Un corpo non identificato gettato in un pozzo a My Lai, marzo 1968.

Il massacro di My Lai, cinquant’anni fa

Una compagnia dell'esercito statunitense uccise centinaia di civili inermi in un villaggio del Vietnam, e per molti anni la storia fu insabbiata

Un corpo non identificato gettato in un pozzo a My Lai, marzo 1968.

Il 16 marzo di cinquant’anni fa a My Lai, in Vietnam, l’esercito degli Stati Uniti uccise centinaia di civili inermi, in una strage che quando fu scoperta rivelò all’opinione pubblica che gli Stati Uniti avevano commesso crimini terribili durante la guerra. I soldati americani torturarono i vecchi, stuprarono le donne, uccisero anche i bambini e i neonati e si fermarono solo quando un elicottero statunitense in ricognizione atterrò e si mise a protezione dei superstiti vietnamiti. Il pilota, sottufficiale Hugh Thompson Jr., minacciò di aprire il fuoco contro i suoi colleghi se non si fossero fermati e impedì altre uccisioni. L’unica persona che venne punita per il massacro fu il comandante del plotone, William L. Calley, che venne condannato all’ergastolo per omicidio, ma fu graziato dopo solo tre anni dal presidente Richard Nixon.

All’epoca del massacro, la guerra del Vietnam era iniziata da circa otto anni: da una parte c’era l’esercito del Vietnam del Nord, guidato dalla dittatura comunista di Hồ Chí Minh e sostenuto da Cina e Unione Sovietica, dall’altra l’esercito del Vietnam del Sud, dove dopo la guerra di Indocina era stato instaurato un regime anti-comunista guidato da Ngô Đình Diệm e sostenuto dagli Stati Uniti. Nella guerra furono coinvolti anche i vicini Laos e Cambogia e diversi alleati internazionali: Cina e Unione Sovietica a sostegno di Hồ Chí Minh, Stati Uniti e alleati occidentali con Ngô Đình Diệm. La guerra durò fino al 1975 con il progressivo coinvolgimento degli Stati Uniti soprattutto a partire dal 1962, sotto l’amministrazione democratica di John Fitzgerald Kennedy e poi, dal 1968, con il suo successore Lyndon Johnson.

Il 1968 fu l’anno in cui il presidente Lyndon Johnson inviò nuove truppe in Vietnam e fu l’anno in cui il Vietnam del Nord e i viet cong lanciarono la cosiddetta offensiva del Têt, attaccando contemporaneamente trenta obiettivi militari nel Sud. L’offensiva avvenne nella notte tra il 30 e il 31 gennaio: circa 70 mila combattenti del Nord occuparono la maggior parte dei centri abitati e delle regioni più popolate del Vietnam del Sud, compresa la capitale Saigon, e con l’aiuto di guerriglieri già infiltrati in precedenza. Nelle settimane successive la reazione statunitense fu molto dura e violenta e vennero colpiti numerosi territori in cui si pensava si muovessero i guerriglieri. A My Lai il 16 marzo arrivò la Compagnia C della 23esima Divisione di Fanteria dell’esercito statunitense guidata dal tenente William Calley.

(William L. Calley, 23 aprile 1971)

Nel villaggio, che si trovava nella provincia di Quang Ngai a circa 800 chilometri a nord di Saigon, non venne trovato nessun viet cong: c’erano donne che preparavano il riso per la colazione, c’erano vecchi e c’erano bambini. Gli abitanti del villaggio furono raggruppati mentre i soldati ispezionarono le loro capanne. Nonostante avessero trovato solo poche armi, nonostante non fosse stato sparato un solo colpo e non fosse presente nessun uomo in età militare, i soldati iniziarono a sparare contro chiunque, a incendiare le case, a massacrare il bestiame, a violentare un numero imprecisato di donne. In base ad alcune testimonianze successive sappiamo che i soldati trascinarono dozzine di persone, compresi i bambini piccoli, in una fossa prima di ucciderli con una mitragliatrice. In rete circolano diverse immagini di quella strage, comprese quelle dei bambini ripescati dalle fosse con la lettera “C” incisa sul petto dalle baionette. L’esercito americano fu fermato grazie all’intervento del sottufficiale Hugh Thompson Jr. che atterrò con l’elicottero tra i pochi vietnamiti rimasti in vita e i soldati della fanteria.

«Abbiamo continuato a volare avanti e indietro… e non ci è voluto molto tempo prima che iniziassimo a vedere un gran numero di corpi ovunque. Ovunque guardassimo, vedevamo dei corpi. Si trattava di neonati, di bambini di due, tre, quattro, cinque anni, di donne, di uomini molto anziani» ha dichiarato Thompson durante una conferenza nel 1994. Nel 1998, Thompson e altri due membri del suo equipaggio hanno ricevuto un riconoscimento per il loro coraggio dall’esercito degli Stati Uniti.

Del massacro non si seppe niente per più di un anno. Qualche mese dopo, anche grazie alla lettera molto dettagliata di un soldato che denunciava il comportamento dell’esercito americano nei confronti dei civili vietnamiti, vennero istituite due commissioni di indagine che però non portarono a niente. Colin Powell, che prima di diventare Segretario di Stato sotto il presidente George W. Bush, era un maggiore dell’esercito, fu incaricato delle indagini. Concluse che le relazioni tra soldati americani e popolazione vietnamita fossero eccellenti. La storia venne insabbiata.

Del massacro si seppe solo nel novembre del 1969 quando un soldato che ne aveva sentito parlare, ma che non vi aveva partecipato, parlò con un giornalista investigativo indipendente, Seymour Hersh. L’inchiesta venne pubblicata da Associated Press, dopo essere stata rifiutata da diverse importanti testate. Il 20 novembre il quotidiano di Cleveland, The Plain Dealer, pubblicò fotografie esplicite dei cadaveri delle persone uccise a My Lai e la storia fu ripresa dai giornali più importanti. Grazie al suo scoop sulla strage di My Lai, Hersh vinse il premio Pulitzer nel 1970 e si arrivò a delle incriminazioni formali.

L’esercito accusò solo 14 uomini, tra cui Calley e il suo diretto superiore, il capitano Ernest Medina. Furono assolti tutti tranne Calley, che nel 1971 fu giudicato colpevole di omicidio premeditato e condannato all’ergastolo per aver ordinato la strage, nonostante avesse dichiarato che stava solo eseguendo degli ordini. La condanna di Calley – che venne considerato da molti e dall’opinione pubblica come un capro espiatorio – fu poi ridotta in appello. Calley ricevette infine un atto di indulgenza da parte del presidente Richard Nixon, e scontò poco più di tre anni agli arresti domiciliari in Georgia. Nel 2009, Calley si è scusato pubblicamente per il massacro dicendo che provava rimorso.