Il leader del D66 Alexander Pechtold, quello della CDA Sybrand Buma, Herman Tjeenk Willink, il leader della CU Gert-Jan Segers e il primo ministro Mark Rutte durante un incontro sulla formazione del nuovo governo, il 23 giugno 2017. (JERRY LAMPEN/AFP/Getty Images)
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  • mercoledì 19 Luglio 2017

I Paesi Bassi sono ancora senza governo

Si è votato a marzo, ma le intense trattative per formare una maggioranza sono state inconcludenti (e in mezzo è arrivata pure l'estate)

Il leader del D66 Alexander Pechtold, quello della CDA Sybrand Buma, Herman Tjeenk Willink, il leader della CU Gert-Jan Segers e il primo ministro Mark Rutte durante un incontro sulla formazione del nuovo governo, il 23 giugno 2017. (JERRY LAMPEN/AFP/Getty Images)

Da quando ci sono state le elezioni generali, lo scorso 15 marzo, i Paesi Bassi sono senza governo: il risultato molto frammentato ha fatto sì che non ci fosse una maggioranza chiara, e nonostante intense trattative i principali partiti non hanno ancora raggiunto un accordo per formare una coalizione che raccolga almeno 76 parlamentari, necessari per avere la maggioranza al parlamento. Le vacanze estive stanno poi complicando le trattative, con i parlamentari che chiedono di rimandare tutto a settembre.

Prima delle elezioni dello scorso marzo in molti avevano ipotizzato una vittoria di Geert Wilders e del suo Partito per la Libertà (PVV), un movimento xenofobo ed euroscettico con posizioni radicali sull’immigrazione. Il partito di Wilders ha ottenuto un buon risultato, passando da 15 a 20 seggi, ma non è riuscito a superare il Partito Popolare per la Libertà (VVD), di centrodestra e guidato dal primo ministro uscente conservatore Mark Rutte, che ha ottenuto 33 seggi (perdendone comunque otto rispetto ai 41 della precedente legislatura). Appello Cristiano (CDA), partito di centro, e Democratici 66 (D66), liberali, hanno entrambi ottenuto 19 seggi, cinque in più dei Verdi e del Partito Socialista. I laburisti del Partito del Lavoro (PvdA) sono crollati rispetto alla precedente legislatura, ottenendo 9 seggi (contro i 38 che avevano prima), mentre i conservatori dell’Unione Cristiana ne hanno ottenuti 5.

Tutti questi partiti sono stati importanti nelle trattative che vanno avanti ormai da 126 giorni, perché il sistema elettorale proporzionale in vigore nei Paesi Bassi, con la sua soglia di sbarramento molto bassa, rende praticamente inevitabile coinvolgere nelle coalizioni di governo anche i partiti più piccoli. Ma da marzo non si è trovato un accordo per arrivare a 76 parlamentari. Nessuno ha voluto fare trattative con il PVV di Wilders, che quindi è rimasto sostanzialmente escluso da qualsiasi progetto. La soluzione più probabile prima delle elezioni, quella di una coalizione guidata da Rutte e sostenuta da CDA e D66, è diventata impraticabile di fatto, perché i tre partiti insieme possono contare soltanto su 71 seggi.

Fin da subito è stato necessario coinvolgere almeno un quarto partito, ma il PvdA è sembrato da subito ostile a entrare in un governo, attribuendo la propria sconfitta elettorale all’aver sostenuto quello precedente, guidato sempre da Rutte. Per la prima fase delle trattative è stata quindi esplorata la possibilità di una coalizione con i Verdi: Edith Schippers, deputata di centrodestra incaricata ufficialmente di guidare le trattative, aveva detto dopo qualche giorno di colloqui che era l’unica soluzione possibile. Dopo diverse settimane di trattative, però, il leader dei Verdi Jesse Klaver ha detto di non poter allearsi con gli altri partite per le differenze sul tema dell’immigrazione, sulle quali i Verdi hanno posizioni molto aperte e progressiste. Schippers si è allora dimessa dal suo incarico, prima di essere nuovamente incaricata di fare un secondo tentativo: ha quindi provato a coinvolgere l’Unione Cristiana al posto dei Verdi, ma su quest’opzione ha messo il veto il D66, citando differenze inconciliabili sulle questioni sociali, come l’eutanasia. Il partito ha quindi proposto che, al posto di quello della CU, si provasse a ottenere il sostegno dei laburisti e dei socialisti, ottenendo però il rifiuto dei due partiti.

A fine maggio Schippers si è nuovamente e definitivamente dimessa, consigliando come suo successore Herman Tjeenk Willink, politico laburista molto esperto e rispettato. Willink ha convinto i liberali del D66 a provare di nuovo a trovare un accordo con la CU, in modo da concludere le trattative prima delle vacanze estive: la CU è però rimasta insoddisfatta del modo in cui Willink ha condotto i negoziati, e ne ha chiesto e ottenuto le dimissioni, secondo le ricostruzioni dei media olandesi. Il suo posto è stato preso dall’ex ministro dell’Economia Gerrit Zalm, tra le proteste dei partiti della sinistra che lo reputano troppo vicino alle banche.

Zalm è stato nominato a fine giugno, e secondo quanto ha detto la radio di news olandese BNR oggi ha concluso con successo i negoziati tra VVD, CDA, D66 e CU sulle materie economiche. È comunque previsto che, ultimata ufficialmente questa fase, le trattative siano sospese per le ferie estive, come richiesto da tempo da molti politici olandesi. Sybrand Buma, leader della CDA, ha detto: «Pian piano le nostre famiglie ci stanno chiedendo: andremo anche noi in vacanza? E ce n’è bisogno, se devo essere onesto». Anche il leader del D66 Alexander Pechtold è d’accordo, spiegando che una vacanza aiuterà mentalmente tutte le parti coinvolte nelle trattative, specialmente quelle che partecipano dal giorno dopo le elezioni, cioè il VVD, il CDA e il D66.

Oltre alle discussioni sulle questioni economiche, però, ne rimangono altre su cui i partiti potrebbero avere più difficoltà ad accordarsi: sul clima, per esempio, Zalm ha chiesto a CDA e D66 – in forte disaccordo sul tema – di preparare assieme un programma, supponendo che se i due partiti riusciranno a mettersi d’accordo, lo faranno in un modo che accontenterà anche le altre due forze. Se fallirà anche il terzo tentativo di accordo tra i quattro partiti, le uniche alternative saranno un governo di minoranza – cioè che deve cercare di volta in volta il sostegno di altri partiti per approvare le leggi – o nuove elezioni.