Sarah Andersen e le ragazze nei fumetti

Due chiacchiere con l'autrice americana che disegna "Sarah's Scribbles", a Milano per presentare il suo nuovo libro italiano

di Ludovica Lugli – @Ludviclug
La fumettista Sarah Andersen, durante il suo secondo tour in Italia, il 20 aprile 2017 (ANSA/CESARE ABBATE)

Sarah Andersen, la fumettista americana autrice delle strisce autobiografiche Sarah’s Scribbles, ha i capelli tagliati molto corti e sorride molto, nel modo in cui sorridono le persone timide: ed è molto più bella di come si disegna. Forse è per questa differenza con il suo personaggio – una ragazza un po’ goffa, spettinata, che porta maglioni e felpe larghe – che alla fine della presentazione della sua ultima raccolta di strisce alla fiera Tempo di Libri non ci sono quasi domande: come se il pubblico, pur appassionato al suo lavoro, fosse intimorito dalla sua presenza fisica, quella reale e non disegnata. Andersen ha un abito nero, con dei fiori ricamati, un anello con una pietra gialla, e una passata impeccabile di smalto rosso sulle unghie lunghe. Lo spazio in cui è stato organizzato l’incontro è pieno, ci sono molte persone in piedi, nonostante sia ora di pranzo: in gran parte donne, in gran parte giovani, probabilmente molte sono tra i più di due milioni di persone che seguono settimanalmente le strisce di Andersen sulla pagina Facebook Sarah’s Scribbles, aggiornata ogni mercoledì e sabato.

Probabilmente molte di loro si identificano nella versione disegnata di Andersen, un personaggio senza nome che come lei fa la disegnatrice e ha a che fare con i problemi – problemi da primo mondo, li chiamiamo – di molte persone tra i venti e i trent’anni, come rispettare le scadenze, gestire l’ansia, smettere di ritardare la sveglia, accettare il proprio aspetto fisico e riuscire a parlare con una persona attraente a una festa. Oltre alla protagonista ci sono varie amiche e fidanzati, gatti, e alcuni personaggi che rappresentano tratti della protagonista con cui lei si trova a parlare: un coniglietto, che è una specie di grillo parlante (non troppo diverso dall’armadillo di Zerocalcare), e il suo stesso cervello e il suo utero, che intervengono a complicarle la vita, ad esempio dimenticandosi le cose importanti oppure provocando il suo cattivo umore. Il titolo originale della prima raccolta delle strisce era Adulthood Is a Myth, cioè “L’età adulta è un mito”.

GROSSO_MORBIDOSO_BOZZOLO_FELICE_conigliettoda Un grosso morbidoso bozzolo felice di Sarah Andersen, BeccoGiallo (2017)

Sarah Andersen ha 24 anni e vive a Brooklyn, a New York. È cresciuta tra il Connecticut, la Danimarca e la Germania. Ha studiato per diventare illustratrice e oltre al sito dedicato a Sarah’s Scribbles ne ha un secondo per i suoi lavori di illustrazione, realizzati in stili molto diversi rispetto a quello delle strisce, tra cui uno in cui sembra che Andersen si disegni più bella. In questo periodo sta lavorando alle illustrazioni per un libro di Andy Weir, l’autore del romanzo da cui è stato tratto il film The Martian. È però molto più famosa come fumettista che come illustratrice, per ora: Adulthood Is a Myth è stato tradotto in dodici lingue. Il primo paese dopo gli Stati Uniti in cui è stato pubblicato è l’Italia, con il titolo Crescere, che palle!: è stato pubblicato – come il nuovo Un grosso morbidoso bozzolo felice – da BeccoGiallo, una casa editrice di fumetti solitamente di temi più seri, “di impegno civile”. Andersen ha già fatto due tour in Italia e dice che Milano, dove ha passato il suo tempo libero in giro nei negozi, assomiglia a New York.

Alla fine di un’attesa imbarazzante e di un commento riempitivo di Licia Troisi, la scrittrice di fantasy e astrofisica che ha condotto la presentazione, arriva una domanda dal pubblico, fatta da un ragazzo: «Non ti sembra di essere troppo indulgente con te stessa?». Andersen risponde di no, per quanto sia ovvio che in una serie di strisce di ispirazione autobiografica ci sia un certo «naturale narcisismo». Nella sala si percepisce un’approvazione nei suoi confronti: nelle sue strisce Andersen si sforza di rappresentare difetti, insicurezze e difficoltà comuni a molte persone della sua età e ciò che ottiene è un forte grado di immedesimazione in chi la segue: e nessuno ha voglia di sentirsi dire che è troppo indulgente con se stesso quando legge una striscia proprio per condividere e assolvere i propri difetti.

