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  • venerdì 12 maggio 2017

La brutta fine di stagione di James Harden

Uno dei più forti dell'NBA, candidato a vincere il premio per il migliore della stagione, ha giocato malissimo la partita più importante dell'anno

(Ronald Martinez/Getty Images)

Nella notte tra giovedì e venerdì la squadra di NBA dei San Antonio Spurs ha vinto per 114 a 75 contro gli Houston Rockets, nella gara 6 delle semifinali della Western Conference dei playoff, in cui si incontrano le migliori squadre della stagione regolare. Gli Spurs hanno eliminato i Rockets, con la loro quarta vittoria nella serie, che è finita 4 a 2: incontreranno i Golden State Warriors in finale di Conference. È stata una sconfitta molto pesante per i Rockets, per diversi motivi che vanno oltre l’eliminazione dai playoff. È arrivata in casa, innanzitutto. Poi è stata una sconfitta larghissima, di 39 punti, la terza più larga in una partita di playoff in cui una squadra rischiava l’eliminazione. Gli Spurs, poi, non sono al massimo della forma: in gara 2 Tony Parker, storico playmaker della squadra, si è infortunato al ginocchio e rimarrà fuori per il resto della stagione; in gara 5 si è poi infortunato (leggermente) Kawhi Leonard, il giocatore più forte della squadra.

Ma soprattutto, l’aspetto più discusso e notevole della sconfitta di questa notte è stata la prestazione di James Harden, il più forte giocatore dei Rockets e uno dei migliori di tutta la NBA, che ha disputato una stagione regolare a livelli altissimi e che è uno dei due principali candidati a vincere l’MVP, il premio assegnato al miglior giocatore della stagione regolare. Harden, uno che nelle 81 partite che ha giocato nella stagione regolare ha tenuto la seconda media di punti segnati della NBA, con 32,4 a partita, e la prima per quanto riguarda gli assist, con 11,2, ieri sera ha segnato soltanto 10 punti, con due soli canestri dal campo, e ha perso sei palloni.


Un riassunto della partita di Harden.

Harden è uno dei giocatori più forti degli ultimi anni, e la partita di ieri non lo mette in discussione. È una guardia, che per come funzionano i ruoli nella NBA da una decina d’anni vuol dire che porta il pallone in attacco palleggiando, che tira da fuori, che penetra in area, che fa gli assist. E Harden fa tutte queste cose molto bene: ha una gran visione di gioco, è uno dei migliori tiratori da tre, ha una capacità incredibile di saltare l’uomo in palleggio e arrivare a tirare sotto canestro resistendo ai contatti dei difensori e sa fare passaggi precisi e imprevedibili. Ieri sera ha fatto poco di tutto questo, però.


Un esempio: Houston aveva il pieno controllo del pallone, e Harden l’ha perso senza che gli Spurs abbiano avuto bisogno di metterlo in difficoltà.

I playoff sono normalmente il momento in cui i grandi giocatori alzano ulteriormente il livello delle proprie prestazioni: Harden gioca in una squadra forte ma in cui è lui, per distacco, il giocatore più capace. È normale in queste situazioni che la stella della squadra si faccia carico da solo di intere partite, soprattutto quelle decisive: come ha fatto spesso LeBron James con i Cleveland Cavaliers, o come sta facendo John Wall con i Washington Wizards in questi playoff. Harden, nella partita più importante di tutte, dopo aver trainato la squadra per 82 partite di stagione ricevendo meritate lodi e apprezzamenti per mesi, non ha reagito bene, nonostante giocasse in casa.


Un altro pallone buttato via senza un vero motivo da Harden.

Harden ha preso il suo primo tiro della partita dopo 18 minuti di gioco, a metà del secondo tempo, quando gli Spurs erano già in vantaggio di 21 punti. Le sue doti da playmaker sono emerse soprattutto in questa stagione, in cui ha adottato spesso la tecnica di tirare subito diverse volte da tre punti (segnando, quasi sempre), in modo da attirare i raddoppi di marcatura degli avversari nelle azioni successive e passare la palla ai suoi compagni liberi bravi da tre, come Trevor Ariza o Eric Gordon. Ieri sera non è successo. In tutto il primo tempo ha provato soltanto due tiri dal campo.


