(Da "GLOW")
  • Cultura
  • mercoledì 28 Giugno 2017

Cosa sta piacendo di “GLOW”, la nuova serie di Netflix

La storia (donne che si mettono a fare wrestling), l'ambientazione anni Ottanta, e il fatto che sia scritta bene e recitata benissimo

(Da "GLOW")

GLOW è una nuova serie di Netflix, online dal 23 giugno. È fatta da 10 episodi di circa mezz’ora – la si finisce in una settimana o in un sabato pomeriggio –  e la storia che racconta è vagamente ispirata a quella delle Gorgeous Ladies of Wrestling (“le favolose donne del wrestling”): un gruppo di atlete che misero in piedi una versione al femminile del wrestling, quella cosa a metà tra sport e intrattenimento in cui si fa finta di darsele di santa ragione. GLOW sta piacendo molto: per come parla delle donne protagoniste, perché è ambientata negli anni Ottanta e suscita un conseguente effetto-nostalgia, perché è leggera e divertente pur parlando di cose serie.

Il vero GLOW fu un programma tv che andò in onda a fine anni Ottanta e che è di recente stato raccontato nel documentario GLOW: The Story of The Gorgeous Ladies of Wrestling. Liz Flahive e Carly Mensch – le ideatrici del GLOW di Netflix – l’hanno visto e hanno chiamato Jenji Kohan, l’ideatrice di Orange is the New Black, per proporle di collaborare. Lei ha accettato ed è diventata produttrice esecutiva della serie, che è ambientata nel 1985 a Los Angeles e racconta la storia di 13 donne che si mettono a fare wrestling, senza che all’inizio molte di loro sappiano cosa sia, il wrestling.

Il vero GLOW e il vero wrestling
La prima cosa, per chi si è preoccupato leggendo troppe volte la parola wrestling: se ne parla molto, ma in modo che ne capiscano regole e meccanismi anche quelli che, così come le protagoniste, non ne sanno nulla. La seconda cosa, per chi non sa nulla del vero GLOW: iniziò nel 1986 e andò avanti in tv per quattro stagioni e poi, altrove, in altri modi. Si fece notare perché le sue protagoniste erano molto stereotipate (una donna mediorientale interpretava la cattivissima Palestina; una donna nera era “Big Bad Mama”), e perché le loro gag – prima, durante e dopo i finti combattimenti c’era anche molta recitazione – erano tutto tranne che politicamente corrette. Qualcuno lo criticò per come mostrava le donne e sfruttava certi stereotipi, qualcuno lo apprezzò perché riteneva che su quegli stereotipi ci giocasse e che fosse un bene vedere delle donne con ruoli di quel tipo.

GLOW di Netflix, invece
Non c’è un personaggio che abbia lo stesso nome o la stessa caratteristiche di uno del vero GLOW. È una storia nuova, diversa, che con il vero GLOW ha in comune la premessa: a qualcuno viene in mente di fare una versione femminile del wrestling e cerca delle donne che siano interessate a farlo, e qualcuno che voglia finanziare e poi guardare la cosa. Senza dire troppo, nei dieci episodi vengono fuori caratteri e caratteristiche di tutte e 13 le aspiranti wrestler della serie, ma i principali protagonisti sono tre: Ruth, che vuole fare l’attrice impegnata ma non trova lavoro; Debbie, che era stata attrice di una famosa soap opera ma ha deciso di dedicarsi al figlio e al marito; Sam, il regista cocainomane di film di serie B (ma lui la pensa diversamente) che prova a mettere in piedi la versione femminile del wrestling al centro della serie. Ruth è Alison Brie, che è stata Trudy Campbell di Mad Men; Debbie è Betty Gilpin (Audrey di American Gods); Sam è Marc Maron, che oltre a essere attore è anche comico, musicista e conduttore di un apprezzato podcast.

Quanto sta piacendo?
Tanto, a quasi tutti. Sophie Gilbert dell’Atlantic ha scritto che è «intelligente, divertente e sovversiva»; Ben Travers di Indiewire dice che è «allegra, appassionata e potente»; Marina Pierri di Wired ha scritto che è «perfetta; recitata benissimo, scritta in modo stupendo, raramente gonfiata nei tempi e sempre tesa nel ritmo (anche se i tre-quattro episodi finali sono probabilmente una spanna sopra gli altri)» e che «rischia di essere non uno dei migliori originali [le serie prodotte da Netflix] del 2017, ma dell’intera storia di Netflix». Tra le recensioni di GLOW scritte in questi giorni ci sono diversi elementi comuni sul perché la serie sia bella.

È seria
Anche nella serie di Netflix a un certo punto le donne devono scegliere dei personaggi da interpretare sul ring, e devono capire se scegliere certi personaggi vuol dire cedere a uno stereotipo o scherzarci su e quindi combatterlo. Gilbert ha scritto che «GLOW si diverte a far vedere come le sue protagoniste siano alle prese con certi stereotipi, mostrando allo stesso tempo come quelle donne siano in realtà molto più complesse e interessanti». Darren Franich di Entertainment Weekly ha scritto che la serie «esamina gli stereotipi, li ingigantisce e poi li smonta».

È ben recitata
È praticamente impossibile trovare qualcuno che parli male del cast, soprattutto dei tre protagonisti. Gilbert ha scritto di aver in particolare apprezzato il personaggio di Maron, il regista: «è così bravo da rubare praticamente ogni scena in cui compare».

È divertente
Una delle cose più apprezzate di GLOW è che riesce a parlare di temi seri e ad avere momenti drammatici facendo allo stesso tempo ridere. Hank Stuever del Washington Post ha scritto che «anziché arrovellarsi in lunghi sermoni ha un ritmo serrato e una leggerezza di fondo». Il personaggio che ha più momenti per far ridere è quello di Sam, ma ci sono anche varie situazioni comiche nate dal fatto che ci siano 13 donne – diverse, che non si conoscono – che si trovano a dover imparare una cosa di cui non sanno nulla, convivendo per gran parte del tempo.

È la cosa giusta se vi piace Orange is the New Black
Gilbert ha scritto che Ruth ha molte cose in comune con Piper, la protagonista di Orange is the New Black interpretata da Taylor Schilling, perché entrambe sono, o almeno sembrano, «serie, presuntuose e interessate solo a loro stesse». Aisha Harris di Slate ha scritto anche che in entrambe le serie «una donna giovane, bianca e attraente è il cavallo di Troia usato per accompagnare poi lo spettatore in una serie di sotto-trame e personaggi di vario tipo». Daniel Fienberg di Hollywood Reporter ha scritto che si tratta in entrambe le serie di un cast quasi solo femminile e dell’esplorazione di uno spazio tipicamente associato agli uomini: la prigione o il ring.

È molto anni Ottanta
Questa è la colonna sonora: