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  • domenica 6 maggio 2018

Perché le elezioni in Libano non interessano solo il Libano

Ma anche l'Iran, l'Arabia Saudita, Israele e la Siria, tra gli altri: si vota oggi per rinnovare un Parlamento che era "scaduto" cinque anni fa ma è rimasto lì

Manifesti elettorali a nord di Tripoli, in Libano (JOSEPH EID/AFP/Getty Images)

Oggi in Libano ci saranno le prime elezioni parlamentari degli ultimi 9 anni, in una situazione di grandi tensioni interne alimentate tra le altre cose dalla guerra siriana, combattuta al di là del confine orientale. Le crisi del Libano di oggi, comunque, sono parecchie: l’accoglienza di un milione di profughi siriani costretti a lasciare le loro case a causa del conflitto, le tensioni tra gruppi religiosi e forze politiche diverse, la paura dell’inizio di una nuova guerra tra Israele e il gruppo sciita Hezbollah appoggiato dall’Iran, la corruzione dilagante e l’inefficacia dei molti servizi che lo stato non sembra più in grado di offrire. Per dirne un’altra: il Parlamento libanese verrà rinnovato dopo cinque anni dalla scadenza naturale del suo mandato. Nel 2013, quando avrebbe dovuto essere sciolto, i parlamentari libanesi decisero che non c’erano le condizioni ideali per andare al voto. Si rielessero da soli, in pratica.

Non è facile capire com’è fatta la politica in Libano, ma per semplificare si potrebbe sintetizzare così: l’attuale sistema politico libanese è nato dall’Accordo di Taif del 1989, che mise fine a 15 anni di violenta guerra civile. L’accordo prevedeva che il Parlamento fosse composto da 128 seggi, divisi equamente tra musulmani (circa il 45 per cento della popolazione) e cristiani (il 55 per cento). Inoltre, secondo il Patto nazionale del 1943, cioè quello che trasformò il Libano in uno stato multi-confessionale, il presidente deve essere sempre un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita (i sunniti sono il 15 per cento della popolazione libanese) e il presidente del Parlamento un musulmano sciita (22 per cento).

Le cose sono ulteriormente complicate dal fatto che le due principali coalizioni presenti oggi in Parlamento – l’Alleanza dell’8 marzo e l’Alleanza del 14 marzo – non seguono necessariamente linee confessionali. Per esempio il principale partito cristiano del Libano, il Movimento patriottico libero, fondato dall’attuale presidente libanese Michel Aoun, fa parte dell’Alleanza 8 marzo, cioè la coalizione che include Hezbollah, gruppo sciita radicale considerato terroristico da diversi paesi del mondo. Altri partiti cristiani, tra cui le Falangi libanesi, molto attive e responsabili di parecchie violenze durante la guerra civile combattuta tra il 1975 e il 1990, fanno parte invece dell’Alleanza 14 marzo, quella guidata dal Movimento il Futuro, partito conservatore dell’attuale primo ministro sunnita Saad Hariri.

Ma non è finita. Gli stessi rapporti tra i due schieramenti sono piuttosto fluidi. L’attuale governo, entrato in carica nel dicembre 2016 e guidato da Hariri, comprende diversi ministri dell’Alleanza 8 marzo: il ministro dell’Industria e quello dello Sport sono di Hezbollah, mentre i ministri di Finanza, Agricoltura e Sviluppo sono di Amal, altro storico partito sciita libanese. Questa fluidità ha creato spesso tensioni e instabilità nella politica locale.

La presenza di Hezbollah nel governo e in generale l’influenza del gruppo sciita in tutte le istituzioni statali sono state anche alla base dell’ultima grande crisi internazionale che ha coinvolto il Libano: la sparizione temporanea del primo ministro Hariri. Nel novembre dello scorso anno Hariri fece un viaggio improvviso e inaspettato in Arabia Saudita, paese con cui mantiene forti legami politici e d’affari. Dopo essere sparito per qualche giorno – si dice che fosse bloccato contro la sua volontà in uno dei palazzi della famiglia reale saudita – Hariri annunciò le sue dimissioni dall’Arabia Saudita in un’intervista televisiva piuttosto inquietante, provocando sorpresa e costernazione tra i suoi alleati. I sauditi volevano sostituirlo con un altro esponente del suo partito, perché lo accusavano di avere legami troppo stretti con Hezbollah, alleato dell’Iran, che a sua volta è il principale nemico dell’Arabia Saudita. Poi la cosa si risolse – Hariri tornò in Libano e ritirò le dimissioni – ma la crisi mise in evidenza ancora una volta la vulnerabilità della politica libanese di fronte alle influenze esterne, una costante che ha segnato la storia del Libano degli ultimi decenni e che continua a farlo ancora oggi.

