Arjen Robben esce dal campo del Vassil Levski di Sofia dopo la sconfitta dell'Olanda contro la Bulgaria (AP Photo/Vadim Ghirda)
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  • lunedì 27 Marzo 2017

Perché l’Olanda va così male?

Dopo aver mancato la qualificazione agli Europei di calcio, ora rischia anche di non andare ai Mondiali

Arjen Robben esce dal campo del Vassil Levski di Sofia dopo la sconfitta dell'Olanda contro la Bulgaria (AP Photo/Vadim Ghirda)

Ogni nazionale di calcio europea, per qualificarsi alle fasi finali dei Mondiali e degli Europei, deve giocare circa una decina di partite di qualificazione: sembrerebbero abbastanza per non sembrare tutte decisive, ma spesso non è così. L’Italia, per esempio, non può permettersi di perdere o pareggiare nemmeno una partita del suo girone di qualificazione ai Mondiali, perché solo le prime di ciascun girone si qualificano direttamente alla fase finale: le seconde dovranno giocarsi la qualificazione ai playoff, dove qualcosa si rischia sempre. L’Italia, quindi, deve tenere il passo della Spagna, che fa parte del suo girone, e viceversa: sono le due squadre di gran lunga più forti e le favorite per la qualificazione.

Se una nazionale capita in un girone più difficile degli altri, con almeno altre due squadre di livello simile o maggiore, e nelle cinque partite del girone di andata ne perde due, ne pareggia una e ne vince solamente due, rischia seriamente di perdere la qualificazione e di non poter nemmeno accedere ai playoff. È il caso dell’Olanda, che sabato scorso ha perso 2-0 in casa della Bulgaria, una nazionale di basso livello che ora è terza nel girone e ha due punti in più in classifica. Per l’Olanda, quindi, perdere o pareggiare un’altra partita vorrebbe dire perdere quasi ogni speranza di andare in Russia a giocare i Mondiali. Vista oggi, alla luce dei suoi due ultimi anni e delle tante difficoltà con cui è alle prese, l’Olanda è una nazionale in profonda crisi, e la ripresa sembra ancora lontana: ed è una notizia, perché tre anni fa arrivò terza ai Mondiali in Brasile. Ma appena un anno e mezzo dopo ha mancato la qualificazione agli Europei del 2016 e ora rischia anche i Mondiali del 2018, nonostante sia una delle nazionali più importanti d’Europa, la più forte a non aver mai vinto una Coppa del Mondo.

Pur essendo una nazione relativamente piccola, con circa 17 milioni di abitanti, dagli anni Settanta l’Olanda è considerata come una delle grandi nazionali del calcio mondiale. È stato possibile grazie a una generazione di calciatori e allenatori che nei primi anni Settanta rivoluzionarono le basi del calcio conosciuto fino ad allora, e lo fecero diventare simile a quello che vediamo oggi. Le squadre olandesi – la nazionale e l’Ajax in special modo – furono le prime a coinvolgere attivamente nel gioco tutti i giocatori in campo, portiere compreso, e a mettere in atto una pressione sistematica sui portatori di palla avversari, stando in costante movimento. Oltre a garantire numerosi successi ai suoi club e un posto in primo piano per la propria nazionale, il cosiddetto “calcio totale” olandese introdotto negli anni Settanta garantì al movimento calcistico nazionale una spinta che durò anche nei decenni successivi: per i club si fermò negli anni Novanta, per diversi motivi, ma per la nazionale questa spinta è continuata fino ai nostri anni.

Com’è capitato a ogni altra nazionale europea, negli ultimi decenni l’Olanda non è stata esente da periodi negativi, insuccessi e mancate partecipazioni ai tornei più importanti. Ma per una nazione che ha una quarantina di milioni di abitanti in meno delle sue dirette rivali, che ci voglia del tempo per passare da una generazione di calciatori all’altra sembra qualcosa di fisiologico. Da tre anni a questa parte, tuttavia, l’Olanda sta facendo molta fatica a rimpiazzare i suoi giocatori più anziani e probabilmente ha “saltato” una generazione: in squadra ora ci sono ancora un paio di giocatori esperti, come Arjen Robben e Wesley Sneijder, e alcuni giovani di grande talento. Ma nessuna di queste due generazioni è così folta e affidabile da poter essere la colonna portante della squadra attuale, e questo costituisce il problema principale dell’Olanda: la generazione che va grosso modo dai 24 ai 29 anni, la più folta, non sembra essere all’altezza di una grande nazionale e non dispone di nessun giocatore di primo livello (salvo uno, forse, ma che ha una condizione particolare: ci arriviamo).

