• Cultura
  • domenica 25 febbraio 2018

La storia del Cinerama, un tipo di cinema che non ce l’ha fatta

Arrivò nel 1952 e sparì in un decennio, dopo aver provato a cambiare il modo in cui vediamo i film, con schermi enormi e tre proiettori

Per il cinema, la concorrenza della tv è un problema vecchissimo. Già negli anni Cinquanta per molte persone “il grande schermo” iniziava non essere più una valida alternativa alla praticità e all’assenza del costo del biglietto garantiti dalla televisione. Ci furono quindi diversi tentativi di rendere lo schermo del cinema ancora più grande e l’esperienza di visione di un film molto più immersiva e attraente rispetto a quella possibile nel salotto di casa. Uno degli esperimenti più estremi che furono tentati in quegli anni fu il Cinerama, un complicato sistema di ripresa e proiezione che richiedeva di girare le scene di un film in contemporanea con tre cineprese e di proiettarle su appositi schermi molto più grandi del normale, su cui erano mostrate le immagini di tre diversi proiettori. Cinerama derivava da cinema e panorama.

Il fatto che la frase “andiamo a vederci un Cinerama stasera?” non sia tra quelle che diciamo abitualmente, fa già capire che la cosa non ebbe successo. Ma all’inizio c’erano grandi aspettative. Il film This is Cinerama uscì nel 1952: durava quasi due ore ed era preceduto da un’introduzione di 12 minuti in cui l’attore e presentatore Lowell Thomas raccontava la storia delle immagini. Lo faceva su uno schermo in bianco e nero, con un formato 4:3 (quello che andava di moda allora), uguale a quello di tutti i film di quegli anni. Thomas la prendeva larga: partiva dalle incisioni rupestri, parlava della Cappella Sistina e arrivava poi al cinema, prima quello muto e in bianco e nero, poi quello sonoro e a colori. A un certo punto iniziava a parlare di «un nuovo mezzo di comunicazione che rivoluzionerà la tecnica del racconto cinematografico». Poi diceva “This is Cinerama”: arrivava il colore, lo schermo si allargava e il formato diventava 2.65:1.

This is Cinerama mostrava, tra le altre cose, immagini in soggettiva su alcune montagne russe, scene riprese alla Scala di Milano durante l’Aida, le cascate del Niagara, i canali di Venezia, paesaggi del West e della corrida spagnola. Era un documentario, un prodotto commerciale fatto per mostrare le potenzialità del Cinerama.

Alla prima proiezione – il 30 settembre 1952 al Broadway Theatre di New York – parteciparono molte celebrità di quegli anni e il giorno dopo il New York Times ne parlò in prima pagina. Il giornalista scrisse che grazie a Cinerama aveva capito cosa avevano provato quelli che avevano visto il primo film della storia, che si aveva la sensazione di vedere le cose in tre dimensioni e che la parola «sensazionale» andava usata in senso letterale. Ma parlò anche dei possibili futuri problemi del Cinerama:

Si notava che erano solo presentazioni, spettacoli visivi senza il tentativo di raccontare una storia. E resta aperta la domanda su come questo sistema panoramico possa essere usato per raccontare qualcosa con uno sviluppo drammatico. Tutte le scene erano in campo largo, praticamente senza alcun montaggio.

Il sistema Cinerama era stato brevettato nel 1946 da Freddy Waller, dopo che durante la Seconda guerra mondiale aveva pensato a un sistema da usare per addestrare i militari al conflitto. A sviluppare l’idea di Waller per il cinema fu però Merian C. Cooper, che nel 1933 aveva diretto il famoso King Kong. La tecnica si ispirava tra l’altro a una simile usata nel 1927 per alcune scene del film Napoleone, in cui, a un certo punto – ma solo per chi vedeva il film nei pochissimi cinema appositamente attrezzati – tre diversi proiettori proiettavano tre diverse immagini su tre schermi affiancati. A volte erano tre pezzi di una stessa scena, altre volte erano tre immagini diverse, come in un trittico artistico.

Il Cinerama aggiunse un po’ di cose: c’erano ancora tre proiettori che mostravano tre immagini diverse su tre diversi pezzi di uno schermo molto grande, ma nel caso del Cinerama lo schermo era curvo, lungo un arco di 146 gradi. In un recente articolo del New York Times, Ben Kenigsberg ha scritto: «Immaginatevi gli schermi su cui venivano proiettate le pellicole da 65 millimetri di Lawrence d’Arabia. Ora immaginate uno schermo il 20 per cento più alto. Ora immaginate tre di questi schermi uno accanto all’altro, fatti per occupare quasi tutta la vostra vista periferica». Se il paragone con Lawrence d’Arabia non vi dice nulla, pensate a schermi larghi 30 metri e alti circa 10, fatti perché uno spettatore con lo sguardo fisso davanti a sé veda lo schermo e poco altro. Il tutto accompagnato da uno dei primi esempi di suono stereofonico, in cui le sorgenti sonore erano davanti, accanto e dietro gli spettatori e il suono arrivava da punti diversi in base alla scena. Ora è normale, allora non lo era per niente.

