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  • martedì 17 aprile 2018

La fine dei Castro a Cuba

Domani Raúl Castro lascerà la presidenza, sostituito da qualcuno che non era ancora nato quando Fidel iniziò la rivoluzione

L'Avana, 20 marzo 2018 (YAMIL LAGE/AFP/Getty Images)

Mercoledì 18 aprile a Cuba comincerà (in anticipo di un giorno rispetto a quanto annunciato inizialmente) la sessione costitutiva dell’Assemblea Nazionale, durante la quale i 605 deputati dovranno scegliere i nuovi membri del Consiglio di Stato, sei vicepresidenti e anche un nuovo presidente. Raúl Castro, che ha 86 anni, aveva annunciato il ritiro dalla vita pubblica il giorno dopo la sua nomina per un secondo mandato, nel febbraio del 2013. Questo metterà fine ai quasi 60 anni di governo della famiglia che guidò il paese dalla rivoluzione che destituì il regime del dittatore Fulgencio Batista nel 1959 fino a oggi. La decisione di Castro «segnerà la fine di un’epoca», scrive il Washington Post.

I deputati cubani chiamati a eleggere il nuovo presidente sono stati selezionati lungo un processo iniziato lo scorso novembre. L’Assemblea dovrà anche rinnovare il primo vicepresidente, i vicepresidenti aggiunti e il segretario, che di fatto compongono il governo di Cuba. La maggior parte degli osservatori e degli analisti dicono che il più accreditato per la successione sia l’attuale primo vicepresidente Miguel Díaz-Canel, un ingegnere elettronico di 57 anni che non era ancora nato quando Fidel Castro rovesciò la dittatura e avviò la rivoluzione. Castro guidò il regime comunista cubano per quasi cinquant’anni, poi nel 2008 passò la presidenza al fratello Raúl che è considerato uno dei principali artefici del riavvicinamento tra Cuba e gli Stati Uniti (almeno fino a quando il presidente era Barack Obama) e delle riforme degli ultimi tempi verso lo sviluppo di un’economia di mercato.

Fidel Castro durante un discorso a Cuba dopo la cacciata di Fulgencio Batista, 1 gennaio 1959. (Keystone/Getty Images)

Miguel Díaz-Canel ha iniziato a lavorare con assiduità con il Partito Comunista di Cuba nei primi anni Novanta. Dopo alcuni incarichi amministrativi, nel 2009 è stato scelto come ministro dell’Istruzione e tre anni dopo come vicepresidente del Consiglio dei Ministri. Ciò che la maggior parte delle persone e dei giornali internazionali si sta chiedendo in queste ore è se un presidente che appartenga alla generazione post-rivoluzionaria possa portare un cambiamento effettivo nel governo del paese. L’Economist scrive che Díaz-Canel si è costruito la reputazione di uomo modesto, durante la sua tranquilla ascesa al potere: quando non era ancora arrivato al governo centrale ma era già il leader nella sua provincia di origine, Villa Clara, usava la bicicletta e non un’auto ufficiale. Alle elezioni parlamentari dello scorso marzo, per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, si era messo in fila con altri cittadini e aveva chiacchierato tranquillamente con la stampa (Castro era entrato e uscito dal seggio senza dire una parola). Soprattutto, in diverse occasioni, Díaz-Canel è sembrato più liberale rispetto ad altri leader politici del paese: è un sostenitore dei diritti degli omosessuali, ha mostrato una maggiore apertura a Internet e anche a una stampa critica con il governo.

Il vice-presidente Miguel Díaz-Canel (con la camicia bianca, a destra) al seggio di Santa Clara, Cuba, 11 marzo 2018 (YAMIL LAGE/AFP/Getty Images)

La sua elezione alla presidenza farà parte di un progetto di cambiamento generazionale più ampio: molto probabilmente lasceranno i loro incarichi al Consiglio di Stato (l’organo che governa il paese) anche diversi storici dirigenti come José Ramón Machado Ventura e Ramiro Valdés. Díaz-Canel dovrebbe sostituire i ministri del governo con persone che gli sono vicine ma il cambiamento sostanziale, se arriverà, non sarà rapido. La cosiddetta “generación histórica” resterà infatti molto influente. Castro dovrebbe mantenere la guida del Partito Comunista dando vita a uno sdoppiamento delle cariche, Ventura rimarrà il secondo in comando e Díaz-Canel sarà solo il terzo membro più potente.

