Perché le famiglie più povere mangiano peggio

Uno studio sostiene che non c'entrino prezzi e disponibilità: semplicemente preferiscono cibi meno salutari, per mancanza di istruzione o per abitudine

Un supermercato Whole Food a Saint Clair, in Pennsylvania, il 3 maggio 2017 (AP Photo/Gene J. Puskar)

È risaputo che negli Stati Uniti ci sono moltissime persone sovrappeso e obese, e da anni questo problema viene studiato per porvi rimedio. Tra le altre cose, è noto che – non solo negli Stati Uniti, ma in gran parte del mondo occidentale – il numero di persone obese o in sovrappeso è più alto tra chi ha un reddito più basso: un fenomeno che è sempre stato spiegato con la teoria dei cosiddetti food deserts, cioè “deserti alimentari”, secondo cui nei quartieri meno agiati c’è minore disponibilità di alimenti salutari, perché mancano i supermercati che li vendono e ci sono soprattutto minimarket che offrono cibi pronti e il cosiddetto “cibo spazzatura”. Un nuovo studio statistico però confuta questa teoria e dice che la ragione principale per cui le persone con reddito più basso mangiano peggio è culturale: preferiscono acquistare e mangiare prodotti meno salutari.

Lo studio è stato pubblicato – senza essere stato rivisto da altri ricercatori col metodo della peer-review – sulla rivista del National Bureau of Economic Research, un’organizzazione privata che si occupa di studi economici. Lo ha realizzato un gruppo di economisti della New York University, dell’università di Stanford e di quella di Chicago. Si basa su una grande quantità di dati sugli acquisti di prodotti alimentari negli Stati Uniti raccolti da Nielsen, la società internazionale che si occupa di rilevazioni e stime su mercati, prezzi e distribuzione commerciale di beni e servizi: i dati si riferiscono agli anni dal 2004 al 2015 e riguardano circa 39mila famiglie per il periodo compreso tra il 2004 e il 2006, circa 61mila famiglie per quello successivo.

Il ministero dell’Agricoltura degli Stati Uniti usa l’espressione “deserto alimentare” per indicare i posti in cui un terzo della popolazione vive ad almeno un chilometro e mezzo di distanza dal supermercato più vicino, per quanto riguarda le aree urbane; ad almeno 16 chilometri di distanza per le aree rurali. Di solito le persone che vivono nei “deserti alimentari” sono quelle il cui reddito medio è più basso. Lo conferma anche lo studio di cui stiamo parlando: il 55 per cento dei codici di avviamento postale a cui corrispondono zone dove il reddito annuo mediano è sotto i 25mila dollari (un po’ più di 20mila euro) corrisponde a un “deserto alimentare”. Se si considerano tutti i codici postali degli Stati Uniti, solo il 24 per cento corrisponde a un “deserto alimentare”.

Lo studio conferma anche che le famiglie con un reddito più alto acquistano e consumano cibo più salutare, in media, in particolare più frutta, verdura e alimenti ricchi di fibre e proteine; acquistano in misura minore alimenti ricchi di grassi saturi e zucchero, che fanno meno bene. L’unico tipo di prodotti poco salutari che le famiglie più ricche acquistano nella stessa misura di quelle più povere sono gli alimenti ricchi di sodio e colesterolo. Un’altra cosa rilevata dallo studio è che tra il 2004 e il 2015 la differenza tra la qualità degli alimenti acquistati dalle famiglie più ricche e quella dei prodotti comprati dalle famiglie più povere è aumentata.

