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  • venerdì 20 aprile 2018

La rinascita di Marco Belinelli

Secondo molti ai Sixers sta vivendo il miglior periodo della sua carriera, al suo undicesimo anno in NBA e dopo diverse stagioni deludenti

Marco Belinelli in una partita contro i Denver Nuggets il 26 marzo. (AP Photo/Matt Slocum)

Una delle storie sportive più appassionanti di quest’anno, quella della sorprendente stagione NBA dei Philadelphia Sixers, ha da qualche settimana un protagonista italiano: Marco Belinelli, che a 32 anni e alla sua undicesima stagione nel più importante campionato di basket del mondo è probabilmente nel periodo migliore della sua carriera. Belinelli è arrivato ai Sixers lo scorso febbraio, dopo una prima parte di stagione inconcludente agli Atlanta Hawks, e da allora è stato determinante nel gran finale di stagione della squadra, che ora sta vincendo per 2 a 1 la serie del primo turno dei playoff contro i Miami Heat.

Nelle prime tre partite di playoff giocate, Belinelli è stato il terzo giocatore di Philadelphia più impiegato, con una media di 32 minuti, pur partendo sempre dalla panchina. Sta tenendo una media di 20,7 punti a partita, la terza più alta della squadra, e soprattutto sta giocando con una maturità e un’efficacia fondamentale per i Sixers, una squadra giovane e con una storia recente per certi versi incredibile, che ha scelto Belinelli quando la sua carriera in NBA era considerata dai più nealla sua fase finale, e ci ha trovato l’uomo giusto al momento giusto.

Marco Belinelli durante gara 3 della serie contro i Miami Heat. (AP Photo/Lynne Sladky)

Belinelli prima dei Sixers
Dopo quattro stagioni in cui, giovanissimo, fece grandi cose alla Fortitudo Bologna, Belinelli arrivò in NBA nel 2007, scelto al primo giro del draft (l’evento annuale in cui le squadre scelgono i giocatori dai college o dall’estero) dai Golden State Warriors. Da allora Belinelli ha cambiato squadra otto volte – tantissime, per l’NBA – e ha avuto molte stagioni complicate, in cui ha giocato in squadre da bassa classifica e con poca regolarità, procurandosi anche alcuni infortuni seri e non riuscendo sempre a integrarsi nelle squadre. Ma in mezzo ha fatto anche grandi cose: nella sua prima stagione ai New Orleans Hornets, nel 2010/2011, fu tra i titolari che portarono la squadra ai playoff.

Fece bene anche ai Chicago Bulls, due anni dopo, ma l’apice della sua carriera fu la prima stagione ai San Antonio Spurs, con i quali vinse il titolo NBA, primo italiano nella storia. Belinelli fu un tassello importante di quella vittoria, tenendo una media punti in doppia cifra nella stagione nonostante non giocasse molto. Dopo le due stagioni agli Spurs ne fece però una molto negativa ai Sacramento Kings, che fu seguita da un’altra così così agli Charlotte Hornets, e dalla prima parte dell’attuale stagione, molto scialba, agli Atlanta Hawks.

Il riscatto
Il problema agli Hawks, in realtà, non era tanto Belinelli quanto la squadra, mediocre e con poche ambizioni. Rescindendo il contratto e passando a un’altra squadra, Belinelli ha avuto la possibilità di riscattarsi e di dare un senso alla stagione, anche in vista di un contratto per il suo prossimo anno, che potrebbe anche essere il suo ultimo in NBA. La fortuna è stata che quella squadra fossero i Sixers: piena di giovani talentuosi, costruita grazie alla spregiudicatezza e alle intuizioni di un general manager che alcuni consideravano matto. Si chiamava Sam Hinkie, e in sostanza decise deliberatamente di costruire una squadra scarsa per perdere il più possibile per alcuni anni, così da ottenere tutti i vantaggi assegnati dalla NBA alle squadre più deboli e poi ripartire. La storia lunga di quello che è conosciuto come «The Process», una delle storie di sport più incredibili degli ultimi anni, è questa qui:

«The Process»

Dopo tre stagioni disastrose, e dopo essere stati costretti a rimandare il momento del riscatto per via di varie sfortune ed infortuni, quest’anno è stato l’anno dei Sixers. I suoi due giocatori più forti, i giovani Ben Simmons e Joel Embiid, hanno giocato insieme per il primo anno e hanno fatto cose incredibili, supportati dall’esperta guardia J. J. Redick e dalle ali Dario Šarić e Robert Convington. Tutti hanno iniziato ad appassionarsi e a raccontare i sorprendenti risultati dei Sixers, che avevano concluso la stagione 2015/2016 con 72 sconfitte in 82 partite e due anni dopo macinavano vittorie su vittorie e sembravano sicuri di strappare un posto ai playoff.

