Luis Francisco Ladaria Ferrer, 8 settembre 2015 (AP Photo/Riccardo De Luca)
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  • lunedì 3 luglio 2017

L’arcivescovo appena promosso dal Papa ha insabbiato un caso di pedofilia

Lo racconta Repubblica: Papa Francesco lo ha scelto per l'importante incarico di "prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede"

Luis Francisco Ladaria Ferrer, 8 settembre 2015 (AP Photo/Riccardo De Luca)

Sabato primo luglio papa Francesco ha scelto un nuovo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede: Luis Francisco Ladaria Ferrer, gesuita spagnolo. Oggi su Repubblica i giornalisti Emiliano Fittipaldi (già autore di libri sugli scandali nella Chiesa cattolica) e Giuliano Foschini hanno raccontato e documentato la storia di Ladaria Ferrer spiegando che come arcivescovo scelse (cosa permessa dai Trattati Lateranensi, ma ci arriviamo) di non denunciare per abusi sessuali un prete pedofilo: Gianni Trotta, ridotto allo stato laicale per abusi sessuali su minori da un tribunale del Vaticano, divenne allenatore di una squadra di calcio giovanile in provincia di Foggia, continuò ad abusare dei minori che continuavano ad essergli affidati e venne infine condannato.

All’inizio del Novecento la Congregazione per la dottrina della fede (CDF) era conosciuta come Santa Inquisizione e successivamente come Sant’Uffizio: è l’organismo della Curia romana che ha il compito di vigilare sulla purezza della dottrina della Chiesa cattolica. L’incarico del capo della Congregazione era stato affidato nel luglio 2012 da papa Benedetto XVI al teologo tedesco Gerhard Müller. Il nuovo papa ha deciso di non confermarlo alla scadenza del mandato, che dura cinque anni, e di promuovere al suo posto il vice Luis Francisco Ladaria Ferrer.

Su Repubblica di lunedì 3 luglio Fittipaldi e Foschini hanno scritto un articolo che racconta come nel marzo del 2012 il nuovo prefetto Luis Francisco Ladaria Ferrer abbia coperto, senza denunciarlo, un prete pedofilo che era stato ridotto allo stato laicale per abusi sessuali. «Di più», scrivono. Luis Ladaria «ha ordinato, nero su bianco, che la condanna canonica passasse sotto silenzio. Don Gianni Trotta, grazie all’acquiescenza del Vaticano e della curia locale, ha così potuto continuare indisturbato a violentare minorenni: dopo essere stato costretto a lasciare la tonaca è infatti diventato allenatore di una squadra di calcio giovanile, e in due anni ha molestato una decina di bambini vicino a Foggia».

RepubblicaFittipaldi e Foschini scrivono che don Trotta – che apparteneva alla congregazione della Piccola Opera della divina provvidenza e risiedeva nel vescovato di Lucera, vicino a Foggia – venne messo sotto processo in Vaticano nel 2009 e che il 16 marzo del 2012 Ladaria, già segretario della Congregazione, firmò con il suo superiore di allora, il prefetto William Levada, il decreto che condannava don Trotta alla pena massima, cioè alla messa in stato laicale per abusi sessuali su minori. Nel decreto firmato da Ladaria e scritto in latino si dice che «don Gianni Trotta è colpevole di delitti con minori contro il sesto comandamento» e che «il Sommo Pontefice Papa Benedetto XVI ha deciso con suprema e inappellabile sentenza che per il bene della Chiesa sia da irrogare la dimissione dallo stato clericale e dalla Piccola Opera della divina provvidenza». Si precisa però anche che i superiori di Trotta dovevano fare in modo che «la nuova condizione del sacerdote dimesso» non desse «scandalo ai fedeli» e di divulgare la notizia delle dimissioni solo nel caso «di pericolo di abusi sui minori». A Trotta venne consentito di continuare a indossare il clergy (il colletto bianco delle camicie usate dai preti) e di continuare a farsi chiamare “don Gianni”.

«Per il Vaticano Trotta è ufficialmente un pedofilo, ma nessuno si prende la briga di denunciarlo alle autorità italiane. Ladaria e Levada scelgono un’altra strada. (…) Vero che nella missiva Ladaria e il suo capo di allora aggiungono che «l’ordinario», ossia coloro che avevano potestà diretta su don Trotta, avrebbe potuto rompere il patto dell’acquiescenza davanti a un nuovo «pericolo di abusi su minori», e che in quel caso si poteva «divulgare la notizia della dimissione, nonché il motivo canonico sotteso». Ma si tratta di una postilla pilatesca: invece di denunciare il pedofilo alla magistratura, il nuovo capo della Congregazione per la Dottrina della Fede spostava infatti ogni responsabilità di vigilanza sull’istituto di appartenenza del maniaco. Un controsenso, visto che il vescovo, il parroco e il superiore dell’Ordine non hanno più alcuna influenza su un sacerdote ormai spretato».

Dopo la condanna interna Trotta decise di restare dov’era, diventando allenatore di una squadra di calcio giovanile senza che nessuna delle famiglie sapesse della sentenza e, secondo le accuse, abusò di una decina di altri ragazzini. Nell’aprile del 2015, grazie alla denuncia dei genitori di un bambino di 11 anni, Trotta è stato arrestato e condannato nel luglio del 2016 in primo grado a otto anni di carcere. Tra qualche giorno inizierà un nuovo processo a suo carico per gli abusi su altri nove minorenni.

Nel loro articolo Fittipaldi e Foschini spiegano che la scelta di Ladaria e Levada – «che è discutibile sotto il profilo etico» – resta comunque lecita sotto il profilo canonico e anche dal punto di vista della legge. L’articolo 7 del Concordato stipulato fra la Santa Sede e lo Stato italiano nel 1929 dice infatti che:

«Gli ecclesiastici non possono essere richiesti da magistrati o da altra autorità a dare informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del sacro ministero».

Questo significa che gli ecclesiastici che hanno notizia di un reato (come quello di pedofilia) non hanno alcun obbligo giuridico di riferirne alla magistratura dello stato italiano. Esiste dunque un vero e proprio ostacolo giuridico al perseguimento di questi reati. Nel maggio del 2017 Giuseppe Civati, segretario di Possibile, ha proposto un disegno di legge di riforma costituzionale e una mozione per rivedere le norme concordatarie in modo che ci sia un obbligo di denuncia da parte delle gerarchie ecclesiastiche alla magistratura italiana nei confronti di reati contro la persona.

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