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  • sabato 4 marzo 2017

E se su Trump ci stessimo sbagliando?

Certo, non ha avuto un inizio facile, ma è successo altre volte prima e per il momento sarebbe saggio sospendere il giudizio, dice Hugh Hewitt sul Washington Post

di Hugh Hewitt – The Washington Post
(JIM LO SCALZO/AFP/Getty Images)

Bert Lance, il primo direttore dell’Ufficio di gestione e bilancio dell’amministrazione del presidente americano Jimmy Carter, rimase in carica meno di nove mesi prima di dimettersi. Mack McLarty, il primo capo dello staff di Bill Clinton, ebbe più successo, se usiamo la durata del mandato come misura del successo: McLarty occupò l’incarico che oggi è di Reince Priebus per 14 mesi. Il primo consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, Michael Flynn, non ha resistito un mese. Ciononostante, se lo paragoniamo ad altri candidati falliti nelle diverse amministrazioni americane – come John Tower (la prima scelta del presidente George H.W. Bush come segretario della difesa), Zoe Baird e Kimba Wood (la prima e seconda scelta di Clinton per l’incarico di attorney general, l’equivalente del nostro ministro della Giustizia), e adesso anche Andrew Puzder, l’ultima vittima del rituale di approvazione dei candidati a ricoprire un incarico nell’amministrazione americana – il segno lasciato da Flynn nella storia del ramo esecutivo americano sembra monumentale.

In fondo, Flynn ha aiutato Trump a mettere insieme un notevole gruppo di lavoro che si occupa di sicurezza nazionale, che comprende il segretario di Stato Rex Tillerson, il segretario della Difesa Jim Hattis, il segretario per la Difesa Nazionale John F. Kelly, il direttore della CIA Mike Pompeo e il direttore dell’intelligence nazionale Dan Coats. Flynn ha lasciato il segno, anche se la sua rapida uscita di scena è stata sgradevole per molti e misteriosa per chiunque. Nonostante sia un guerriero molto rispettato e le sue abilità sul campo di battaglia siano fuori discussione, non sempre queste capacità si traducono bene nel mondo politico.

Il suo addio è una crisi per la presidenza Trump? Se sì, è più grande o più piccola rispetto a quella generata dall’ordine esecutivo sull’immigrazione, poi bloccato? Tra dieci anni uno qualsiasi di questi episodi avrà davvero molta importanza quando le storie sugli anni dell’amministrazione Trump si saranno accumulate? Oppure – come sospetto – entrambi impallidiranno in confronto alla nomina e all’attesa conferma di Neil Gorsuch alla Corte Suprema? Alcune persone sono molto preoccupate. «Alcuni dei nostri alleati sono terrorizzati a morte», ha fatto notare l’ex segretario di Stato James Baker, riferendosi alla retorica iniziale di Trump e alle sue imprevedibili decisioni in politica estera. Baker è un uomo dalla grandissima esperienza. Ma i timori di queste persone rispettabili – per non parlare dell’isteria di chi per molto tempo è stato trascurato e ora smania per ottenere rilevanza, o le urla degli sconfitti in cerca di vendetta – sono reali o si tratta solo di nervosismo nei confronti di una cosa completamente nuova?

La storia non è molto d’aiuto nel giudicare gli episodi iniziali intorno a una presidenza. Quello che fece George W. Bush nei primi mesi del suo mandato, prima dell’11 settembre, ebbe molta importanza rispetto a quello che successe dopo quel giorno terribile? Nel famoso parere per la causa in cui venne respinto il tentativo del presidente Harry Truman di prendere il controllo dell’industria dell’acciaio durante la Guerra di Corea, il giudice Robert Jackson disse che a volte i precedenti e la storia non ci dicono molto. «Il fatto che gli ampi e indefiniti poteri del presidente comportino vantaggi pratici come anche gravi pericoli è una cosa che colpisce chiunque abbia ricoperto l’incarico di consigliere legale di un presidente in un periodo di transizione e ansia pubblica», scrisse Jackson nel 1952 per il caso “Youngstown Sheet & Tube Co. contro Sawyer”. «Un giudice, come un consigliere esecutivo», e dovremmo aggiungere anche gli opinionisti, «potrebbe rimanere sorpreso davanti alla povertà di poteri davvero utili e inequivocabili che possano essere usati per risolvere i problemi pratici del potere esecutivo, quando si manifestano», disse Jackson quasi borbottando mentre esponeva il parere con cui negò a Truman il potere che chiedeva, «quello che immaginavano i nostri avi, o che avrebbero immaginato se avessero previsto le condizioni moderne, deve essere intuito da elementi tanto enigmatici quanto i sogni che Giuseppe fu chiamato a interpretare per il faraone»

I giudizi sulla presidenza Trump che si basano sul suo primo mese alla Casa Bianca sono prematuri per definizione. La storia ci offre alcuni precedenti utili che arrivano da un’epoca che si muoveva alla stessa velocità di quella attuale. Il 7 giugno 1993, il Time pubblicò una copertina che ritraeva un minuscolo Bill Clinton, lo stesso Clinton che sarebbe poi diventato una figura molto importante per i successivi venticinque anni, con il titolo The Incredible Shrinking President, “l’incredibile presidente che si rimpicciolisce”. Agli occhi di alcune persone, nei primi cinque mesi di quella che sarebbe diventata una presidenza di otto anni Clinton “si era rimpicciolito”. Per i successivi 91 mesi, però, nel bene o nel male, la sua importanza sarebbe cresciuta parecchio.
Abbiamo già assistito, quindi, a successi e inciampi iniziali. L’elemento nuovo è però l’affanno continuo e quasi onnipresente di molte persone nel settore dell’informazione. In generale siamo sempre stati un mucchio di allarmisti, ma il club di quello che gridano al lupo non è mai stato così numeroso. Impreparate alla sorpresa delle elezioni di novembre, molte persone affrontano la situazione come se fossero ancora in campagna elettorale, la stessa che secondo le loro accuse Trump non avrebbe mai abbandonato. Forse non l’ha fatto nessuno, a eccezione di alcune delle persone più sagge nell’amministrazione.

Il primo mese da presidente di Trump è stato pieno di notizie, ma a esclusione del cambio alla Corte Suprema – che assicura la stabilità di quelli precedenti, e non cambiamenti – non è successo niente che giustifichi l’isteria o i proclami prematuri di grandi vittorie future. Non sorprende che un paese diviso abbia generato un’opinione divisa sulla vittoria in un’elezione divisiva. Il giudizio è sospeso, e sarà così per molto tempo, eccetto per quanto riguarda le nomine di persone misurate al Pentagono, al Dipartimento di Stato, alla Cia e al Dipartimento di Giustizia, l’eccezionale nomina alla Corte Suprema, e la promessa di fare grandi cambiamenti ai settori più problematici dell’apparato amministrativo americano. Agli occhi della maggior parte delle persone che hanno sostenuto la sua elezione, quello di Trump è un buon inizio, per quanto difficile possa essere da credere per alcuni membri delle élite dei media tra Manhattan e Washington.

© 2017 – The Washington Post