Il guaio agli Oscar ha dato finalmente ragione a Marisa Tomei

Che vinse nel 1993, ma fu una vittoria così improbabile che secondo i complottisti era stato un errore

di Amy Argetsinger e Sarah Larimer – The Washington Post
Marisa Tomei riceve l'Oscar come Miglior attrice non protagonista il 29 marzo 1993 (AP Photo/Bob Galbraith)

Il momento in cui domenica notte il premio per il miglior film è stato tolto dalle mani dei produttori di La La Land e consegnato in ritardo a quelli di Moonlight – dopo che i confusi presentatori, a cui non era stata data la busta corretta, avevano annunciato il film sbagliato – è stato uno dei più scioccanti nella storia degli Oscar. L’incredibile errore e il caos che è seguito, però, hanno anche avuto un altro effetto: indirettamente, sembra che abbiano riabilitato la vincitrice di un Oscar di diversi anni fa, Marisa Tomei. Domenica l’attrice 52enne non era nemmeno vicino al palco e non aveva legami con nessuno dei due film candidati, ma l’episodio avvenuto durante la cerimonia dovrebbe finalmente mettere a tacere la crudele teoria del complotto che perseguita Tomei da anni, secondo cui nel 1993 abbia vinto l’Oscar come Migliore attrice non protagonista solo perché Jack Palance, che presentò il premio, annunciò il nome sbagliato.

Spieghiamoci: l’Oscar per la Migliore attrice non protagonista quell’anno vedeva come candidate una serie di attrici di grande talento ed esperienza. A contenderselo c’erano Judy Davis, Miranda Richardson, Vanessa Redgrave e Joan Plowright, tutte attrici dalla formazione classica all’apice della carriera. Avevano avuto ruoli in alcuni dei film più prestigiosi dell’anno, di quelli che hanno stampata sopra l’etichetta di “film da Oscar”. Quello stesso anno Richardson avrebbe vinto un premio BAFTA – i premi britannici per il cinema – per il suo ruolo in Il Danno, un brillante adattamento di un libro; Plowright, vedova dell’attore britannico Laurence Olivier, aveva recitato nell’elegante film in costume Un incantevole aprile; Redgrave aveva avuto un ruolo fondamentale in Casa Howard, che quell’anno era candidato a otto altri Oscar, compreso quello per il miglior film. La maggior parte degli occhi, però, erano puntati su Davis, che all’epoca aveva 37 anni, e la cui interpretazione nel ruolo di una moglie respinta aveva illuminato Mariti e mogli di Woody Allen. E poi c’era Tomei, un’attrice di soap opera e sit-com poco conosciuta che nella primavera del 1992, a 27 anni, ottenne un grande successo grazie a Mio cugino Vincenzo, una commedia incentrata sulle gag su un avvocato (Joe Pesci) che cerca di far uscire da una prigione dell’Alabama suo cugino, accusato ingiustamente.

Nel film, che ebbe un successo inaspettato, Tomei interpreta Mona Lisa Vito, la fidanzata sboccata dell’avvocato con una passione per le unghie finte e le spalline, oltre che una sorprendente competenza per la meccanica delle auto che si rivelerà utile in tribunale. Tra i critici, furono in pochi a pensare che Tomei avesse una possibilità di vincere l’Oscar, e molti anzi faticarono addirittura a credere che fosse tra le candidate. «Dobbiamo prendere sul serio la candidatura di Marisa Tomei per Mio cugino Vincenzo?», scrisse all’epoca Tony Kornheiser sul Washington Post. Sempre sul Washington Post, i critici Rita Kempley e Hal Hinson indicarono come favoriti alla vittoria, rispettivamente, Davis e Plowright.

Oggi ci sono così tanti altri premi cinematografici nel periodo precedente agli Oscar – la maggior parte dei quali, di solito, viene assegnata agli stessi attori – che gli Oscar in sé ormai offrono poche sorprese. All’epoca però i premi di secondo piano erano meno; non c’erano i SAG Awards e nemmeno i Critics Choice. Nel frattempo, inoltre, Plowright aveva vinto il Golden Globe e Davis stava collezionando la maggior parte dei premi della critica. La notte della cerimonia di premiazione, al momento di annunciare la vincitrice della categoria per la Migliore attrice non protagonista, il 74enne Palance – che aveva vinto un Oscar l’anno prima – aveva la voce incerta e fece un po’ di scena, poi aprì la busta e lesse ad alta voce il nome: Marisa Tomei. Dal pubblico partirono grida di stupore e gioia. Le teorie del complotto erano iniziate.

