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  • giovedì 22 febbraio 2018

La Chiesa sta provando a fare un passo storico in Cina

Nelle prossime settimane potrebbe riconoscere per la prima volta l'organizzazione cattolica controllata dal governo cinese, ma non tutti sono entusiasti

(Kevin Frayer/Getty Images)

Nel paese più popolato al mondo, l’organizzazione religiosa col maggior numero di fedeli al mondo è considerata illegale. È una situazione che dura da quasi settant’anni, ma qualcosa si sta muovendo. Da qualche mese la Cina e la Chiesa cattolica stanno lavorando per instaurare relazioni diplomatiche per la prima volta dal 1951. Sarebbe un passaggio storico e rilevante per la vita di milioni di cinesi, ma le difficoltà sono molte e la disponibilità di arrivare a un accordo non è uniforme, né nel governo cinese né all’interno della Chiesa.

«La Chiesa non chiede altro che professare la propria fede con più serenità chiudendo definitivamente un lungo periodo di contrapposizioni», ha spiegato alla Stampa il segretario di Stato Pietro Parolin, ministro degli Esteri del Vaticano. Non tutti stanno però vivendo questo avvicinamento in maniera così serena, nella Chiesa. Joseph Zen Ze-Kiun, leader dei cattolici cinesi e vescovo emerito di Hong Kong, ha accusato Papa Francesco di volere «svendere» la Chiesa. Nel frattempo il governo cinese sta continuando a rimuovere croci e demolire chiese, come fa ormai da molti anni.

Le ostilità tra la Chiesa cattolica e la Cina iniziarono con Mao Zedong, due anni dopo il suo insediamento alla presidenza della Cina. Mao temeva l’indipendenza della Chiesa, e accusandola di fomentare rivolte anti-governative arrestò e fece uccidere moltissimi cristiani, espulse l’ambasciatore del Vaticano e confiscò tutte le proprietà della Chiesa. I rapporti si ammorbidirono negli anni Ottanta, alla fine del regime di Mao, ma non sono mai tornati alla normalità: il governo cinese ha sempre avuto una certa diffidenza verso le organizzazioni su cui non può esercitare un controllo diretto, e la Chiesa cattolica non ha fatto eccezione.

Nonostante le persecuzioni, gli arresti e le demolizioni, si stima che in Cina vivano fra i 10 e i 12 milioni di cattolici. Metà di loro frequenta le chiese e i circoli della cosiddetta Associazione Patriottica, un’organizzazione capillarmente controllata dallo stato che funziona da Chiesa ufficiale. L’altra metà frequenta la cosiddetta “chiesa sotterranea”, cioè quella che si riunisce in clandestinità. In Cina la libertà di culto è garantita solo sulla carta, e solo per le organizzazioni che accettano l’ingerenza governativa.

Questa libertà parziale ha portato a una situazione paradossale. I capi dell’Associazione Patriottica sono sette “vescovi” nominati dal governo cinese, e che non hanno niente a che fare col Vaticano; che invece ha nominato almeno due vescovi clandestini, la cui vita è resa parecchio complicata dalle autorità cinesi. Uno dei due noti pubblicamente, Guo Xijin, ha raccontato al New York Times di essere sotto costante sorveglianza della polizia e l’anno scorso è stato in carcere per tre settimane (il suo predecessore nella diocesi del sud-est della Cina, Vincent Huang Shoucheng, era stato in carcere per circa 35 anni).

Qualcosa però sta cambiando, come dicevamo. Guo ha raccontato che lo scorso anno è stato avvicinato da una delegazione del Vaticano che gli ha chiesto di accettare l’autorità di uno dei sette vescovi dell’Associazione Patriottica, Zhan Silu. Ufficialmente il Vaticano non ha mai riconosciuto la nomina di Zhan, ma il piano di Papa Francesco sembra essere questo: offrire il proprio riconoscimento all’Associazione Patriottica per poi sperare di essere consultata nelle decisioni più importanti – come la nomina dei vescovi – e in definitiva unire le due chiese, quella ufficiale e quella sotterranea. Guo ha detto di essere disposto a riconoscere l’autorità dei vescovi “ufficiali”, a patto che gli venga chiesto in via ufficiale dal Vaticano, ma ha avvertito che difficilmente le autorità cinesi lasceranno l’ultima parola alla Chiesa sulle questioni spirituali. E infatti sembra che il governo cinese non abbia fornito garanzie precise alla Chiesa.

Non ne sappiamo molto, ma sembra che le trattative fra la Chiesa e il governo cinese stiano effettivamente andando avanti da mesi, se non da anni. La prima apertura era stata fatta nel 2007 da Benedetto XVI, il predecessore di Papa Francesco, che aveva scritto una lettera aperta in cui parlava di “unità” della chiesa cinese. Di recente, inoltre, i Musei Vaticani si sono accordati per esporre 40 opere della propria collezione cinese a Pechino, Xian e Shanghai: nello stesso periodo di tempo, la primavera di quest’anno, altrettante opere delle collezioni statali cinesi saranno visibili ai Musei Vaticani. I vaticanisti, poi, scrivono da mesi di contatti sempre più frequenti. Tre giorni fa Massimo Franco, solitamente molto informato sulle cose vaticane, ha scritto sul Corriere della Sera che secondo una sua fonte «da fine marzo in poi ogni giorno è buono per siglare l’accordo con le autorità cinesi».

La decisione di Papa Francesco di riconoscere i vescovi nominati dal governo cinese è già stata definita una «sconfitta sbalorditiva», dato che verrebbe incontro alle autorità cinesi senza chiedere quasi nulla in cambio: ma per una valutazione più definitiva bisogna aspettare la diffusione dei termini ufficiali dell’accordo, prevista nelle prossime settimane.

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