Kadri Gursel bacia sua moglie dopo la sua scarcerazione, davanti alla prigione di Silivri. (YASIN AKGUL/AFP/Getty Images)
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  • lunedì 16 Ottobre 2017

La storia dietro questo bacio

Una foto mostra un giornalista turco appena liberato dopo 11 mesi di carcere insieme a sua moglie, ed è diventata un simbolo delle repressioni di Erdoğan

Kadri Gursel bacia sua moglie dopo la sua scarcerazione, davanti alla prigione di Silivri. (YASIN AKGUL/AFP/Getty Images)

Dopo 11 mesi di prigione nel carcere di Silivri, lo scorso 26 settembre il giornalista turco Kadri Gursel è stato liberato, anche se il suo processo deve ancora concludersi, e rischia di tornare in prigione per diversi anni: una foto che lo mostra mentre bacia sua moglie, vicino a due guardie di sicurezza che lo stavano scortando, è stata molto pubblicata e condivisa dai giornali e sui social network, ed è diventata un simbolo delle repressioni del governo del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan seguite al tentativo di colpo di stato dello scorso luglio. Il New York Times ha raccontato la storia dietro la foto, intervistando Gursel.

A scattare la foto è stato il turco Yasin Akgul, e Gursel ha raccontato che è stato un gesto spontaneo e istintivo, senza riflessioni politiche, anche se riconosce che potrebbe diventare un simbolo importante per l’opposizione turca. Prima di essere arrestato, Gursel era un importante editorialista di Cumhuriyet, il più antico giornale turco, laico e di opposizione, i cui giornalisti hanno sistematicamente subito condanne e persecuzioni dopo le repressioni post-colpo di stato volute da Erdoğan, che dal luglio del 2016 hanno causato l’arresto di 50mila persone e la sospensione dalla propria occupazione di altre 150mila.

Gursel, che ha 56 anni, era anche membro dell’Istituto Internazionale per la Stampa, un organo che si occupa di difendere la libertà d’informazione. Insieme ad altre 18 persone, finì imputato in un processo che li accusava di fare parte di un’organizzazione terroristica legata a Fethullah Gülen, il religioso turco che vive da anni negli Stati Uniti e che Erdoğan considera responsabile del tentato colpo di stato. Insieme a lui c’erano soprattutto giornalisti di Cumhuriyet, ma anche un vignettista e un contabile del giornale. Oggi rimangono in carcere tre persone, di quel gruppo di accusati: il direttore Murat Sabuncu, l’amministratore delegato Akin Atalay e il giornalista Ahmet Sik.

Akgul ha raccontato che il giorno della liberazione di Gursel era molto contento che gli fosse stato assegnato quell’incarico. Si è posizionato in modo da avere una visuale sulla portiera del pulmino, perché, ha raccontato, quando qualcuno viene rilasciato di prigione la cosa importante è fotografare la prima reazione. Non si aspettava però che questa sarebbe stata un bacio alla moglie Nazire, e ha scattato circa 40 fotografie. Non sapeva se tra quelle ce ne sarebbe stata una davvero buona quando le ha mandate all’agenzia fotografica di AFP, e soltanto dopo si è accorto di quanto quella che poi è diventata virale fosse bella.

Kadri Gursel insieme a sua moglie Nazire, durante un’intervista dopo la sua scarcerazione. (OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

Al New York Times, Gursel ha raccontato di trovare scandaloso essere stato imprigionato insieme agli islamisti seguaci di Gulen, che lui ha spesso criticato in passato. Li ha accusati di aver usato trucchi illegali per compromettere processi, infiltrarsi nel governo e sbarazzarsi dei funzionari sgraditi, ma sostiene il loro diritto a un equo processo. Non ha voluto lamentarsi delle sue condizioni durante la prigionia, visto che era rinchiuso in una struttura con una cucina e delle stanze e non in una cella, insieme a due colleghi. Ma le comunicazioni con l’esterno erano limitate, e le visite degli avvocati non erano davvero private.

Già da giovane, Gursel era stato incarcerato per quattro anni per aver fatto parte di un’organizzazione di sinistra considerata illegale. Per via della detenzione, non poté frequentare l’università. Prima delle presidenziali del 2015 Gursel era stato licenziato da Milliyet, il giornale dove lavorava da dieci anni, e sul quale scriveva frequenti e influenti editoriali contro Erdoğan. Il pretesto per il licenziamento fu un tweet in cui aveva criticato la politica estera della Turchia in Siria. Anche le sue apparizioni televisive erano diminuite drasticamente.

In totale, in Turchia nell’ultimo anno hanno chiuso circa 100 testate giornalistiche, e circa 120 giornalisti sono stati arrestati. Secondo Erdoğan soltanto due di loro sono effettivamente giornalisti: gli altri li ha chiamati “terroristi”. Gursel è stato accusato di avere contattato Gulen tramite l’app di messaggistica Bylock: lui ha sempre negato, spiegando di non avere nemmeno installato l’app sul telefono, e di avere soltanto ricevuto alcuni messaggi da parte di gulenisti che volevano provare a ingraziarselo, un paio di anni fa, ma ai quali non ha risposto. Il processo a Gursel è ancora in corso, e la prossima udienza sarà il 31 ottobre. Rischia fino a 15 anni di carcere.