammi a casa per comunicare che sarebbero tornati il giorno seguente.

L’equipaggio, tuttavia, richiamò i passeggeri all’imbarco dopo che Thain comunicò l’orario del terzo tentativo di decollo, contrariamente all’opinione dell’ingegnere di stazione, che invece aveva consigliato di far riposare i motori per ritentare il giorno dopo. Al terzo tentativo di decollo Thain decise di percorrere per intero la pista più lunga disponibile e alle 15.59 l’equipaggio iniziò le manovre. L’aereo raggiunse i 217 chilometri orari — una velocità dopo la quale era fortemente sconsigliato interrompere la manovra — ma non riuscì a raggiungere i 220 chilometri orari necessari al decollo: il motore sinistro si era infatti surriscaldato nuovamente e l’aeroplano era finito sulla parte finale della pista in terra battuta, che però era coperta da un leggero strato di neve caduto fra il secondo e terzo tentativo di decollo. La velocità scese a 194 chilometri orari: troppo per fermarsi in tempo ma troppo poco per poter alzare il mezzo dalla pista.

L’aeroplano iniziò quindi a frenare ma scivolò ad alta velocità sopra uno strato viscido di fango e neve e sfondò la recinzione della pista di decollo. Attraversò una strada – che in quel momento era libera – e con l’ala sinistra si schiantò contro un casa abitata da una famiglia di sei persone (quattro delle quali erano all’interno e riuscirono a salvarsi). Dopo aver colpito l’abitazione, il lato sinistro della cabina dei piloti prese in pieno un albero: l’urto spinse il lato destro della fusoliera contro un capanno di legno al cui interno era parcheggiato un camion che conteneva pneumatici e una cisterna di carburante, che esplose all’istante e s’incendiò con l’aeroplano.

Nell’incidente morirono il co-pilota Kenneth Rayment e lo steward di cabina Tom Cable. Morirono otto giocatori del Manchester United: Geoff Bent, Roger Byrne, Eddie Colman, Mark Jones, David Pegg, Tommy Taylor, Liam Whelan e Duncan Edwards,il cui decesso avvenne quindici giorni dopo in ospedale. Morirono i tre membri dello staff della squadra Walter Crickmer (segretario), Tom Curry (preparatore) e Bert Whalley (assistente), e sette giornalisti al seguito: Alf Clarke del Manchester Evening Chronicle, Donny Davies del Manchester Guardian, George Follows del Daily Herald, Tom Jackson del Manchester Evening News, Archie Ledbrooke del Daily Mirror, Henry Rose del Daily Express, Frank Swift del News of the World ed Eric Thompson del Daily Mail. Le ultime due persone morte a essere identificate furono Bela Miklos, l’agente di viaggi ungherese che organizzò la trasferta, e Willie Satinoff, tifoso dello United e amico dell’allenatore. Si salvarono quattro membri dell’equipaggio (tra cui Thain, che fu processato), nove giocatori, l’allenatore Matt Busby, tre giornalisti, due passeggeri serbi e la moglie dell’agente di viaggi ungherese.

Uno striscione esposto dai tifosi del Manchester United in ricordo dei “Busby babes” (Getty Images)

In quegli anni la squadra del Manchester United aveva un’età media molto bassa ed era composta quasi esclusivamente da giocatori nati e cresciuti a Manchester e dintorni, allenati dallo scozzese Matt Busby, in carica dal 1945 e passato alla storia come uno degli allenatori britannici più vincenti di sempre (solo Alex Ferguson è stato allenatore per più tempo di lui). Per questi motivi i giocatori di quella squadra erano soprannominati “i ragazzi di Busby” (“Busby Babes” in inglese): tra di loro c’era anche Bobby Charlton, Pallone d’Oro del 1966 tuttora considerato uno dei più grandi calciatori inglesi di sempre.

Due giocatori coinvolti nell’incidente, Johnny Berry e Jackie Blanchflower, non poterono più tornare a giocare. Busby, nonostante in ospedale ricevette per due volte i sacramenti dal cappellano, sopravvisse, si riprese e tornò ad allenare il Manchester United: ricostruì la squadra assieme ai giocatori sopravvissuti, facendo di Bobby Charlton il capitano e il simbolo dello United ricostruito, e lo portò alla vittoria della Coppa dei Campioni dieci anni dopo.

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