(AP Photo/Wong Maye-E, File)
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  • giovedì 27 aprile 2017

Kim Jong-un non è pazzo

La famiglia che da settant'anni governa la Corea del Nord è molto più abile e razionale di quanto si pensi di solito, scrive Foreign Policy

(AP Photo/Wong Maye-E, File)

Negli anni Ottanta la Corea del Nord era derisa da quelli che in teoria erano i suoi stessi alleati, i paesi del blocco comunista. La famiglia che dominava il paese, i Kim, aveva mantenuto la Corea del Nord in uno stato che sembrava primitivo anche ai leader dell’Europa orientale: culto della personalità, estesi apparati repressivi e un’economia completamente centralizzata e assolutamente inefficiente. Gli alleati comunisti suggerirono alla Corea del Nord che avrebbe dovuto intraprendere la strada di leader riformisti come l’ungherese Karoly Grosz, che all’epoca stavano iniziando un periodo di controllate aperture ai cambiamenti economici e alle riforme politiche.

Come racconta su Foreign Policy Andrei Lankov, professore all’università di Seul, oggi i leader come Grosz e il loro “socialismo aperto” sono finiti nel dimenticatoio della storia, mentre i Kim governano ancora la Corea del Nord e la loro presa sul potere appare più solida che mai. C’è una chiara lezione dietro questa storia, scrive Lankov: i Kim non sono degli eccentrici folli imprevedibili. Sono una dinastia di leader abili e spregiudicati, che per più di 70 anni sono riusciti a rimanere alla testa di uno stato totalitario, sopravvivendo a prove che avrebbero spazzato via quasi ogni altro regime.

Analizzando i comportamenti dei leader nordcoreani di solito ritenuti più bizzarri, scrive Lankov, si può trovare dietro ognuno di essi una ragione perfettamente razionale. I Kim, e in particolare l’attuale dittatore Kin Jong-un, conoscono bene le minacce al loro potere e adottano soluzioni, spesso apparentemente inspiegabili, per farvi fronte. Secondo Lankov, le minacce al regime sono principalmente tre.

La prima e più concreta è un intervento militare straniero. I leader talebani, Saddam Hussein e Muammar Gheddafi sono stati tutti rimossi dal potere con la forza, gli ultimi due dopo che attacchi aerei o accordi diplomatici ne avevano eliminato il programma nucleare. I Kim, scrive Lankov, hanno imparato questa lezione: l’arma nucleare è la migliore assicurazione che possiedono contro un tentativo di “cambio di regime”. I timori di un attacco nucleare nordcoreano contro il Sud o addirittura contro gli Stati Uniti, al momento, secondo Lankov sono fantasie. Per quanti danni possa causare l’esercito nordcoreano, una guerra con i suoi vicini porterebbe alla fine del regime dei Kim, che è l’unica cosa a cui i Kim tengono veramente. Le posture aggressive e guerresche dei nordcoreani, le parate e le minacce apparentemente ridicole fanno parte di questa strategia di deterrenza, secondo Lankov.

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Kim Jong-Un insieme ad alcuni generali davanti a una mappa che rappresenta direttrici d’attacco nucleare contro gli Stati Uniti (KCNA)

Per Kim Jong-un farsi fotografare davanti a una cartina che mostra un piano di attacco nucleare contro gli Stati Uniti è un modo molto chiaro di segnalare la sua disponibilità ad attaccare gli Stati Uniti in risposta a qualsiasi minaccia concreta. I video di propaganda che mostrano Washington ridotta a un cumulo di macerie possono far ridere, ma, dal punto di vista di Kim, fanno chiaramente capire ai suoi avversari che se messo in un angolo ricorrerà a tutta la sua forza pur di difendere il regime e non avrà sussulti di coscienza all’ultimo minuto. È una strategia che ha avuto apparentemente successo: il regime dei Kim è ancora in piedi, a differenza di quelli di molti altri dittatori costretti in un modo o nell’altro ad abbandonare il loro programma nucleare, come Gheddafi.

Il secondo rischio più grande per il regime è un colpo di stato interno da parte dei militari. Questo timore giustifica un’altra serie di scelte apparentemente irrazionali: l’uccisione di numerosi generali e di altre figure vicine ai vertici del regime, come lo zio di Kim Jong-un e il suo fratellastro Kim Jong-nam. Sono uccisioni che spesso avvengono in maniera rocambolesca (mentre a volte ci pensano i media occidentali a raccontarle in questa maniera). Kim, infatti, è molto giovane e prima di accedere al potere, un anno prima della morte di suo padre Kim Jong-il, non aveva alcuna esperienza di governo. È un leader, in altre parole, che ha più di un motivo di temere i suoi esperti e anziani generali.