Stando a un articolo del 2015 di Gawker, fu Hollywood Reporter a riportare la voce nel marzo 1994, a circa un anno dalla vittoria di Tomei. L’articolo sosteneva che la voce era stata «alimentata da niente di meno che l’ex genero di un illustre vincitore dell’Oscar», e che, secondo Gawker, «stando alla voce tutto questo è successo  perché Jack Palance, che presentava il premio, non era riuscito a leggere il nome nella busta quando era sul palco per annunciare la vincitrice dell’Oscar come Migliore attrice non protagonista del 1992». «Invece di chiedere aiuto – così vuole la storia – Palance decise arbitrariamente di pronunciare il nome di Tomei al posto di quello della vera vincitrice», continuava l’articolo. Pur pubblicandola, Hollywood Reporter si premurò di screditare la voce, definendola «una fesseria», e un «pettegolezzo provocatorio» che «non è mai avvenuto». L’articolo sottolineava come i dipendenti della società che si occupava di autenticare il voto, che allora era ancora conosciuta come Price Waterhouse, erano preparati a gestire errori del genere e avevano l’autorizzazione di salire immediatamente sul palco per correggerli. «Quindi Marisa puoi star certa che l’Oscar è categoricamente tuo, indipendentemente dal fatto che una voce possa sostenere il contrario», scrisse Hollywood Reporter.

Nel 1994, però, Entertainment Weekly riportò nuovamente la voce nei dettagli in un articolo che iniziava così: «Gli Oscar di quest’anno sono finiti, ma c’è una sgradevole – e totalmente infondata – piccola notizia sulla cerimonia dell’anno scorso». «Stando a quando riporta la voce», continuava il pezzo, «il presentatore del premio Jack Palance ha letto inavvertitamente il nome dell’ultimo candidato dal gobbo elettronico invece di leggere il nome nella busta. A seconda di chi racconta la storia, poi, la vera vincitrice era Judy Davis per Mariti e mogli o Vanessa Redgrave per Casa Howard».

Le voci si basavano su una premessa bizzarra: davano tutte per scontato che, nel caso in cui Palance avesse davvero letto il nome sbagliato, l’intera Academy – o perlomeno il piccolo gruppo che era a conoscenza dei risultati – avesse assecondato la cosa fingendo che il vincitore fasullo fosse quello legittimo. Per questo motivo il caso di domenica riabilita in un certo senso Tomei: ha dimostrato che, nel caso di un annuncio sbagliato, i responsabili dell’evento sono pronti e disposti a correre a correggere l’errore, a prescindere da quanti imbarazzi o umiliazioni ne possano derivare. Ai tempi quei critici e complottisti tralasciarono alcune cose riguardo alla vincitrice. Innanzitutto in Mio cugino Vincenzo Tomei faceva morire dal ridere (sul serio, guardatelo: Tomei rende l’intero film meritevole di essere visto).

Sotto diversi punti di vista, poi, il fatto che chi vota per gli Oscar scegliesse lei era una cosa del tutto sensata. L’Academy ha sempre adorato premiare ragazze ingenue dalla faccia pulita: pensate alle vittorie premature che un paio di anni dopo sarebbero andate a Mira Sorvino (La dea dell’amore) e a Gwyneth Paltrow (Shakespeare in Love), sempre grazie a dei ruoli in commedie leggere. Il segreto più plausibile dietro alla vittoria di quell’anno, però, è che Tomei – che successivamente avrebbe scherzato riguardo alla voce in un’apparizione al Saturday Night Live – era l’unica americana candidata in quella categoria. Tutte le altre attrici britanniche candidate si divisero i voti, permettendo alla comunità di Hollywood di schierarsi con una di loro.

Nonostante furono in molti a considerare la sua vittoria come una sorpresa, il critico Roger Ebert in realtà si era sbilanciato prevedendo che sarebbe stata Tomei a vincere, proprio per questo motivo. «Marisa Tomei, la ragazza dalla battuta facile di Joe Pesci in Mio cugino Vincenzo, ha impedito che la categoria fosse popolata interamente da straniere», scrisse Ebert, che avrebbe poi difeso Tomei quando la voce sulla vittoria continuò a circolare. «Non è ancora molto conosciuta dal pubblico, ma a Hollywood è l’attrice del mese, ben posizionata per diventare una star di prima grandezza nel 1994». In realtà in termini di incassi Tomei non ha mai raggiunto le vette di attrici in stile Julia Roberts, ma ha continuato a interpretare ruoli interessanti in una serie di film diversi (L’altra faccia di Beverly Hills, Cronisti d’assalto, What women want), e nove anni dopo tornò agli Oscar come candidata come Miglior attrice non protagonista per In the Bedroom. Nel 2009 fu candidata di nuovo per The Wrestler. Senza che nessuno mettesse in discussione la legittimità della sua presenza.

© 2017 – The Washington Post

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