(Charlie Leight/Getty Images)

Cosa accomuna gli elettori di Trump

Non sono le difficoltà economiche né il razzismo, sostiene un nuovo interessante studio, ma la paura di perdere il proprio "status"

(Charlie Leight/Getty Images)

Nell’ultimo anno e mezzo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi è stata spiegata, fra le altre cose, con l’avanzata dell’automazione nei lavori manuali, il risentimento razziale e soprattutto la preoccupazione per le condizioni dell’economia. Sono analisi valide e condivisibili, ma tendono a raccontare solamente un pezzo della storia: uno studio pubblicato lunedì dalla studiosa di scienze politiche Diana C. Mutz sulla prestigiosa rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences ha forse trovato una ragione più profonda che accomuna gli elettori di Trump: il timore di perdere il proprio status.

«La paura di perdere il proprio status», ha chiarito Mutz in un’intervista a Slate, «significa avere la percezione che il proprio gruppo sociale non sia più in cima alla scala, che non stia bene come una volta. E in questo caso “bene” non ha un’accezione economica, ma sociale e politica».

La teoria che buona parte degli elettori di Trump lo avesse votato perché in difficoltà economiche non convinceva gli studiosi già da qualche tempo (i più poveri in assoluto, infatti, hanno notoriamente votato in gran maggioranza per Hillary Clinton: anche perché spesso sono le persone non bianche). Mutz ha trovato nuove conferme a questo scetticismo. Stando alle 1.200 persone intervistate per il suo studio – e contattate sia nel 2012 sia nel 2016 – l’eventuale perdita del posto di lavoro non li ha resi più inclini a votare per Trump, né il peggioramento del tasso di disoccupazione nella propria zona; un altro studio pubblicato l’anno scorso si era spinto a ipotizzare, al contrario, un legame fra l’elettorato bianco e povero e il voto per Hillary Clinton, che infatti ha ottenuto la maggior parte dei voti fra le persone che guadagnano meno di 50mila dollari all’anno. Nemmeno il tasso di istruzione è un indicatore così decisivo per individuare gli elettori di Trump: le persone meno istruite sono le più inclini ad avere posizioni razziste, ma il fenomeno è in atto da tempo, e fra il 2012 e il 2016 non è cambiato poi molto.

Fra le cose che sono cambiate, per esempio, c’è la posizione dei due principali partiti sul commercio con l’estero. I Repubblicani erano sempre stati dei convinti sostenitori della globalizzazione, del liberismo e della necessità di aprire i mercati il più possibile; negli ultimi anni però la loro ala più radicale ha invece rigettato questa visione, sostenendo che il lavoro dovesse essere “protetto” da minacce esterne come la competizione cinese o la delocalizzazione.

Sin dall’inizio della sua campagna elettorale Trump ha fatto leva su questo sentimento, criticando i trattati commerciali che gli Stati Uniti avevano stipulato con gli altri paesi e sostenendo che danneggiassero l’economia (così come ha fatto Bernie Sanders tra i Democratici, attirandosi speculari consensi); e dopo aver vinto le primarie ha spostato decisamente le posizioni dell’intero partito verso destra, mentre i Democratici hanno mantenuto le loro posizioni piuttosto aperte. Mutz ritiene che lo spostamento deciso da Trump ne abbia intercettato uno più ridotto da parte dell’elettorato, che nel 2016 era un po’ più impaurito della globalizzazione rispetto al 2012.

Mutz ritiene che l’ostilità verso i trattati commerciali non si debba spiegare con il rischio concreto di perdere il lavoro – i lavori a rischio per la globalizzazione sono solo una piccola parte del totale – ma come una delle tante “minacce” che percepisce quella che fino a pochi anni fa era la classe dominante negli Stati Uniti, cioè quella formata da maschi bianchi, credenti e relativamente poco istruiti. Queste minacce possono prendere varie forme: i trattati commerciali, ma anche la richiesta di leggi più severe sul diritto alle armi, la demografia che sta cambiando rapidamente la composizione etnica di intere regioni – come in ogni parte del mondo, gli immigrati fanno molti più figli – e il riconoscimento di diritti e rappresentanza a categorie di persone un tempo marginalizzate come le donne, gli omosessuali, e così via. Tutte “minacce” che mettono a rischio la storica dominanza di altri gruppi sociali.

Altre analisi già da tempo si soffermano sul fatto che lo slogan della campagna elettorale di Trump, Make America Great Again, di per sé era un richiamo molto forte per persone che si sentivano deluse o minacciate dalla direzione che stavano prendendo gli Stati Uniti: cioè di sostanziale apertura verso il mondo e di protezione delle minoranze o dei gruppi sociali che godevano di scarso riconoscimento. «La sensazione che “lo stile di vita americano sia minacciato” è un solido indicatore del voto a Trump», scrive Mutz nel suo studio, dove per “stile di vita americano” si intende principalmente quello dei bianchi, dei più religiosi, degli uomini.

«Nascere negli Stati Uniti ed essere bianco, cristiano e maschio era una gran cosa, ma le cose stanno cambiando e credo che questo gruppo sociale si senta minacciato», ha concluso Mutz parlando al New York Times.

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