Anche l’uccisione del fratellastro Kim Jong-nam, secondo Lankov, rispecchia questo timore. Kim Jong-nam viveva in esilio ed è stato ucciso con un panno intriso di gas Sarin all’aeroporto di Kuala Lumpur, in Malesia. In molti hanno trovato inspiegabile l’assassinio di una persona che viveva lontana dalla Corea del Nord e apparentemente non era coinvolto nei suoi meccanismi di potere. Lankov, però, ricorda che era comunque un appartenente alla dinastia dei Kim e quindi portava con sé parte del carisma mistico che la propaganda ha creato intorno alla famiglia. Potenzialmente sarebbe potuto divenire in qualsiasi momento una persona intorno alla quale raccogliere una cospirazione delle élite nordcoreane. Il fatto che fosse protetto dalla Cina, un riluttante alleato della Corea del Nord interessato più alla stabilità dell’area che alla sopravvivenza di Kim Jong-Un, rendeva questa prospettiva ancora più concreta. Anche il suo omicidio, quindi, appare del tutto razionale.

Il terzo pericolo per il regime è una rivolta popolare e questo, secondo Lankov, spiega l’ultima apparente irrazionalità del regime: il fatto che mantenga il paese in una sorta di medioevo economico. La Corea del Nord non ha vissuto nessuna delle grandi aperture alle riforme economiche che hanno trasformato altri regimi comunisti, come la Cina degli anni Ottanta o il Vietnam degli anni Novanta. Ancora oggi rimane un paese estremamente povero, con una base industriale primitiva e un’economia a malapena in grado di assicurare la sussistenza al suo popolo. Secondo Lankov, però, anche dietro questa scelta si cela un disegno preciso.

La Corea del Nord si trova in una situazione molto più complicata della Cina degli anni Ottanta. I suoi vicini, come la stessa Cina e la Corea del Sud, sono immensamente più ricchi e sviluppati. Un sudcoreano è in media 12 o 14 volte più ricco di un nordcoreano. Aprire l’economia significherebbe accettare maggiori scambi e rapporti con la Corea del Sud e questo, a sua volta, significherebbe che molti sudcoreani viaggerebbero in Corea del Nord e molti nordcoreani viaggerebbero in Corea del Sud. In breve, l’enorme differenza economica tra i due paesi diventerebbe chiara per tutti i nordcoreani. Secondo Lankov, il risultato sarebbe che «persone comuni probabilmente inizierebbero a dare la colpa alla famiglia Kim per decenni di cattiva amministrazione e inizierebbero a sperare in una rapida riunificazione guidata dal Sud, in modo da migliorare la loro situazione economica in poco tempo. Qualsiasi tentativo di transizione al capitalismo, più che portare a un boom di tipo cinese, provocherebbe un collasso politico sul tipo di quello della Germania orientale, seguito dal ricongiungimento con il Sud (e la completa marginalizzazione dell’attuale élite, posto che i suoi membri riescano a superare il periodo di transizione)».

Questo non significa che il regime sia completamente sordo alle richieste della popolazione di migliorare la propria condizione di vita. Kim Jong-un e suo padre, Kim Jong-il, hanno entrambi permesso alcune piccole forme di liberalizzazione dell’economia, tollerando un crescente mercato nero, permettendo agli agricoltori di tenersi gran parte del loro raccolto e consentendo ai manager di alcune industrie una maggiore libertà, come la possibilità di assumere o licenziare dipendenti. Chi ha accumulato denaro, spesso grazie al contrabbando e altre attività illegali ma tollerate, oggi è incoraggiato a reinvestirlo, spesso in collaborazione con agenzie governative. Il risultato, secondo alcuni studi, è che la Corea del Nord ha un’economia che cresce di circa il 3 per cento annuo. Un livello inferiore a quelli dei suoi vicini, ma che al momento sembra sufficiente a garantire una vita migliore alla popolazione, senza al contempo rischiare di destabilizzare il regime.

Alla fine dell’articolo, Lankov si chiede se queste strategie possano funzionare per sempre. La risposta è che non è detto. La corsa alle armi nucleari potrebbe spingere gli Stati Uniti a un intervento militare. Instaurare un regime di terrore per controllare i militari potrebbe spingerli ad agire con più decisione, invece che tenerli mansueti. Le riforme economiche possono sfuggire di mano e trasformarsi in breve tempo in qualcosa di molto più ampio e pericoloso. Ma queste strategie possono anche continuare a funzionare per un tempo indefinito, e questo significa che il mondo dovrà fare i conti con la dinastia dei Kim ancora a lungo.

La lezione più importante, secondo Lankov, è che il mondo ha a che fare con un dittatore spregiudicato ma abilissimo a sopravvivere: non con un folle imprevedibile che può essere preso poco sul serio. Spingere la Corea del Nord a rinunciare alle armi nucleari è impossibile perché queste costituiscono la sua principale assicurazione sulla sopravvivenza del regime. «Kim Jong-un è razionale, ma lo sono anche i nordcoreani», scrive Lankov. Significa che, secondo lui, la migliore speranza per la Corea del Nord è nel suo popolo e nella sua capacità di tutelare i propri interessi. Il resto del mondo dovrebbe incoraggiare la crescita economica della Corea del Nord e la sua graduale apertura. I nordcoreani dovrebbero ricevere il massimo possibile delle informazioni su quel che accade nel resto del pianeta, in modo che abbiano tutti gli elementi per comprendere cosa è più conveniente per loro e spingere, dal basso, affinché il regime inizi a perseguire quella strada, invece che portare avanti gli interessi della dinastia regnante: quello che, nonostante tutto, i Kim si sono dimostrati abilissimi a fare per gli ultimi 70 anni.

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