Rosa Ortega con due dei suoi figli: Gracie Garza, che l'abbraccia, e Rene Garza, accanto a lei (Cooper Neill — The Washington Post)
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  • martedì 18 Aprile 2017

In Texas hanno condannato una donna a otto anni di carcere per aver votato illegalmente

La storia di Rosa Ortega, un'immigrata regolare messicana che credeva di poter votare e ha ricevuto la classica "pena esemplare"

di Robert Samuels – The Washington Post
Rosa Ortega con due dei suoi figli: Gracie Garza, che l'abbraccia, e Rene Garza, accanto a lei (Cooper Neill — The Washington Post)

Rosa Ortega si è svegliata con il suono di una guardia carceraria che urlava dentro ai suoi sogni. «È solo un incubo, è tutto finito», l’ha rassicurata Oscar Sherman, mentre i due stavano riposando nel suo condominio di pochi piani in una zona desolata di Grand Prairie, in Texas. «Ho qualcosa che non va in testa», ha detto Ortega più tardi quel pomeriggio, «faccio incubi, non riesco a mettere insieme il cibo, ho sempre tutto sotto controllo, ma mi fa male il cervello. Non riesco a smettere di pensare alla situazione». La situazione è che Ortega, che ha 37 anni, ha votato illegalmente negli Stati Uniti, diventando il volto nazionale dei brogli elettorali: un reato che il presidente Trump e altri politici Repubblicani vedono come un’epidemia che minaccia l’integrità delle elezioni statunitensi, nonostante non esistano prove a sostegno di questa tesi.

Ortega, che è nata in Messico ed è cresciuta in Texas, ha votato nella contea di Dallas dopo aver compilato un modulo di registrazione in cui sosteneva di essere una cittadina americana. Ha fatto poi la stessa cosa spostandosi di una contea, portando gli investigatori a bussare alla sua porta. Ortega ha detto che credeva di poter votare perché aveva una green card, un permesso di soggiorno permanente. Non è sufficiente? Non lo è. Dopo esser riuscito a condannare Ortega, l’assistente procuratore generale del Texas Jonathan White ha chiesto ai giurati di comminarle una pena equa. Prima di Ortega, l’aggettivo “equo” avrebbe comportato per lei una pena minore: lavori socialmente utili o libertà vigilata. Nelle 38 cause per voto illegale avvenute in Texas dal 2005 solo un imputato è stato condannato a più di tre anni di carcere, ed era un funzionario pubblico che aveva ammesso di aver consentito la registrazione di persone che non avevano la cittadinanza americana, perché l’aiutassero a vincere un’elezione. A febbraio 2017, però, il concetto di “equo” era cambiato.

«Otto anni», si ricorda di aver sentito Ortega, mentre la sua famiglia iniziava a tirare su con il naso in fondo al tribunale. Dopo la sentenza, probabilmente sarebbe stata espulsa in Messico. «Perché?», si è chiesta Ortega, «perché io, Dio? Otto anni per aver firmato un pezzo di carta nel modo sbagliato. Non sapevo quello che stavo facendo. Non ho precedenti penali. Perché devo fare io da esempio?». Il suo avvocato difensore, Clark Birdsall, ha detto che era talmente arrabbiato con i membri della giuria da non riuscire nemmeno a guardarli. Birdsall, però, non dà tutta la colpa a loro. Quando era ancora un candidato alle presidenziali americane, Donald Trump sosteneva che le elezioni fossero truccate; da presidente, ha detto, senza che ci fossero prove, che a fagli prendere meno voti di Hillary Clinton sarebbero stati 5 milioni di voti illegali. Sostenendo che il Messico non manderebbe negli Stati Uniti i suoi cittadini «migliori» e con i suoi appelli alle espulsioni di massa, poi, Trump ha alimentato «un senso di ostilità» verso le minoranze, ha detto Birdsall, che ha aggiunto di pensare che il clima abbia contribuito a «distorcere il punto di vista dei giurati».