Marco Belinelli festeggia un canestro da tre con il compagno di squadra Ben Simmons, durante una partita contro i Cleveland Cavaliers. (AP Photo/Chris Szagola)

Da quando è arrivato Belinelli le cose sono cambiate ancora, e in meglio. Delle 28 partite di stagione regolare che ha giocato con la squadra, Philadelphia ne ha vinte 25, scalando la classifica della Eastern Conference e aggiudicandosi il terzo posto, davanti ai Cleveland Cavaliers di LeBron James. Li hanno battuti proprio in uno scontro diretto nel finale di stagione, in una partita che in molti hanno considerato una specie di passaggio di testimone tra James e Simmons, potenzialmente uno dei giocatori più forti dei prossimi dieci anni. Belinelli ha giocato in media oltre 26 minuti in queste 28 partite, segnando una media di 13,6 punti.

Cosa ha funzionato
Queste prime tre partite di playoff sono forse troppo poche per dare valutazioni definitive, ma sono state tra le migliori giocate da Belinelli a Philadelphia, e secondo molti in la sua carriera. Per tutti i suoi anni in NBA, infatti, Belinelli ha spesso giocato al confine tra il quintetto base e le riserve, ottenendo i suoi risultati migliori come solido titolare di squadre più deboli (come i New Orleans Hornets) oppure come ottima riserva di squadre fortissime (come i San Antonio Spurs). Per la prima volta in carriera Belinelli sta avendo un ruolo davvero centrale in una squadra che, pur non essendo tra le più forti della lega, gioca uno dei basket migliori e ha buone possibilità di giocarsi le finali di Conference.

I molti anni giocati in NBA, e i quattro playoff giocati prima di quest’anno, lo hanno reso esattamente il giocatore che serviva ai Sixers. Belinelli non è molto atletico ed esplosivo, ma i suoi punti di forza compensano esattamente le mancanze della squadra: principalmente la sua grande esperienza, messa a disposizione di un gruppo giovanissimo di giocatori ai primi anni di NBA. È vero, Simmons al suo primo anno di NBA sta giocando con una maturità forse mai vista nella storia di questo sport, ma i playoff sono sempre un banco di prova imprevedibile e durissimo, dove più che il talento viene spesso premiato l’averne viste tante. Poi Belinelli sta conquistando i tifosi con il suo gran tiro da tre, una lacuna di diversi giocatori dei Sixers, che infatti è stata finora la sua risorsa più sfruttata dalla squadra.

Per molti versi, Belinelli è il sostituto di J.J. Redick, una guardia di due anni più vecchia che gioca da inizio stagione con i Sixers, di cui è stato sempre titolare. Anche Redick è un giocatore di grande esperienza e un gran tiratore, e probabilmente Belinelli è stato scelto per poter avere sempre in campo un giocatore con quel profilo. Uno dei principali problemi dei vincenti Sixers di metà stagione era la panchina corta, che hanno allungato, oltre che con Belinelli, con Ersan İlyasova, ala grande arrivata insieme a lui dagli Hawks.

Ma presto Belinelli ha dimostrato di poter essere molto di più che il rimpiazzo di Redick, e di poterci giocare tranquillamente insieme in un quintetto basso e incentrato sulle guardie. Ogni volta che è in campo ne giova la profondità dell’attacco dei Sixers, perché aggiunge molte possibilità offensive con il suo tiro da tre e la sua visione di gioco. I Sixers sono una squadra in cui le due stelle sono alla prima (Simmons) e alla seconda (Embiid) stagione in NBA, e in cui sta provando a ritagliarsi spazio anche la prima scelta assoluta del draft 2017 Markelle Fultz, che ha 19 anni. Avere un giocatore come Belinelli è fondamentale nei momenti delicati delle partite, quando serve calma, leadership, esperienza. Ai playoff, questi momenti sono la norma.

Belinelli ai Sixers è quello che riceve palla fuori dalla linea da tre quando la difesa avversaria si chiude su Simmons, o quando Embiid viene raddoppiato. È quello che sa sbloccare azioni stagnanti con una giocata tirata fuori dal cilindro, e assimilata negli anni trascorsi insieme a gente come Manu Ginobili e Tony Parker, ma anche quello capace di portare palla in attacco per dare riposo a Simmons. È un tiratore che sa quando forzare un tiro – e che secondo qualcuno tira ancora meglio quando è fuori equilibrio – ma che non esagera mai, che gioca sempre al servizio della squadra. Ed è il giocatore capace di mettere insieme tutte queste cose in una giocata come questa, fatta negli ultimi minuti della prima partita di playoff.

Sabato alle 20.30 (ora italiana) i Sixers giocheranno gara 4 della serie contro i Miami Heat, in casa, con la possibilità di portarsi sul 3 a 1. Se vincessero la serie incontrerebbero con ogni probabilità nel turno successivo i Boston Celtics, che stanno vincendo con pochi sforzi la loro serie con i Milwaukee Bucks. I Celtics erano tra le squadre favorite per arrivare in finale, ma hanno avuto una stagione sfortunatissima che ha visto infortunarsi le due stelle della squadra, Gordon Hayward e Kyrie Irving. Sono ancora una squadra molto solida e con giocatori fortissimi come Al Horford e Jaylen Brown. In un’eventuale serie contro i Sixers sarebbero favoriti, ma non sono imbattibili, e Philadelphia avrebbe la possibilità di giocarsi la finale della Eastern Conference.

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