Una delle poche azioni della partita in cui Harden ha fatto vedere che cosa è capace di fare.

Il grande punto debole di Harden è sempre stato la difesa: per questo è anche spesso preso in giro, e in molti si chiedono se non sia capace di difendere o se semplicemente non sia così portato al sacrificio fisico in difesa. Ieri sera il problema è stato però nella fase offensiva, quella in cui è praticamente sempre dominante. Ha sbagliato tiri da tre molto semplici, che normalmente avrebbe segnato. Ha sbagliato appoggi da sotto il canestro in penetrazione. Ha gestito male diverse azioni. Non è riuscito a riprendere il controllo della partita nei momenti in cui bisognava farlo.


Esempio di difesa sbagliata di Harden: la responsabilità di marcare Pau Gasol (il 16 degli Spurs) è sua, in questa azione. Tra i due c’è un cosiddetto “mismatch”, cioè un confronto tra due giocatori in cui uno parte avvantaggiato: in questo caso Gasol, che è più alto e sotto canestro è più efficace. Il modo migliore di impedirgli di segnare per Harden sarebbe non fargli ricevere il pallone. Invece si distrae, e Gasol con un colpo d’anca si crea lo spazio per segnare indisturbato.

In molti hanno scritto che quella di Harden è stata una delle peggiori prestazioni di un candidato all’MVP della storia recente, insieme a quella di Kobe Bryant dei Los Angeles Lakers contro i Phoenix Suns nel primo turno dei playoff del 2006 o a quella di LeBron James, quando giocava nei Miami Heat, in finale nel 2011 contro i Dallas Mavericks. Le attenuanti che sono state proposte non sono molto solide: un suo recente infortunio alla caviglia mai recuperato perfettamente, una botta all’anca subita in gara 2, un raffreddore. Ma molti commentatori sportivi hanno interpretato la partita di ieri sera come una dimostrazione di una teoria piuttosto diffusa: Harden non gioca bene – non come un MVP, almeno – nei momenti cruciali.

Come ha spiegato Zito Madu su SB Nation, Harden è efficace quando può giocare con calma e ragionando, gestendo gli attacchi in modo da leggere le scelte della difesa avversaria e approfittando dei suoi errori. Quando le partite diventano caotiche, come quella di ieri sera, o come l’ultima parte di gara 5, in cui la sua prestazione era calata improvvisamente, Harden spesso non riesce a esprimersi al meglio. In questi playoff gli è capitato di sbagliare soprattutto quando i Rockets erano in svantaggio: a volte la ragione era anche la stanchezza, visto che Harden passa pochissimi minuti a partita in panchina, e praticamente è il perno di tutte le azioni offensive della sua squadra, cosa che comporta un enorme sforzo sia fisico sia mentale. Ma i momenti finali della partita sono anche quelli decisivi, in molti casi, e quelli in cui i grandi campioni risolvono le situazioni di difficoltà con giocate incredibili. Ieri sera, e anche nelle partite prima, non è capitato con Harden, che invece è spesso stato indeciso nelle azioni decisive, rinunciando a battere in uno contro uno difensori molto più deboli, apparentemente aspettando che comparisse in qualche modo una soluzione alternativa.

Come ricorda Madu, era un difetto che aveva anche James (che ha 5 anni in più di Harden) all’inizio della carriera, e che invece sembra non esistere in Russell Westbrook, il principale rivale di Harden per l’MVP, che nei minuti più frenetici e delicati delle partite sa quasi sempre farsi carico della sua squadra. Madu crede che la soluzione, per Harden, sia convincersi che ci sono situazioni in cui bisogna essere «il toro nel negozio di porcellana», e risolvere le situazioni con irruenza e decisione. «Harden è il migliore giocatore in campo in quasi tutte le partite. Dovrebbe vedersi nei momenti più critici, non solo quando le circostanze sono perfette».

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