Tre cose da cambiare per salvare Internet

Elencate da Tim Berners-Lee, l'inventore del world wide web: ha parlato di privacy, notizie false e campagne politiche, proponendo qualche soluzione

(Walter Bieri/Keystone via AP)
(Walter Bieri/Keystone via AP)

Il 12 marzo 1989 (28 anni fa oggi) Tim Berners-Lee, che aveva 34 anni e lavorava al CERN di Ginevra, descrisse per la prima volta un progetto su cui stava lavorando da qualche tempo. Partiva dalla premessa secondo cui al CERN c’erano tanti dati difficili da gestire, e proponeva una soluzione per la gestione condivisa delle informazioni. Anni più tardi quel progetto sarebbe poi diventato il world wide web, cioè sintetizzando moltissimo il principale servizio di Internet grazie gli utenti possono condividere informazioni fra di loro (“navigare”). Il web – che fino al 1991 esistette solo come progetto e “prototipo” a disposizione di alcune persone, soprattutto dipendenti del CERN – permise a internet di diventare accessibile, comodo, popolarissimo: insomma, le caratteristiche principali che possiede ancora oggi.

Berners-Lee ora si occupa del World Wide Web Consortium (W3C) – l’organizzazione non governativa con il compito di promuovere internet, di cui è fondatore e presidente – e della World Wide Web Foundation, l’associazione fondata nel 2009 con lo scopo di rendere internet aperto e accessibile ovunque nel mondo. Gira il mondo parlando della sua invenzione (qui lo ha fatto con Luca Sofri) e ogni tanto fa il punto sul web e più in generale su Internet, e quello che ci facciamo. Oggi il Guardian ha pubblicato un articolo in cui Berners-Lee prova a fare il punto della situazione e, in tre punti, dice cosa sta andando per il verso sbagliato, e andrebbe cambiato. Berners-Lee inizia scrivendo:

Immaginai il web come una piattaforma aperta che avrebbe permesso a chiunque, ovunque, di condividere informazioni, avere accesso a nuove opportunità e collaborare superando barriere culturali e geografiche. Per molti versi, il web ha fatto quello che mi ero immaginato, anche se mantenerlo aperto è stata una lotta costante. Ma negli ultimi 12 mesi, ho iniziato a preoccuparmi sempre più di tre nuovi trend, che secondo me dovremmo fermare per poter permettere al web di raggiungere il suo vero potenziale di strumento che possa servire all’umanità.

1. «Abbiamo perso il controllo dei nostri dati personali»

Berners-Lee scrive che ormai molti siti hanno un modello di business basato sull’offerta di contenuti gratuiti in cambio di dati personali sugli utenti che scelgono di andarci. Critica «i lunghi e confusi termini» dei contratti per il consenso al trattamento dei dati personali ma scrive anche che in fondo è una nostra scelta, e che «fondamentalmente non ci dispiace che alcuni dati su di noi vengano raccolti, se in cambio abbiamo servizi gratuiti». Secondo Berners-Lee c’è però un problema: così facendo «perdiamo i benefici che potrebbe avere se avessimo controllo diretto sui nostri dati, e su quando condividerli e con chi». Berners-Lee cita anche problemi maggiori che riguardano – specialmente nei «regimi repressivi» – l’uso di Internet (e dei dati che attraverso Internet si raccolgono) per arrestare o controllare oppositori di vario genere. «Ma anche nei paesi dove pensiamo che i governi vogliano fare solo l’interesse dei cittadini» secondo Berners-Lee si è superata la misura: e l’eccessivo controllo finisce per limitare la libertà d’espressione e di scelta degli utenti.

– Leggi anche: Avremo sempre meno privacy

2. «La disinformazione circola troppo facilmente»

«Oggi la maggior parte delle persone si informa sul web attraverso una manciata di siti, di social network e di motori di ricerca. Questi siti guadagnano soldi se clicchiamo su certi link che ci mostrano. E scelgono cosa mostrarci in base ad algoritmi che si basano sui nostri dati personali, che vengono continuamente esaminati». Il fatto, spiega Berners-Lee, è che le notizie false, le bufale o se preferite le fake news sono «sorprendenti, scioccanti, fatte per farsi notare e per spargersi come le fiamme di un incendio: […] e attraverso la scienza dei dati e eserciti di bot, queste cattive intenzioni possono fregare il sistema e spargere disinformazione, con fini economici o politici».

Non c’è ovviamente nulla di nuovo in questo punto: è però un’efficace sintesi di tanti discorsi, spesso più complessi, e un emblematica presa di posizione di uno che se ne intente molto su un fenomeno particolarmente discusso in questi ultimi mesi.

– Leggi anche: Le notizie false e noi

3. La pubblicità politica online ha bisogno di trasparenza e comprensione

Le campagne politiche online stanno diventando quella che Berners-Lee definisce una «sofisticata industria» e il motivo è quello alla base del precedente punto: se quasi tutti si informano sul web, è lì che quasi tutti si formano le loro convinzioni politiche, ed è lì che bisogna convincerli a votare un certo partito o politico. Ora, scrive Berners-Lee, «le campagne politiche stanno costruendo pubblicità personalizzate, dirette specificamente su gruppi di utenti». Ha ragione, per molti analisti politici ed esperti di campagne elettorali, il futuro della propaganda politica è questo. Berners-Lee però fa notare: «Le pubblicità targhettizzate permettono a una campagna politica di dire cose completamente diverse, anche possibilmente in conflitto tra loro, a gruppi diversi. È una cosa democratica?».

Ok, e quindi?

Berners-Lee ha poi scritto: «Sono problemi complicati, e le soluzioni non saranno semplici», proponendo però qualche possibile soluzione:

Dobbiamo collaborare con le aziende del web per trovare un equilibro che rimetta nelle mani delle persone il controllo di una mole accettabile di dati che le riguardano: fa parte di questo anche lo sviluppo di nuove tecnologie come i “data pods” personali [sistemi per decidere, di caso in caso, quali dati condividere]. [Dobbiamo anche] esplorare modelli alternativi per il guadagno da parte dei siti, come per esempio gli abbonamenti e i micropagamenti.

Dobbiamo lottare contro gli eccessi governativi nelle leggi sulla sorveglianza, anche andando in tribunale, se necessario. Dobbiamo respingere la disinformazione incoraggiando i mega-portali come Google e Facebook a proseguire nei loro sforzi per affrontare il problema, evitando allo stesso tempo di creare un organo centrale che possa decidere cosa è vero è cosa non lo è. Abbiamo bisogno di algoritmi più trasparenti, per capire come vengono prese importanti decisioni che riguardano le nostre vite, e forse seguire anche un insieme di principi comuni. Dobbiamo chiudere il più presto possibile “il punto cieco di internet” nella regolamentazione delle campagne politiche.