Nel 2014, allenata da Louis Van Gaal, che prese la squadra dopo i deludenti Europei del 2012 della gestione di Bert van Marwijk, l’Olanda fu una delle squadre più divertenti della Coppa del Mondo in Brasile. Concluse il torneo vincendo la finale per il terzo posto battendo il Brasile 3-0, dopo essere andata vicina a giocarsi la finale. Per portare l’Olanda fin lì, Van Gaal dovette rinnovare la squadra ereditata da van Marwijk: poi ci aggiunse la sua esperienza e le sue conoscenze, per cui è riconosciuto come uno dei più grandi allenatori di calcio al mondo. Ma in Brasile molti membri di quella squadra, gli stessi che quattro anni prima giocarono la finale dei Mondiali in Sudafrica, perdendola, raggiunsero il picco massimo della loro carriera, soprattutto per questioni d’età e conseguenti cali di forma. Robin Van Persie aveva trent’anni e giocava con il Manchester United, oggi ne ha tre di più e gioca in Turchia; Dirk Kuyt ne aveva 33; Ron Vlaar e Nigel de Jong 30. Dei più esperti, solo Arjen Robben gioca ancora ai più alti livelli del calcio europeo, ma nelle ultime stagioni ha subìto diversi infortuni e ha saltato interi mesi di attività.

Il gol di Robin Van Persie nella partita dei gironi dei Mondiali del 2014, contro la Spagna: uno dei gol più belli del torneo.

Nonostante l’età e il prevedibile calo di rendimento dei giocatori più anziani, c’erano già diversi giocatori, più o meno giovani, pronti a prenderne il posto. C’erano grosse aspettative su Memphis Depay, Bruno Martins Indi e Georginio Wijnaldum, per esempio, ma solo Wijnaldum si sta confermando, e infatti è titolare nel Liverpool di Jürgen Klopp. Depay è stato comprato dal Manchester United due anni fa ma ora è finito a giocare in prestito al Lione, nel campionato francese. Martins Indi gioca con lo Stoke City, che non è esattamente una squadra europea di vertice.

Nella generazione di mezzo è compreso anche Kevin Strootman, 27 anni, che solo qualche anno fa era considerato uno dei migliori centrocampisti europei. Ma Strootman è ritornato a giocare regolarmente da meno di un anno, dopo aver saltato più di due stagioni a causa di un grave infortunio al ginocchio. Luuk de Jong, Bas Dost, Jeremain Lens, Daryl Janmaat e Jens Toornstra, coetanei di Strootman, non hanno avuto una carriera di primo livello e nessuno di loro ha giocato o gioca con grandi squadre europee. Sono buoni giocatori, ma non paragonabili a Robben, Sneijder e Van Persie, che sono stati fra i protagonisti del calcio europei negli ultimi dieci anni.

Per quanto grande possa essere la crisi del calcio olandese (e in questo caso lo è abbastanza), il problema generazionale non è l’unico. L’Olanda forse non era al livello delle grandi nazionali europee nemmeno nel 2014, ma nel calcio si può sopperire alla qualità limitata di una squadra “mascherandola” con i sistemi di gioco e con delle tattiche specifiche, magari cercando di sfruttare appieno un particolare aspetto della squadra, un po’ come ha fatto l’Italia di Antonio Conte negli ultimi Europei. Ma nel caso dell’Olanda, i due allenatori che sono succeduti a Van Gaal non sono riusciti ad aggiungere nulla in più.

Guus Hiddink, che ha assunto l’incarico nel 2014, subito dopo la fine dei Mondiali, mantenne pressoché intatta la struttura della squadra, nonostante le prestazioni di molti giocatori fossero già calate notevolmente. In dieci partite con Hiddink, l’Olanda ne perse cinque, fra amichevoli e incontri di qualificazione agli Europei, contro nazionali sulla carta inferiori come Repubblica Ceca, Messico, Islanda e Stati Uniti. Secondo tifosi e giornalisti, le pessime prestazioni dell’Olanda furono causate dalla mancanza di motivazioni di diversi giocatori, i più “anziani” e quelli che hanno vinto di più, come Van Persie, Huntelaar, De Jong, Sneijder e Robben: un ciclo finito, insomma. Pochi giorni dopo la sconfitta in amichevole contro gli Stati Uniti per 4-3, in cui l’Olanda si fece rimontare subendo tre gol negli ultimi venti minuti, in casa, Hiddink venne esonerato.

