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  • giovedì 26 ottobre 2017

Due giudici portoghesi hanno fatto una sentenza contro una donna, citando la Bibbia

Hanno scritto che «l'adulterio commesso da una donna è un attacco molto grave all'onore e alla dignità di un uomo»

Due donne a una manifestazione contro la violenza sulle donne a Lisbona nel 2016 (AP Photo/Armando Franca)

Le femministe portoghesi e diverse organizzazioni in difesa dei diritti umani stanno protestando a seguito di una sentenza che riguarda una donna che ha subito violenza da due uomini. Due giudici della Corte di Appello di Porto hanno confermato una condanna molto lieve di primo grado, con sospensione della pena, pronunciata contro due uomini (un ex marito e un amante) che avevano sequestrato e picchiato una donna con una mazza ferrata a borchie. La Corte ha respinto il ricorso di un procuratore che chiedeva pene più gravi, citando passi della Bibbia, facendo riferimento al codice penale portoghese del 1886, non più valido, e utilizzando di fatto l’onore dei maltrattanti come un’attenuante. La sentenza è stata depositata l’11 ottobre ma è stata resa pubblica solo due giorno fa.

Il caso risale al 2015. La donna vittima di violenza aveva tradito il marito con un altro uomo per circa due mesi prima di mettere fine alla relazione extraconuigale. A quel punto l’amante abbandonato aveva cominciato a minacciare la donna. E si era rivolto al marito raccontandogli tutto. Ora i due non sono più sposati. Il marito si era a quel punto coalizzato con l’ex amante: la donna era stata rapita e aggredita dall’ex marito con una mazza chiodata, mentre l’altro la teneva ferma a terra. Il suo corpo era pieno di lividi e tagli.

L’ex marito della donna e l’ex amante erano stati condannati in primo grado a quindici mesi di carcere (sospesi) e a pagare una multa di circa 2 mila euro. In appello, facendo notare che c’erano stati tra l’altro sequestro di persona, premeditazione e detenzione di armi vietati, era stata chiesta una condanna più grave, ma i giudici hanno invece confermato la prima sentenza: «Oggi, l’adulterio commesso da una donna è un attacco molto grave all’onore e alla dignità di un uomo» hanno scritto Joaquim Neto de Moura e Maria Luisa Arantes nelle loro motivazioni. E ancora: «In alcune società, la donna adultera è condannata alla lapidazione e nella Bibbia (Antico testamento, ndr) si può leggere che la donna adultera è punita con la morte». I giudici hanno poi sostenuto che l’«immoralità sessuale» della donna aveva causato una «depressione profonda» nel marito e che in quel difficile stato mentale aveva commesso l’aggressione. Hanno infine citato una legge del 1886, che prevedeva solo una punizione simbolica nei confronti dei i mariti che uccidono le loro mogli dopo averle scoperte nella loro relazione extraconuigale. «Questi riferimenti hanno lo scopo di sottolineare che la società ha sempre fortemente condannato l’adulterio da parte di una donna e che la violenza commessa da un uomo tradito e umiliato è vista con una certa comprensione», hanno scritto i giudici. Il codice penale portoghese del 1886 è stato abrogato dal codice penale del 1982 e modificato da un decreto legge: il codice penale del 1886 non è dunque una fonte del diritto portoghese e non può essere utilizzato dai tribunali.

La sentenza ha ovviamente causato discussioni e proteste: Amnesty International Portogallo ha fatto notare come la menzione della Bibbia in un’aula di tribunale sia una violazione della separazione tra Stato e chiesa sancita nella Costituzione portoghese. Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno parlato di «impunità totale» per la violenza contro le donne. E le femministe hanno deciso di organizzare delle manifestazioni. Un’attivista femminista intervistata su questo caso dal Washington Post ha dichiarato: «Questa decisione di giustizia machista va contro tutti i progressi compiuti nella nostra società. Siamo un paese laico, non possiamo accettare che un giudice usi delle citazioni della Bibbia per giustificare la violenza contro le donne». Altre femministe hanno poi detto che la sentenza «riflette la mentalità sessista e patriarcale che esiste ancora in parte della società portoghese». E ancora: «L’adulterio sta diventando una scusa per la pena di morte e accusa le donne per la violenza che ricevono». Hanno fatto notare infine che la giustizia non può essere machista, lo sono quei crimini.

Non è comunque la prima volta che il giudice Neto de Moura attacca le donne che tradiscono i loro partner. Ci sono diverse sentenze da lui pronunciate in cui il reato di violenza domestica viene di fatto declassato. In una sentenza del 2016, aveva confermato una condanna lieve nei confronti di un uomo che era stato violento con la moglie che l’aveva tradito e aveva scritto: «Una donna che commette adulterio è una persona falsa, ipocrita, disonesta, traditrice, inutile e immorale. Insomma, una persona che manca di credibilità morale». Un petizione inviata alle autorità giudiziarie del paese ha già raccolto circa 4.000 firme: si parla della necessità di «modificare il sistema di selezione» dei giudici in modo che sentenze come queste si possano evitare in futuro.

La Conferenza Episcopale Portoghese, ha dichiarato che non si doveva far riferimento alle scritture nella sentenza e che nessuno dovrebbe «giustificare alcun tipo di violenza, in questo caso la violenza domestica, anche in caso di adulterio». Il segretario della Conferenza ha però aggiunto«che l’adulterio non può essere accettato» e ha citato gli insegnamenti di papa Francesco sul perdono e sulla misericordia.

Il Portogallo è uno di quei paesi che nel 2014 ha tra l’altro firmato la Convenzione di Istanbul, il documento internazionale più autorevole a cui fare riferimento su questi temi e che definisce la violenza contro le donne come «una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne». Nella convenzione la «violenza domestica» è un sottogenere: indica tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano «all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima». Nella Convenzione, all’articolo 42 e nella sezione intitolata “Giustificazione inaccettabile dei reati, compresi quelli commessi in nome del cosiddetto onore”, si dice anche:

«Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che nei procedimenti penali intentati a seguito della commissione di qualsiasi atto di violenza che rientra nel campo di applicazione della presente Convenzione, la cultura, gli usi e costumi, la religione, le tradizioni o il cosiddetto “onore” non possano essere addotti come scusa per giustificare tali atti. Rientrano in tale ambito, in particolare, le accuse secondo le quali la vittima avrebbe trasgredito norme o costumi culturali, religiosi, sociali o tradizionali riguardanti un comportamento appropriato. ».

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