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  • mercoledì 12 luglio 2017

In Iran si discute dell’obbligo per le donne di indossare lo hijab in macchina

E al centro del dibattito c'è la definizione di spazio pubblico e spazio privato

Due donne iraniane a Teheran (BEHROUZ MEHRI/AFP/Getty Images)

Da un po’ di tempo in Iran si discute della possibilità per le donne di non indossare lo hijab all’interno delle auto. Chi appoggia questa proposta sostiene che l’interno delle macchine debba essere considerato uno spazio privato, dove quindi non si applica la legge che obbliga tutte le donne iraniane a indossare un velo che copra loro la testa negli spazi pubblici. Si era già discusso della questione negli ultimi anni, soprattutto nelle città iraniane meno conservatrici, come la capitale Teheran. Il dibattito ha mostrato ancora una volta le profonde divisioni che esistono all’interno del regime iraniano tra i più conservatori, che rispondono alla Guida suprema, la più importante autorità politica e religiosa dell’Iran, e i moderati, rappresentati dal governo del presidente Hassan Rouhani.

La legge che in Iran impedisce alle donne di girare con il capo scoperto fu introdotta dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, quella guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini che instaurò nel paese una teocrazia islamica, cioè un governo guidato dai religiosi. Ancora oggi se una donna gira per strada con il capo scoperto rischia di essere fermata e sanzionata dalla polizia. Negli ultimi anni, comunque, sempre più donne iraniane, soprattutto quelle più giovani e quelle che vivono a Teheran, hanno cominciato ad adottare stili di abbigliamento meno rigidi: per esempio non è raro vedere giovani donne con il velo appoggiato sui capelli raccolti in una coda di cavallo, che lascia quindi scoperta la parte più alta della testa, ed è diventato sempre più frequente vedere delle donne che guidano la macchina appoggiando il velo sulle spalle, lasciando il capo scoperto.

Nonostante l’Iran sia un paese dove la stampa è rigidamente controllata dal regime, il dibattito sull’obbligo del velo per le donne che guidano la macchina è arrivato anche sui giornali. Lunedì l’agenzia di news statale Irna ha pubblicato un articolo al riguardo intitolato: «Privato o non privato?», mentre il riformista Shargh ha pubblicato un contributo dell’avvocato Bahman Keshavarz nel quale si sostiene che il “cattivo hijab”, cioè uno hijab non indossato perfettamente, non dovrebbe essere considerato punibile dalla legge iraniana. Anche alcuni membri del parlamento iraniano si sono detti piuttosto aperti sul tema. Il deputato Yahya Kamalpour, per esempio, ha detto: «Lo spazio all’interno delle macchine è uno spazio privato e la polizia non ha diritto di entrarci senza un mandato». Posizioni diverse sono invece state espresse da esponenti dello schieramento conservatore. La scorsa settimana Hadi Sadeghi, il numero due della magistratura iraniana, ha detto che le uniche parti di un’auto che si possono considerare spazi privati sono quelle che non sono visibili, come il bagagliaio. Lo stesso concetto è stato ribadito dal portavoce della polizia iraniana, Saeid Montazeralmahdi, che ha detto: «Ciò che è visibile all’occhio del pubblico non è spazio privato, e le norme e le leggi andrebbero rispettate anche all’interno delle macchine». Queste dichiarazioni sono state riprese, criticate e prese in giro da diversi utenti dei social network.

Il dibattito sulle donne e il velo da indossare all’interno dell’auto è l’ennesimo che ha mostrato le grandi differenze che persistono tra i due principali centri del potere iraniano: quello più conservatore, di cui fanno parte la magistratura e la polizia, e quello più moderato e aperto al cambiamento, che dal 2013 ha trovato un sostegno nel governo di Rouhani. Non si può dire con certezza come finirà il dibattito sulla possibilità che le donne possano smettere di indossare il velo all’interno delle loro auto, ma è difficile prevedere grandi aperture in questo senso. Già in passato la parte più conservatrice del regime iraniano, che è anche quella più potente, ha risposto alle proposte di apertura sostenute dai moderati e dai riformisti con dure repressioni e irrigidimento delle regole.

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