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  • lunedì 12 marzo 2018

In Germania si discute di un passo del codice penale che risale al nazismo

È quello che impedisce ai medici liberi professionisti di dare informazioni sull'aborto e che prevede come pena fino a due anni di prigione

La ginecologa Kristina Hänel con la sua avvocata Monika Frommel in tribunale, Giessen, Germania, 24 novembre 2017 (Boris Roessler/picture-alliance/dpa/AP Images)

Da settimane, in Germania si discute della possibilità di abolire un paragrafo del codice penale che risale all’epoca nazista e in cui si afferma che per i medici liberi professionisti è un reato, punito anche con due anni di carcere, pubblicizzare, offrire o fornire informazioni sull’aborto. Il paragrafo in questione è il 219a e fu introdotto nel 1933 dal partito nazista in mezzo a una serie di altre riforme giudiziarie per criminalizzare medici ebrei, omosessuali e comunisti.

Il paragrafo 219a dice che chiunque, pubblicamente, in una riunione o attraverso la diffusione di pubblicazioni o perseguendo uno scopo di lucro offre servizi o strumenti propri o altrui diretti all’effettuazione della interruzione della gravidanza viene punito con la pena detentiva fino a due anni o con una multa. Il 219a proibisce dunque ai liberi professionisti di dare informazioni sulla possibilità di abortire se queste informazioni sono in qualche modo legate ai loro stessi servizi. E questo significa che una donna che ha deciso di abortire può ricevere informazioni sulle cliniche specializzate solo attraverso i consultori pubblici. Del paragrafo si è ricominciato a parlare dopo che una ginecologa, Kristina Hänel, si è rifiutata di pagare una multa pari a 6 mila euro a cui nel novembre del 2017 l’aveva condannata il tribunale di Gieβen, in Assia, che l’aveva dichiarata colpevole di “pubblicizzare” l’aborto.

Kristina Hänel, che ha 61 anni, aveva pubblicato sul proprio sito un documento PDF in cui dava delle indicazioni sull’aborto farmacologico o chirurgico, e sulle controindicazioni legate ai diversi metodi. Un gruppo antiabortista – che negli ultimi dieci anni aveva tentato più volte di far incriminare Hänel appellandosi all’articolo 219a del codice penale tedesco – ci aveva riprovato anche nel 2016, stavolta riuscendoci. Nel novembre del 2017 il giudice aveva pronunciato una sentenza contro la ginecologa spiegando che il 219a ha l’obiettivo di impedire la «normalizzazione» dell’aborto. Hänel si è però opposta: ha detto che ricorrerà in appello, si è rifiutata di togliere il PDF dal proprio sito e ha avviato una campagna di sensibilizzazione sul 219a che ha raccolto oltre 150 mila firme e che è stata presentata al parlamento.

Manifestanti fuori dal tribunale di Gießen per chiedere l’abolizione del paragrafo 219a – Foto dal sito Ksta

Hänel ha spiegato che il suo obiettivo non è quello di «attirare le donne», che vengono comunque indirizzate al suo studio soprattutto dai consultori. Sul tema dell’interruzione di gravidanza, ha detto, «le donne devono poter scegliere liberamente i medici e devono poter essere in grado di informarsi in maniera obiettiva e corretta». In un’intervista allo Zeit Online, Hänel ha poi aggiunto che «nessuna delle donne» che ha incontrato nei suoi trent’anni di attività «ha preso la decisione alla leggera» e che «la maggiore o minore difficoltà che quelle donne hanno incontrano nel sottoporsi a un’interruzione di gravidanza non ha alcun peso nella scelta finale», se non quella di rendere la scelta finale più difficoltosa e meno informata. Hänel ha infine spiegato che chi si oppone al libero diritto di aborto utilizza regolarmente il 219a per intimidire  e colpire medici e cliniche, con la conseguenza che c’è una minor circolazione di notizie e di informazioni.

Le sostenitrici e i sostenitori di un cambiamento del codice penale tedesco, precisa il Guardian, dicono che grazie all’iniziativa di Hänel in Germania ci si è cominciati a rendere conto di quanto siano restrittive le leggi sull’aborto. L’interruzione di gravidanza, in Germania, è regolata dalla sezione 218 del codice penale: l’aborto viene definito un «reato contro la vita» e sta vicino a crimini come l’omicidio e l’omicidio colposo. L’aborto è dunque illegale, ma negli anni l’applicabilità del reato è stata via via ristretta e ora l’aborto non è punibile in certi casi – se c’è stato uno stupro, se ci sono malformazioni del feto e se c’è pericolo di vita per la donna – e può essere sempre chiesto entro le 12 settimane di gravidanza. In quest’ultimo caso la donna deve rivolgersi a un centro autorizzato (un consultorio) che la spinge a proseguire la gravidanza e che le concede tre giorni di tempo per pensarci. A quel punto, se la donna non ha cambiato idea, il medico autorizzato può rilasciarle una dichiarazione e indicarle un ospedale o una clinica in cui potrà praticare l’intervento.

Durante la campagna elettorale, i partiti di sinistra e di centrosinistra del Bundestag si erano mostrati uniti nell’intento di abolire il paragrafo 219a. I partiti conservatori – l’Unione cristiano-democratica (CDU) della cancelliera Angela Merkel, i democristiani della Baviera (CSU) e l’AfD di estrema destra – si erano invece dichiarati favorevoli a mantenere la clausola così com’era. Dopo il voto, e durante le lunghe trattative per la formazione di un governo, che si sono risolte all’inizio di marzo con un accordo tra socialdemocratici e centristi per governare in una grande coalizione, il fronte dei favorevoli all’abolizione si è diviso.

I socialdemocratici – la cui deputata Eva Högl aveva definito la clausola 219a «obsoleta» – hanno cambiato posizione e hanno fatto sapere di voler trovare anche su questa questione un compromesso con il centrodestra. I Verdi e altri partiti di sinistra all’opposizione hanno invece dichiarato che continueranno a spingere per una modifica del codice penale spiegando che c’è una differenza significativa tra servizi di informazione e pubblicità. Cornelia Möhring di Die Linke, ha detto: «Non conosco nessuna donna che direbbe: “che bella pubblicità, avrò un aborto”». Stephan Harbarth della CDU ha invece replicato che la sezione 219a riguarda la protezione delle vite non nate, così come affermato anche dalla Costituzione: «L’abolizione del paragrafo avrebbe l’effetto di far apparire l’aborto come qualcosa di abbastanza normale».