Il caso di Ortega ha iniziato a circolare molto negli Stati Uniti, un paese diviso sulla portata e l’impatto dei brogli elettorali e l’affermazione delle opinioni sui fatti. La dura sentenza contro di lei è servita a fare da deterrente contro un problema sociale, o è stata la conseguenza di una specie di leggenda metropolitana? Per Ortega – che ha già passato un mese in carcere e adesso è stata scarcerata in attesa della sentenza d’appello – le conseguenze sono state pesanti. Ortega – di nuovo: un’immigrata con regolare permesso di soggiorno – abbandonò la scuola quando frequentava l’equivalente della prima media, ha quattro figli adolescenti, ha fatto lavori temporanei, andava in chiesa e adorava abbracciare i suoi chihuahua di razza mista. Viveva con Sherman, i suoi figli e i suoi cani in un appartamento all’interno di un condominio di due piani con la vernice scrostata e un condizionatore rotto, circondato da un negozio di duplicazione di chiavi con le assi di legno a porte e finestre, un parcheggio vuoto e un minimarket.

Un recente pomeriggio tre dei suoi figli e due dei suoi cani, Little Girl e Mae, si sono sistemati sul divano vicino a lei mentre guardava dei film con Halle Berry. La figlia più piccola – Gracie, che ha 12 anni – stava attaccata a sua madre, legandole i capelli castani che le arrivano in vita in una lunga treccia. Su un tavolo traballante c’erano delle fette di pizza mangiucchiate con i loro cartoni. Di punto in bianco Ortega ha chiesto: «Chi viene con me in Messico?». «Ci vengo io, mamma», ha risposto Gracie. «Io non ci vado», ha detto Clara, 14 anni, «ma verrò a trovarti». Il figlio maggiore di Ortega, il sedicenne Rene, si è fermato e ha guardato in basso. «Io adesso non posso», ha detto. Di recente la sua ragazza si era trovata in mezzo a una sparatoria ed era stata colpita a una gamba, e Rene non poteva pensare di andarsene senza di lei. «Sta soffrendo», ha detto. Ora era Ortega a guardare in basso. La sua voce ha cominciato a spezzarsi «È positivo che tu stia pensando al tuo futuro», ha detto. Il futuro di Ortega, invece, sembrasse dipendere da un paese che secondo lei aveva perso la sua compassione. Dopo il processo il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, aveva detto che «il messaggio della sentenza è che chi viola la legge elettorale dello stato sarà perseguito fino in fondo». Per Ortega è stato più di un insulto. È stato un tradimento. «Ho pure votato per lui», ha raccontato.

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Rosa Ortega con due dei suoi figli, Gracie Garza e Rene Garza, a Grand Prairie, a marzo (Cooper Neill — The Washington Post)

Ortega ha molte delle caratteristiche che i Repubblicani ricercano in campagna elettorale, soprattutto in Texas: giovane; donna; ispanica. Prima di incontrare Sherman non era molto interessata alla politica; suo padre però adorava Fox News e Ortega non ci ha messo molto per scoprire che anche per lei era lo stesso. «Mi è sempre piaciuta l’idea che le persone facciano le cose da sole ed essere a favore delle aziende», ha raccontato, spiegando perché era una Repubblicana. «E poi sono religiosa».

Ortega votò per la prima volta nella contea di Dallas nel 2004, come mostrano alcuni registri. In un modulo della contea le veniva chiesto se era cittadina statunitense. La domanda per Ortega era più difficile di quanto sembrava. Fin da quando era neonata, Ortega ha rimbalzato da una parte all’altra del confine con sua madre. Quando aveva più o meno 13 anni si stabilì a Dallas, dopo aver ottenuto una green card, anche se lei ribadisce che nessuno le aveva spiegato cosa significasse. Parlava inglese con una leggera pronuncia nasale e adorava i barbecue, e si è sempre considerata «più di una semplice immigrata». Se la contea le stava chiedendo di scegliere, Ortega non aveva dubbi su quale descrizione la rappresentasse al meglio: cittadina statunitense.