Il gol della vittoria degli Stati Uniti.

Al posto di Hiddink venne promosso Danny Blind, vice allenatore della nazionale dal 2012. Blind, ex calciatore dell’Ajax, prima di allora aveva allenato per un anno soltanto l’Ajax, nel 2005, e ricopriva il ruolo di vice allenatore da sette anni. Nei piani della federazione Blind sarebbe dovuto diventare l’allenatore della nazionale nel 2016, ma visti i risultati con Hiddink fu promosso con quasi un anno di anticipo, per avere a disposizione più tempo per ricreare una squadra in vista delle qualificazioni ai Mondiali. Chiamato a qualificazione quasi già compromessa, Blind non riuscì a riportarsi in corsa per la qualificazione agli Europei e l’Olanda continuò a perdere: in casa contro Islanda e Repubblica Ceca, in trasferta contro la Turchia.

Nei primi sei mesi del 2016, dopo le vittorie in amichevole contro Inghilterra, Irlanda, Polonia e Austria, l’Olanda era sembrata in ripresa. Ma quelle vittorie erano arrivate contro quattro nazionali nel pieno della preparazione in vista degli Europei, periodo in cui spesso le amichevoli non rispecchiano i veri valori delle squadre. Lo scorso settembre, nella prima partita di qualificazioni ai Mondiali, l’Olanda di Blind ha pareggiato contro la Svezia con una squadra completamente diversa rispetto a quelle viste qualche mese prima. Sneijder era l’unico giocatore con più di trent’anni ancora fra i titolari. Il resto della squadra era composto da giocatori nel pieno della loro maturità, quelli dell’età di Strootman e Wijnaldum, per capirsi. Nelle settimane successive si aggiunsero solo due giovani: il terzino Rick Karsdorp e il centrale di difesa Matthijs de Ligt, con 18 anni ancora da compiere.

Nelle quattro partite di qualificazione ai Mondiali disputate prima di sabato, l’Olanda ha mantenuto un andamento mediocre, e Blind è stato spesso criticato per le sue convocazioni e per il modo in cui ha schierato alcuni giocatori. Dopo il pareggio contro la Svezia, concorrente per il secondo posto, ha vinto contro la Bielorussia, perso contro la Francia, la favorita per la qualificazione diretta, e vinto contro il Lussemburgo. Ma i problemi della squadra sono riapparsi, probabilmente aggravati da alcune scelte tattiche, nella partita di sabato contro la Bulgaria. Blind ha scelto di far esordire in difesa il 17enne Matthijs de Ligt, descritto come un giovane molto promettente, che però ha iniziato a giocare con la prima squadra dell’Ajax da soli sette mesi. Probabilmente Blind ha schierato de Ligt, preferendolo al più esperto Wesley Hoedt, per poter avere due difensori centrali con piedi opposti: la sua scelta è servita a garantire il controllo del possesso palla da parte dell’Olanda, ma de Ligt ha commesso numerosi errori, due dei quali decisivi in entrambi i gol segnati dalla Bulgaria.

Il secondo gol della Bulgaria, con l’errore di de Ligt.

In difficoltà in difesa e poco ispirata in attacco, l’Olanda ha concluso la partita senza segnare un gol, perdendo e compromettendo seriamente la qualificazione ai Mondiali. Dopo la sconfitta, la federazione ha deciso di esonerare Blind e ha affidato momentaneamente l’incarico all’assistente tecnico Fred Grim, con cui l’Olanda giocherà l’amichevole di Amsterdam contro l’Italia, in programma martedì sera. Ora, nel calcio olandese, c’è una certa confusione. Molti accusano la federazione di dare maggior peso a giocatori e allenatori provenienti dall’Ajax, si contestano i metodi di allenamento dei settori giovanili prefissati dalla stessa federazione e alcuni giocatori della nazionale sono dati per “finiti”. In questo momento sembra che per risollevare la nazionale olandese ci sia bisogno di un allenatore di primo livello che sappia lavorare al meglio con le risorse a disposizione, più limitate e con meno qualità di quelle a cui eravamo abituati a vedere.