Il principale punto di divisione tra l’Alleanza 14 marzo e l’Alleanza 8 marzo, infatti, è la posizione su uno stato straniero: la Siria. La prima si chiama così perché l’8 marzo 2005, meno di un mese dopo l’assassinio dell’allora primo ministro libanese Rafiq Hariri, padre di Saad, fu organizzata una manifestazione a Beirut per ringraziare la Siria per il suo intervento in Libano: secondo i suoi sostenitori la Siria aiutò i libanesi a resistere contro Israele, anch’esso paese occupante negli anni del conflitto, e contribuì a mettere fine alla guerra civile iniziata nel 1975. Il problema è che dopo la pace i soldati siriani non se ne andarono, di fatto occupando il paese per i successivi 15 anni. Si ritirarono solo dopo l’assassinio di Hariri, che secondo molti fu compiuto da Hezbollah su ordine dei siriani, e dopo la cosiddetta “rivoluzione dei cedri”, una serie di manifestazioni anti-siriane. Fu una di queste proteste, quella che si tenne il 14 marzo 2005, a dare il nome alla seconda grande coalizione oggi presente nel Parlamento libanese. Questo intreccio di relazioni e alleanze spiega bene il motivo per cui le elezioni libanesi sono seguite con grande attenzione anche da diversi paesi dell’area, compresi Iran, Arabia Saudita, Israele e Siria.

Il sistema delle due Alleanze, che ha caratterizzato la politica libanese dell’ultimo decennio, potrebbe non sopravvivere alle elezioni di domenica. Nel giugno 2017 il Parlamento ha approvato una nuova legge elettorale che ha introdotto di fatto un sistema proporzionale complicatissimo, che potrebbe frammentare ulteriormente la politica libanese e che sembra essere stato capito da pochi. L’idea dovrebbe essere quella di permettere a più candidati di presentarsi, riducendo il potere dei grandi partiti. Ma è difficile fare previsioni e diversi analisti hanno parlato di imprevedibilità dei risultati.

Va anche aggiunto che la riforma della legge elettorale non è stata accompagnata da altre iniziative che avrebbero rafforzato le possibilità dei partiti più piccoli di guadagnare voti. Per finire in televisione un’ora, per esempio, i candidati hanno dovuto pagare ogni volta decine di migliaia di dollari, una cifra che non tutti si sono potuti permettere. Yahya Chamas, candidato alle elezioni di domenica per un piccolo partito, ha raccontato al New York Times quanto sia stato difficile fare campagna elettorale senza una forza politica grossa alle spalle, in grado di sostenere le spese per cartelloni pubblicitari e spot televisivi.

Nella circoscrizione di Chamas il partito più forte è da sempre Hezbollah, che secondo molti è anche la forza più potente del Libano, nonostante non abbia moltissimi seggi in Parlamento. Hezbollah controlla diversi aspetti della vita politica ed economica libanese, ha una sua televisione e un suo esercito, che viene considerato più forte dello stesso esercito nazionale. «Hanno governato per 30 anni, con la corruzione e senza fornire alcun servizio. Non c’è elettricità, non ci sono strade, non c’è economia. Chi è il responsabile?», ha chiesto retoricamente Chamas al New York Times, riferendosi all’intera classe politica del Libano.

Per queste ragioni, diversi analisti ritengono che sia improbabile che i risultati elettorali rivoluzionino lo scenario politico libanese, nonostante l’introduzione del proporzionale. L’impressione è che il Libano abbia bisogno di qualcosa di diverso da un nuovo governo, qualcosa che cambi i meccanismi settari e clientelari che hanno segnato la politica libanese degli ultimi decenni.

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