Nel 2006, due anni dopo essersi registrata per il voto per la prima volta, l’allora procuratore generale Greg Abbott iniziò una campagna per estirpare «l’epidemia dei brogli elettorali». Negli Stati Uniti non esiste un documento d’identità obbligatorio per tutti (esistono il passaporto o la patente, ma si possono avere come non avere) e per votare quindi basta andare al seggio e dichiarare il proprio nome. I Repubblicani chiedono da anni di introdurre una legge che preveda l’obbligo di esibire un documento al seggio, per prevenire brogli, ma non sono mai state dimostrate irregolarità rilevanti nel voto; i Democratici del Texas inizialmente concordarono che una foto identificativa obbligatoria potesse essere una buona idea. Il deputato Democratico del Texas Rafael Anchia disse di essere stato aperto rispetto a questi tentativi, ma poi raccontò di aver «iniziato a vedere delle crepe. Cominciai a chiedermi quale fosse il punto. Era evidente che l’obiettivo fosse sopprimere il voto delle persone di colore». Le persone più povere e delle minoranze etniche sono infatti quelle che nella maggior parte dei casi non hanno un documento identificativo. Il sostegno all’iniziativa si dissolse ulteriormente dopo una presentazione in PowerPoint di Abbott. La slide numero 25 mostrava una fila di persone che si erano messe in coda per votare illegalmente: erano tutti neri. La slide numero 61 riportava un timbro che incoraggiava a fare esami per l’anemia falciforme, una malattia diagnosticata comunemente nei neri, come esempio di «timbro insolito» che avrebbe dovuto suscitare dei dubbi di illeciti.

Democratici e Repubblicani concordano sul fatto che in Texas ci sia un problema d’apatia tra gli elettori: nel 2016 solo West Virginia, Tennessee e Hawaii hanno avuto tassi minori di partecipazione al voto. Secondo i Democratici il motivo è la lunga storia di intimidazioni nei confronti degli elettori che fanno parte delle minoranze etniche. Alcuni avvocati hanno portato lo stato in tribunale ogni volta che dal 1970 i legislatori avevano provato a ridisegnare i confini delle circoscrizioni elettorali, sostenendo che fossero dei tentativi di smorzare il potere di voto delle crescenti comunità di neri e ispanici: hanno sempre vinto. I Repubblicani dicono che la bassa affluenza derivi dalla convinzione radicata che il sistema sia truccato. «In Texas c’è uno schieramento che vince e l’altro che pensa che abbia imbrogliato», ha detto il deputato Repubblicano del Texas Phil Stephenson, che viene dalla zona sudorientale dello stato, «probabilmente è per questo che sempre più persone non vanno a votare». I Democratici sono sempre riusciti a respingere i tentativi di approvare una legge sull’introduzione di un documento identificativo per gli elettori fino all’aumento della popolarità del Tea Party e quando, nel 2011, il governatore del Texas Rick Perry accelerò il passaggio della misura in un parlamento statale a stragrande maggioranza Repubblicana. Dopo cinque anni di battaglie legali, a luglio la Corte d’Appello degli Stati Uniti ha giudicato la legge discriminatoria, revocandola.

Quest’anno i Repubblicani nel Parlamento del Texas stanno cercando di fare approvare un’altra legge per introdurre l’obbligo di esibizione di un documento identificativo al seggio elettorale, nonostante nessuna agenzia statunitense sia riuscita a identificare l’esistenza di brogli diffusi (l’indagine di Abbott ha portato all’individuazione di soli 38 casi di voti illegali su oltre 20 milioni di voti). Oggi i legislatori texani sostengono che la legge sia necessaria non soltanto perché credono ci sia un problema, ma perché hanno creato la percezione che esista. «Non so se i brogli elettorali esistono, ma so che le persone hanno bisogno di avere fede nel nostro sistema», ha detto la deputata Repubblicana Cecil Bell, della contea rurale Waller. «La nostra Costituzione poggia sul diritto di avere un sistema elettorale affidabile. È una cosa che non dovrebbe essere ignorata o lasciata irrisolta».

Rosa Ortega è tra quelli che sono d’accordo con quest’idea. Conosce bene il problema delle persone che non si fidano del processo di voto. È innamorata di uno di loro. Il 27enne Oscar Sherman è un camionista dai capelli rossi, orgoglioso di essere un conservatore del Texas a tal punto da dire di essere uno «dei pochi a non aver voltato le spalle a W.», riferendosi all’ex presidente Repubblicano George W. Bush. Nonostante questo, Sherman non vota. Ha detto che crede che il sistema sia troppo corrotto. «I brogli elettorali avvengono tutti i giorni», ha detto ,«e non sono solo i messicani… Non devo nemmeno dimostrarlo. So che ci sono dei morti che votano e persone che non dovrebbero farlo ma votano lo stesso». Durante il processo di Ortega, l’accusa ha chiesto a Sherman se avesse il sospetto di essere fidanzato con una di queste persone. La sua risposta, ha raccontato, è stata: «Questa è una domanda idiota». «Quando conosci una persona», ha detto Sherman, «la guardi fisso negli occhi e le chiedi cosa le piace fare. Non le chiedi qual è il suo status di cittadinanza».