Il Cinerama comportava grandi costi e fatiche di ripresa: bisognava disporre bene le tre telecamere, per registrare le cose giuste su tre diverse pellicole. E aveva grandi problemi di proiezione: sperando che le riprese fossero state fatte nel modo giusto, bisognava sistemare bene tre proiettori, far partire nello stesso istante le tre pellicole e sperare che le immagini sullo schermo non si sovrapponessero ma fossero perfettamente allineate. Per non parlare dei costi per costruire e installare schermi adeguati, impianti audio e postazioni di proiezione.

Nonostante i costi, la fatica e i problemi che ogni tanto c’erano quando le immagini non erano perfettamente in sincronia, per un po’ di anni il Cinerama piacque. Nel 1955 arrivò in Italia, al Cinema Manzoni di Milano e al Teatro Sistina a Roma, e nel parlare del «gigantesco schermo semicircolare che consente l’illusione di partecipare direttamente all’azione del film», il Corriere della Sera scrisse: «A detta di coloro che hanno avuto la fortuna di fare un viaggio in America e aver passato una sera al “Broadway Theatre” in cui per due anni lo spettacolo del Cinerama ha fatto furore, la sensazione data dalla nuova invenzione è indimenticabile e sembra che per la prima volta la sensazione visiva data dalle proiezioni sia pari a quella data dalla vista diretta».

Nel 1955 uscì Cinerama Holiday, nel 1956 un film in Cinerama sulle sette meraviglie del mondo, nel 1958 South Seas Adventure e Windjammer: tutti documentari.

Nei primi anni Sessanta uscirono due Cinerama con attori e trama: Avventura nella fantasia, sui fratelli Grimm, e La conquista del West, diretto da John Ford. La conquista del West vinse tre Oscar e chi lo vide in Cinerama ne parlò benissimo. Ma girarlo e mostrarlo in Cinerama era costato tantissimo, e la resa su schermi di altro tipo fu a volte mediocre e altre volte pessima.

I film non documentari palesarono i problemi ipotizzati dal giornalista del New York Times, e ne vennero fuori anche altri. Se si rompeva una delle tre pellicole, era impossibile proiettare il film. In certi casi, anche per colpa delle successive proiezioni, i tre pezzi di immagine avevano colori, tinte e luci diverse, rendendo fastidiosa la visione. Le riprese erano efficaci solo se fatte all’aperto, in grandi paesaggi: era praticamente  impossibile fare primi piani e poi proiettarli su quegli schermi enormi. E anche i dialoghi erano complicati: lo schermo molto curvo faceva sembrare che due attori, ripresi mentre si guardavano negli occhi, guardassero invece da un’altra parte.

Chi è pratico di film in analogico sa poi che a volte l’immagine sullo schermo trema un po’: immaginatevi se a farlo sono, con tempi e modi diversi, tre immagini affiancate. Insomma, un gran casino. Senza contare che l’effetto del Cinerama era pieno e immersivo solo per chi si sedeva al centro della platea e alla giusta distanza dallo schermo. Vedere un Cinerama dalla seconda fila laterale era tutta un’altra cosa, non sempre piacevole. Il formato smise quindi di essere un’interessante novità e divenne un’azzardata parentesi della storia del cinema, come qualcuno sostiene succederà al cinema in 3D molto popolare solo pochi anni fa.

Durante e dopo il Cinerama arrivarono altri simili tentativi, qualcuno dei quali ancora più complicato, con cinque cineprese e quindi cinque proiettori. Il Kinopanorama fu la risposta russa al Cinerama, ma ci furono anche il Cinemiracle e altre tecniche, come il CinemaScope e l’Ultra Panavision 70, che si concentrarono sulla grandezza di immagine e schermo e abbandonarono le tre cineprese. Quest’ultimo sistema è stato usato qualche anno fa da Quentin Tarantino per proiettare in alcuni cinema americani il suo The Hateful Eight.

Esistono ancora tre cinema che proiettano i film con il sistema Cinerama originale: a Bradford, in Inghilterra, a Los Angeles e a Seattle. Restano gli schermi, ma ci proiettano anche film moderni.

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