Secondo alcuni non sarà però una questione di nomine a ostacolare il processo delle riforme, ma lo stesso Díaz-Canel che potrebbe non essere il riformatore che alcuni cubani sperano che sia. Durante un discorso tenuto a una riunione del Partito Comunista (che era a porte chiuse, ma che è stato registrato in un video che è circolato molto lo scorso agosto) Díaz-Canel ha promesso di chiudere i media critici con il governo, si è vantato dei propri sforzi per rallentare un progresso della società civile e ha definito l’allentamento dell’embargo statunitense su Cuba un tentativo di distruggere la rivoluzione. Per alcuni le parole di Díaz-Canel servivano a rassicurare la vecchia guardia che lui non avrebbe mai tradito la rivoluzione, altri hanno visto nelle sue dichiarazioni la prova che si porrà in sostanziale continuità con i Castro.

Nessuno si aspetta da Díaz-Canel che apra ai partiti di opposizione o che renda libera la stampa. Potrebbe però seguire l’esempio, dice l’Economist, dei partiti comunisti in Cina e in Vietnam, che hanno aperto ai mercati permettendo maggiori margini di manovra ai loro cittadini, mantenendo il controllo politico. A Cuba il socialismo ha una storia di radicamento ben diversa che in Vietnam, ma Díaz-Canel non potrà comunque evitare di fare una riforma economica di qualche tipo: il collasso economico del Venezuela ha peggiorato le cose anche a Cuba, mettendo a rischio gli enormi sussidi che hanno mantenuto il paese a galla negli ultimi anni. Nel 2016 l’economia del paese è entrata ufficialmente in recessione, la prima dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Il deficit di bilancio ha raggiunto nel 2017 il 12 per cento del PIL, le fabbriche e le aziende agricole controllate dallo Stato non sono in grado di produrre i beni necessari e la mancanza di valuta estera rende difficile pagare le importazioni. Ci sono carenze di sale, assorbenti e a volte anche dei servizi come l’elettricità.

Raul Castro all’Assemblea Nazionale, 21 dicembre 2017 (JAIME BLEZ/AFP/Getty Images)

Infine c’è la questione del sistema a doppia circolazione monetaria, in vigore dal 1994, che prevede che gli abitanti di Cuba ricevano lo stipendio, paghino i prodotti e i servizi di base in pesos comuni (CUP), mentre per i prodotti importati e alcuni servizi, come tutti quelli legati al turismo, vengono utilizzati i pesos convertibili (CUC), una moneta agganciata al valore del dollaro. Il sistema era stato introdotto dopo il crollo dell’Unione Sovietica, quando Cuba dovette affrontare una grave crisi economica causata dalla scomparsa di governi che erano stati per tanti anni i principali, a volte unici, destinatari dei suoi prodotti. La doppia moneta ha creato di fatto una doppia economia e una doppia società, visto che chi lavora in CUC finisce per guadagnare molto di più di chi viene pagato in CUP. Si parla da tempo di eliminare il sistema della doppia moneta ma non sarà semplice. Se la moneta venisse improvvisamente unificata e lasciata fluttuare, oltre la metà delle imprese statali potrebbe andare in fallimento, mettendo in crisi centinaia di migliaia di cubani.

Senza la mistica rivoluzionaria dei Castro, conclude l’Economist, l’azione di Díaz-Canel sarà giudicata in modo più puntuale. Il nuovo presidente, prima di affrontare una serie di riforme dolorose, potrebbe cercare di aumentare la propria popolarità per esempio espandendo l’accesso a Internet. Il governo sta anche pianificando una serie di cambiamenti costituzionali per riconoscere tra le altre cose il diritto al lavoro autonomo. I cubani potrebbero votare queste modifiche attraverso un referendum, dando a Díaz-Canel una specie di legittimità. Ma le misure più attese, secondo tutti gli osservatori, resteranno quelle economiche che potrebbero migliorare concretamente la vita delle persone.

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