Sherman guardò fisso negli occhi Ortega per la prima volta in un locale di Dallas nel 2008, che frequentava regolarmente la mattina e dove prendeva in giro le cameriere nuove che gli servivano il tè in un bicchiere invece che in una tazza d’asporto. I due uscirono per un paio di appuntamenti e iniziarono ad andare d’accordo: due texani loquaci che adoravano guardare film. Ortega imparò ad amare gli Stati Uniti, visitando tutti i 48 stati continentali con Sherman, che le insegnò anche a sparare al suo primo maiale. Dopo due anni, i due decisero di sposarsi. «Non pensavo che mi sarei potuta innamorare di un uomo come lui», ha raccontato Ortega, «ma era gentile e divertente». Nel giro di qualche mese Ortega e i figli che aveva avuto da un matrimonio precedente si trasferirono nella casa a Dallas di Sherman, che fu orgoglioso di essere la persona che manteneva la famiglia. «Lei mi fa sentire benissimo, mi fa sentire uomo», ha raccontato Sherman.

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Rosa Ortega e Oscar Sherman, a Grand Prairie (Cooper Neill — The Washington Post)

Nel 2014 la famiglia si trasferì da Dallas alla contea di Tarrant – passando da una contea Democratica a una Repubblicana – in modo che i figli di Ortega potessero frequentare delle scuole migliori. Il 21 ottobre di quell’anno Ortega compilò un modulo per registrarsi come elettrice, questa volta spuntando la casella per indicare che non era una cittadina statunitense. La scelta fu corretta, ma l’avvocato di Ortega ha detto che fu anche «un errore». Ortega pensava di essere una cittadina americana e contrassegnò la casella sbagliata. White, che durante il processo ha sostenuto l’accusa contro Ortega, ha pensato che «probabilmente si era dimenticata» che doveva indicare di essere una cittadina per poter votare. Ortega andò al seggio decisa a votare per Abbott, il procuratore generale intenzionato a sradicare il problema dei brogli elettorali, come nuovo governatore del Texas. Quando le fu impedito di votare, stando a entrambi gli avvocati, telefonò al dipartimento elettorale della contea per chiarire la situazione. Il supervisore le disse che le possibilità erano due: o era una cittadina americana e poteva votare, oppure aveva contrassegnato la casella sbagliata, ha raccontato Birdsall. Ortega chiese un altro modulo e questa volta indicò di essere una cittadina statunitense, come sostengono entrambi gli avvocati.

Quasi un anno dopo, quando erano circa le nove e mezza dell’8 ottobre 2015, Ortega aprì la porta di casa, trovando due investigatori con dei cani che le chiesero di uscire e registrarono di nascosto la conversazione.

«Pare che abbia fatto richiesta di essere registrata per votare», disse il sergente Boone Caldwell a Ortega, secondo la trascrizione della conversazione.

«Mmhmm», rispose Ortega.

«Quindi lei è cittadina?», chiese Caldwell.

«Sì».

«Cittadina degli Stati Uniti?».

«No, non cittadina degli Stati Uniti».

«D’accordo. Quindi sa che non può votare visto che non è cittadina statunitense?», chiese Caldwell.

«Questo non lo sapevo, visto che a Dallas non c’è mai stato nessun problema».

Gli investigatori le mostrarono i moduli di registrazione per il voto.

«Dicono che lei è cittadina degli Stati Uniti, ha firmato», le disse Caldwell, «ma non è così. Quindi non voti. Non voti più finché non ottiene la cittadinanza».

«Glielo dico», disse Ortega, «non lo spedisco più».

Il colloquio si concluse alla 9.54. Ortega telefonò immediatamente a Sherman, che stava consegnando della lattuga a New York.