Ciò che lo studio contesta è che questa differenza sia dovuta ai “deserti alimentari”: secondo i dati Nielsen le famiglie americane a basso reddito spendono l’87 per cento del denaro che usano per il cibo nei grossi supermercati; le famiglie più ricche il 91 per cento, poco di più. Questo significa che la ragione per cui mangiano cose meno salutari non è che fanno la spesa solo nei minimarket privi di banchi frutta e pane integrale. Vanno a fare la spesa dove ci sono frutta e cibi salutari, ma ne comprano molto meno. Secondo le analisi statistiche dello studio, che ha monitorato anche cosa succede dopo che un nuovo supermercato apre in un “deserto alimentare”, il principale fattore che porta certe famiglie ad acquistare alimenti meno salutari sono le preferenze personali: le abitudini di acquisto e consumo delle famiglie non cambiano quando hanno a disposizione un supermercato più vicino; l’unico vantaggio che ne ottengono è dover impiegare meno tempo per raggiungerlo. Per questo lo studio giunge alla conclusione che le famiglie a basso reddito comprano in proporzione maggiore cibi pronti e “cibo spazzatura” per via della loro educazione alimentare, per ciò che sono abituati ad acquistare.

Lo studio dice che l’apertura di un nuovo supermercato è responsabile solo per il 5 per cento delle differenze tra le scelte di prodotti delle famiglie più povere e di quelle più ricche. Ciò che influisce per il 91 per cento sono le preferenze delle singole famiglie. Lo studio ha considerato la possibilità che queste preferenze dipendano dal prezzo dei prodotti alimentari e lo ha escluso: le differenze di prezzo tra cibi salutari e non salutari sono minori di quanto si pensi solitamente (sono legate soprattutto alla differenze tra prodotti che contengono elementi freschi) e sono minori nei quartieri in cui vivono soprattutto famiglie a basso reddito.

Un altro studio, fatto nel 2016 dalla ricercatrice della Duke University Olga Kozlova, può aiutare ad aggiungere pezzi alla questione. Analizzando i dati sulla spesa delle famiglie che ricevono i buoni alimentari del Supplemental Nutrition Assistance Program (SNAP) per questioni di reddito, Kozlova osservò che quando le famiglie a basso reddito hanno maggiore disponibilità di denaro, per esempio perché c’è stato un inverno mite e hanno speso meno in riscaldamento, non usano i soldi in più per acquistare cibi più salutari che solitamente non si possono permettere, ma semplicemente per comprare più cibo: dello stesso tipo di quello che comprano di solito, ma in maggiore quantità. Al contrario le famiglie più benestanti variano i prodotti della propria spesa, spesso acquistando più prodotti freschi.

Dato che secondo i calcoli dello studio del National Bureau of Economic Research il livello di istruzione è responsabile di circa il 20 per cento dell’associazione tra alto reddito e consumo di alimenti salutari, i suoi autori ritengono che per migliorare lo stato di salute medio degli americani bisognerebbe fare più informazione sull’alimentazione. Il problema, come sottolinea un articolo dell’Atlantic, è che di informazione su questo tema se ne fa già molta, anche sulle stesse etichette dei prodotti. Quindi forse il problema non è tanto che le persone meno abbienti non siano informate, ma che non abbiano la possibilità di usare le informazioni disponibili: per esempio spesso fanno lavori per cui hanno meno tempo da dedicare alla propria salute e alla cura della propria alimentazione. Può mancare loro anche solo il tempo per cucinare, cosa necessaria per consumare la maggior parte dei cibi freschi e non pronti. Altri fattori che potrebbero influire sono l’esposizione alla pubblicità e i livelli di stress, che portano ad acquistare prodotti che generano gratificazioni immediate. Il problema è complesso, insomma. L’unica cosa davvero sicura è che, almeno negli Stati Uniti, la qualità del cibo che viene acquistato è legata al reddito.

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Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2016 quasi il 68 per cento degli adulti americani era in sovrappeso, contro il 58,6 per cento del 2000; per quanto riguarda le percentuali di adulti obesi, erano rispettivamente 36,2 e 25,5 per cento nel 2016 e nel 2000. In Italia si è passati dal 51,5 per cento di adulti sovrappeso nel 2000 al 58,5 del 2016; per quanto riguarda gli adulti obesi, dal 15 al 19,9 per cento.