Lee Jae-Yong, Seul, 18 gennaio 2017 (JUNG YEON-JE/AFP/Getty Images)
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  • martedì 28 Febbraio 2017

Il capo di Samsung sarà incriminato per corruzione

Lo ha annunciato il portavoce della procura speciale sudcoreana che a metà febbraio aveva chiesto e ottenuto l'arresto di Lee Jae-yong

Lee Jae-Yong, Seul, 18 gennaio 2017 (JUNG YEON-JE/AFP/Getty Images)

Lee Jae-yong, vicepresidente di Samsung Electronics e di fatto il capo di Samsung Group, il più grande produttore di smartphone Android al mondo, verrà incriminato per corruzione, appropriazione indebita, occultamento di beni all’estero e falsa testimonianza nell’ambito dello scandalo che ha coinvolto la presidente sudcoreana Park Geun-hye. Lo ha annunciato il portavoce della procura speciale che indaga da tre mesi sul caso e che il 17 febbraio scorso aveva chiesto e ottenuto, al secondo tentativo, l’arresto di Lee. Oltre a Lee saranno accusati formalmente anche altri quattro dirigenti di Samsung che ha già annunciato una serie di misure per migliorare la trasparenza e le dimissioni dei manager che saranno incriminati. Lee non è stato però incluso in quest’ultimo provvedimento e significa che manterrà la sua posizione durante il procedimento giudiziario. Le incriminazioni che lo riguardano significano quasi certamente che dovrà affrontare un processo.

Lee si stava preparando da anni a ereditare la società di famiglia dal padre, Lee Kun-hee, che aveva lasciato Samsung nel 2008 in seguito a uno scandalo sulla gestione di alcuni fondi illeciti. Il padre di Lee era tornato al comando dell’azienda un paio di anni dopo, ma a causa di un attacco di cuore nel 2014 e delle sue condizioni di salute piuttosto precarie, negli ultimi anni buona parte della gestione aziendale era passata al figlio Lee, che ha 48 anni. Lee era stato interrogato una prima volta lo scorso gennaio, ma il magistrato aveva negato agli investigatori l’arresto. Poi, sulla base di nuovi presunti reati, era stato interrogato per la seconda volta a metà febbraio e la Corte aveva invece accettato la richiesta della procura.

Secondo l’accusa Lee avrebbe promesso o versato 43 miliardi di won (35,6 milioni di euro) a Choi Soon-sil, una conoscenza di vecchia data della presidente Park Geun-hye, per avere in cambio l’appoggio del governo nel passaggio di potere all’interno dell’azienda e per una fusione tra due aziende di Samsung, Cheil Industries e Samsung C&T Corp., la cui unione approvata nel 2015 consentì a Lee di ampliare la propria area d’influenza all’interno del gruppo. All’epoca il governo nazionale aveva fatto pressioni sul sistema pensionistico nazionale (principale azionista di Samsung C&T Corp.) per dare sostegno alla fusione, secondo gli inquirenti in cambio del pagamento di alcune tangenti tra i cui beneficiari ci sarebbe stata Park attraverso conoscenti come Choi. Park è sotto impeachment dal dicembre scorso con le accuse di corruzione e di avere ricevuto tangenti da diverse aziende sudcoreane.

Samsung è la più grande azienda della Corea del Sud ed è uno dei più grandi produttori al mondo di elettronica. Tra arresto, processo e indagini su altri dirigenti ci potrebbero essere serie ripercussioni per il gruppo, che negli ultimi mesi ha già dovuto affrontare una seria e costosa crisi legata ai suoi Galaxy Note 7 difettosi. L’azienda ha dovuto ritirarli dal mercato dopo che si era scoperto che le loro batterie potevano esplodere, producendo grandi quantità di fumo e in alcuni casi principi d’incendio. Il nuovo smartphone, presentato in estate, avrebbe dovuto fare diretta concorrenza agli iPhone 7 presentati da Apple, soprattutto nel periodo degli acquisti natalizi di solito molto redditizio. Il danno per Samsung è stato di svariati miliardi di euro, senza contare i problemi di immagine.