«Penso che andrò in prigione», gli disse.

«È assurdo», rispose lui.

Un mese più tardi, Ortega fu arrestata.

A casa le cose iniziarono ad andare male. La famiglia di Ortega era abituata a votare per decidere dove andare fuori a cena, ma dopo l’arresto della madre i figli di Ortega non volevano più avere molto a che fare con qualsiasi cosa che ricordasse la democrazia. Rene, il figlio maggiore di Ortega, le urlò contro perché si era autodenunciata alla polizia e poi iniziò a chiedersi se sua madre fosse stata punita perché lui era un cattivo figlio. Sherman provò a distrarla, programmando una gita speciale in un casinò in Oklahoma, dove ha raccontato di aver speso una fortuna per «una camera d’angolo in un bel motel».

All’inizio del 2016 Ortega era incinta, e da lì a poco avrebbe avuto un aborto spontaneo per colpa dello stress, secondo lei. «E se finissi in prigione mentre sono ancora incinta?», si ricorda di aver pensato. Sherman ha detto di aver pensato che non ci fosse bisogno di agitarsi. «Da esperto di O.J. Simpson – guardo la serie tv – non ero preoccupato», ha raccontato, «sapevo che sarebbe bastata una qualsiasi cassiera messicana bassa perché la giuria non fosse unanime».

Al processo la giuria era composta da due uomini e dieci donne: una di loro aveva un cognome ispanico, mentre un’altra era nera. Le trascrizioni del processo non sono ancora disponibili, ma gli avvocati, Ortega e Sherman sono d’accordo sui dettagli. Birdsall ha detto che aveva fiducia nel fatto che una giuria con dieci donne non avrebbe mai incarcerato una madre. Durante il processo dipinse Ortega come una donna ignorante che era cresciuta subendo abusi dal padre e con una madre criminale, e che cercava di essere migliore del suo passato. Nonostante avesse abbandonato la scuola, Ortega aveva partecipato a un programma di formazione professionale del governo, aveva trovato lavoro e voleva partecipare al processo democratico americano. Non stava fingendo di essere un’altra persona, né stava provando a truccare un’elezione. Semplicemente non conosceva la differenza tra un residente permanente e un cittadino. Ortega disse che nessuno le aveva mai spiegato quella differenza, e fece capire che pensava che la contea di Tarrant avesse provato a incastrarla. Invece di darle un altro modulo, i funzionari elettorali avrebbero potuto semplicemente impedirle di votare. Entrambi gli avvocati erano d’accordo nel pensare che Ortega non si presentasse bene. Il suo atteggiamento dava l’impressione di essere ribelle e presuntuoso, ha raccontato White, e non mostrava segni di pentimento. «Hanno provato a battermi in aula, ma non mi hanno battuta», ha detto Ortega, «perché mi sono alzata e ho raccontato loro la verità. Ma il problema è che nessuno voleva ascoltarmi. Era come guardare nella fossa dei leoni».

L’avvocato dell’accusa chiese alla giuria di pensare alla santità della democrazia americana. Disse che alcune persone sostengono che i brogli elettorali non esistano e si chiese come potessero sapere davvero se, come nel caso di Ortega, qualcuno non avesse mentito contrassegnando la casella “cittadino degli Stati Uniti” su un pezzo di carta. «Non si tratta di un voto», disse White alla giuria. Si trattava di salvaguardare l’intero sistema americano. White pensava di riuscire a ottenere una condanna a cinque anni di carcere, la stessa comminata al funzionario pubblico. La giuria, però, aveva un’opinione diversa. «Volevano mandare un messaggio e, francamente, il messaggio è stato sentito», ha detto White. All’uscita del tribunale Ortega abbracciò Sherman, cercando di farsi forza. Sherman ha raccontato di aver sentito un colpo al cuore. «Io e Rosa avevamo dei piani. Tutta la famiglia aveva dei piani», ha detto, «avremmo preso una casa in campagna e saremmo stati come una di quelle famiglie della tv. Cani e gatti, un cortile e tutto il resto».