Andersen spiega che sono proprio queste esperienze personali condivise la cosa che cerca di rappresentare nelle sue strisce e che il fatto di non dare un nome alla loro protagonista serve anche per aumentare il senso di identificazione nei lettori. Per la stessa ragione spesso le esperienze sono esagerate o rese in modo caricaturale, che poi è il motivo per cui sono molto divertenti.

GROSSO_MORBIDOSO_BOZZOLO_FELICE_libreriada Un grosso morbidoso bozzolo felice di Sarah Andersen, BeccoGiallo (2017)

Sarah Andersen sembra timida, o comunque intimidita dal parlare in pubblico. Non è una novità per chi segue le sue strisce: ce n’è una in cui piuttosto che parlare in pubblico il suo personaggio decide di buttarsi su un mucchio di serpenti. Durante tutta la fiera Andersen ha passato tanto tempo allo stand di BeccoGiallo a firmare copie del suo libro. Il giorno dopo la presentazione niente più vestito con fiori ricamati: indossa una felpa molto larga, un modello maschile, di quelle tanto amate – e rubate ai fidanzati – dalla protagonista di Sarah’s Scribbles. Chissà se col tempo, col “diventare grande” della sua autrice, la protagonista delle strisce cambierà: Andersen spiega che è una domanda che le viene fatta spesso e che non ha una risposta definitiva, anche se pensa che il carattere non cambierà e che per lei le strisce non parlano soprattutto del “diventare grandi”. Sono un modo per esprimere una serie di sentimenti e modi di essere, spesso di quelli che ci sembrano solo nostri e di cui non andiamo fieri.

GROSSO_MORBIDOSO_BOZZOLO_FELICE_personada Un grosso morbidoso bozzolo felice di Sarah Andersen, BeccoGiallo (2017)

In molte delle strisce di Sarah Andersen appaiono sia uomini che donne, ma Sarah’s Scribble è diversa da molte altre strisce a fumetti famose – quasi tutte scritte da uomini – perché racconta anche problemi esclusivamente femminili, come andare in vacanza quando si hanno le mestruazioni, essere molestate quando si cammina per strada e doversi depilare le gambe. Andersen ha detto che effettivamente nel mondo dei fumetti c’è stato per lungo tempo un grande silenzio sull’esperienza femminile e che per questo quando era più giovane, oltre alle strisce di Cathy Guisewite, leggeva soprattutto manga rivolti a ragazze.

Il problema di quei manga era che parlavano tutti di storie d’amore, salvo alcune eccezioni: ad esempio Yotsuba &! di Kiyohiko Azuma che ha per protagonista una bambina di cinque anni che ha in parte ispirato (insieme a Ponyo di Hayao Myazaki) il personaggio di Sarah’s Scribbles. Un’altra fumettista con un punto di vista femminile è Allie Brosh, che Andersen definisce «una delle mie eroine» e «una che ha aperto un sacco di porte». Sia Brosh che Andersen fanno parte di quel gruppo di autori – non solo di fumetti, ma anche di serie tv, ad esempio – che negli ultimi anni hanno cominciato a creare personaggi femminili più complessi e problematici o più divertenti, non piatti o idealizzati negli stereotipi tradizionalmente associati alla femminilità. Andersen in particolare pensa che il suo lavoro sia in controtendenza con il modo di mostrare la propria vita sui social network, per come li usano molte persone, facendo di tutto per mostrarla perfetta di fronte agli altri.

GROSSO_MORBIDOSO_BOZZOLO_FELICE_uteroda Un grosso morbidoso bozzolo felice di Sarah Andersen, BeccoGiallo (2017)

Sarah Andersen non ama che i suoi fan associno la sua immagine a quella delle sue strisce. Anche se non si nega ai selfie né alle fotografie da mettere sui social network di editori e giornalisti, non mostra sue fotografie sulle sue pagine social, almeno quelle legate al lavoro. Dice di condividere aspetti molto intimi della propria vita con le sue strisce, ma ci tiene che non parlino esattamente di lei e questa è un’altra ragione per cui il suo personaggio non ha nome. Vuole tenere i due piani separati, come tiene separato il suo lavoro con le strisce da quello di illustratrice, e il mondo “bolla” delle fiere e dei festival di libri (più spesso di fumetti) da quello reale, in cui è solo una ragazza che vive a Brooklyn.

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