George Weah durante una foto di gruppo prima di un incontro dell'Unione Africana in Etiopia, il 28 gennaio. (SIMON MAINA/AFP/Getty Images)
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  • martedì 30 gennaio 2018

I primi giorni di Weah da presidente

Dopo essere stato eletto tra molto entusiasmo, ora deve gestire le aspettative e provare a governare uno dei paesi più poveri del mondo

George Weah durante una foto di gruppo prima di un incontro dell'Unione Africana in Etiopia, il 28 gennaio. (SIMON MAINA/AFP/Getty Images)

George Weah, ex calciatore e vincitore del prestigioso Pallone d’Oro, ha giurato come nuovo presidente della Liberia lo scorso 22 gennaio dopo aver vinto le elezioni circa un mese prima. Weah aveva vinto con il 60 per cento dei voti, è molto popolare e c’erano ore di coda per partecipare alla cerimonia di insediamento, che si è tenuta nello stadio di Monrovia davanti a migliaia di persone. Ora però Weah deve iniziare a fare il presidente e la Liberia è uno dei paesi più poveri del mondo, che si sta ancora riprendendo dall’epidemia di Ebola che uccise più di 4.000 persone tra il 2014 e il 2015 e che solo quest’anno per la prima volta nella sua storia recente ha attraversato una transizione di potere in modo pacifico.

Nel suo primo discorso alla nazione – che secondo il Guardian è servito a gestire le aspettative nei suoi confronti – Weah ha detto che le condizioni dell’economia del paese sono disastrose, che la disoccupazione non è mai stata così alta e le riserve valutarie del paese non sono mai state così basse. «La nostra economia è rotta, il nostro governo è rotto, la nostra valuta è in caduta libera e l’inflazione sta crescendo», ha detto Weah, che ha anche promesso di tagliare il suo stipendio del 25 per cento e di iniziare un piano di investimenti pubblici del valore complessivo di 3 miliardi di dollari, per provare a far ripartire l’economia.

Un articolo dell’esperta di Liberia Sabrina Karim sul Washington Post ha suggerito tre cose da tenere d’occhio nei primi 100 giorni di governo di Weah, per capire come se la starà cavando e che direzione avrà preso. In primo luogo, bisognerà vedere se Weah manterrà la promessa di combattere la corruzione, considerata uno dei problemi più gravi dell’amministrazione del paese e che è stata una delle accuse più gravi fatte all’ex presidente Ellen Johnson Sirleaf. Weah, naturalmente, ha promesso di occuparsi del problema ma in un paese come la Liberia potrebbe essere particolarmente difficile farlo davvero. Nelle prossime settimane Weah dovrà fare alcune importanti nomine per incarichi pubblici e si avrà un’idea più chiara di quello che intende fare.

La seconda cosa da capire, dice Karim sul Washington Post, è cosa farà la vicepresidente di Weah, Jewel Cianeh Howard Taylor, ex moglie dell’ex presidente del paese Charles Taylor, ora in carcere per crimini contro l’umanità. Charles Taylor governò il paese tra il 1997 e il 2003 in uno dei momenti più violenti della sua storia e fu infine cacciato al termine di una lunga guerra civile, prima di essere processato per aver sostenuto i ribelli durante la guerra civile in Sierra Leone. Taylor resta un personaggio di grande importanza nel paese e in molti sospettano che anche dal carcere dove si trova ora possa esercitare una notevole influenza. Taylor e la nuova vicepresidente sono divorziati dal 2006 ma in molti temono che tra i due ci siano ancora rapporti stretti e Weah ha dovuto in più di un’occasione dire pubblicamente di non essere in contatto con l’ex presidente. Secondo il Washington Post sarà interessante vedere se tra le prime nomine del nuovo governo ci saranno ex collaboratori di Taylor.

La terza cosa da guardare, dice il Washington Post, è cosa farà Weah per rilanciare l’economia del paeseLa Liberia è uno dei paesi più poveri del mondo e quasi il 54 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Dopo alcuni anni di crescita, l’economia liberiana ha molto rallentato arrivando a un tasso di crescita negativo nel 2016 e Weah è stato eletto per aver promesso di cambiare le cose. Il nuovo presidente è stato particolarmente sostenuto dalla parte più giovane della popolazione, che più di altre sta soffrendo le conseguenze della crisi economica, ma ora – ha notato Sabrina Karim – «ha 93 giorni per trasformare quelle promesse in azioni».

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