Ortega si chiese se la giuria avesse preso in considerazione le conseguenze della decisione sulla sua vita. «Si sono comportati come se fosse un grande gioco», ha detto, «ma non si sono resi conto che stavano giocando con la mia vita. E poi ho pensato: “Oh no, non vedrò più i miei figli”». Rene smise di andare a scuola. Little Girls, uno dei cani della famiglia, si rifiutava di spostarsi da un mucchio di vestiti sporchi di Ortega. Sherman faticava a pagare le bollette perché prima era Ortega a occuparsene. Progettò di trovarsi un lavoro come camionista al confine con il Messico, andando avanti e indietro tra i due paesi come faceva Ortega da bambina. Ortega si augurò di essere rimandata in Messico piuttosto che finire in carcere. «Perché tenermi nel paese?», si chiese, «Trump non mi vuole comunque».

Dopo un mese in carcere Ortega è stata liberata dopo il pagamento di una cauzione da 11.111 dollari. Per l’occasione Sherman ha noleggiato il film 22 Jump Street e ha comprato delle braciole di maiale per cena. Lo stomaco di Ortega però era talmente turbato che non è riuscita praticamente a toccare il cibo. Riusciva a mangiare solo alimenti aspri, come i cetrioli. La sua vita era diventata una corsa continua: un giorno a provare a ottenere il passaporto per i figli e quello dopo a cercare di capire se era ancora idonea per richiedere la cittadinanza statunitense. Ha detto a Sherman, di cui si era fatta tatuare il nome sul retro del collo, di trovarsi un’altra donna. Il loro fidanzamento era finito. «Vai avanti con la tua vita», gli ha detto una sera, «che cosa farai in Messico? Sai cosa si dice che facciano ai bianchi lì? Non posso metterti in pericolo». Ma Sherman ha rifiutato. «In questo momento è come se ci fossimo persi, e non abbiamo un navigatore né una cartina», ha detto Sherman, «lei può andare avanti e conoscere un Josè o uno Jesus in Messico, ma sa di essere l’unica donna che amerò mai, e credo che mi ami ancora anche lei».

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Rosa Ortega e Oscar Sherman, in un parco di Grand Prairie, a marzo (Cooper Neill — The Washington Post)

Ogni giorno è diventato una lotta per ritrovarsi sulla cartina. «È come essere tornati alla normalità, eh Ma?», ha chiesto Sherman a Ortega un recente sabato mentre lei guardava un film e lui giocava a un videogame di football universitario. «Sì, Dad» – un nomignolo affettuoso – ha risposto lei. Rene e Clara erano sul divano, mentre il figlio più piccolo scioglieva i capelli della madre per poi raccoglierli di nuovo in una treccia. Un momento senza stress, finché la situazione della famiglia non è tornata a incombere. «Dovreste comunque votare tutti quanti», ha detto Ortega ai suoi figli.

«No!», hanno gridato loro all’unisono.

«Non voterò perché dopo quello che ti è successo sono spaventata», ha detto Gracie. «Ma voi siete tutti cittadini statunitensi», ha detto loro Ortega, «è diverso». Rene ha raccontato di aver imparato a scuola che i cittadini hanno diritto di votare, ma che questo non significa che sono obbligati a farlo. «E io non voglio più farlo in questo paese», ha detto, «penso che con Trump presidente adesso il paese sia razzista». «A volte mi sembra di vivere negli anni Sessanta», ha detto Sherman, «ma al posto dei neri ora ci sono i messicani». «È vero», ha detto Ortega, «non penso che le cose sarebbero andate così male se non fossi stata messicana. In questo paese le persone hanno ricominciato a guardare il colore della pelle».

Ortega spera che perlomeno il suo calvario possa essere di lezione per altri. Alla sua famiglia, però, non stava facendo bene: Sherman oggi non ha un’opinione migliore del sistema elettorale, e i suoi figli sono intenzionati a non mettere mai piede in un seggio. I suoi parenti in Messico le hanno detto che non avrebbe dovuto avere paura di tornare a Monterrey. Ci sono case nuove e nuovi alberghi. Non era più un posto di strade polverose e polli selvatici. «Non è più il paese di una volta», le hanno detto. Ortega, seduta insieme ai suoi figli sconsolati, che ora vedono con pessimismo la possibilità di realizzarsi della promessa americana, ha scosso la testa. Anche gli Stati Uniti, ha pensato, non sono più il paese di una volta.

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