(Da "T2 Trainspotting")

Stasera cinema?

Ci sono Ewan McGregor che fa di nuovo Mark Renton, Matt Damon che combatte mostri e Natalie Portman che fa Jackie Kennedy

(Da "T2 Trainspotting")

Questo è un ottimo weekend di cinema: escono in Italia tanti film interessanti e domenica c’è la notte più importante dell’anno per il settore, quella degli Oscar. Se ci tenete ad arrivare preparati, i due nuovi film da andare a vedere sono Barriere – Denzel Washington e Viola Davis, che ci recitano, sono tra i favoriti per i rispettivi Oscar – e Jackie, candidato a tre premi, compreso quello alla Miglior attrice per Natalie Portman. Vi dice bene anche se ai film impegnati preferite Matt Damon che combatte mostri sulla Muraglia cinese di un millennio fa (è uscito The Great Wall) o se volete farvi due risate e vi piacciono Marco Giallini e Alessandro Gassman (è uscito Beata ignoranza). Se poi sapete a memoria cosa dire dopo le parole «scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera», è uscito T2 Trainspotting.

T2 Trainspotting

È il sequel di Trainspotting, che nel Regno Unito uscì vent’anni fa. Il regista è sempre Danny Boyle – che nel frattempo ha fatto The Beach, The Millionaire e Steve Jobs e ha vinto un Oscar – ed entrambi sono tratti da due romanzi di Irvine Welsh: Trainspotting e Porno (anche se, specie in questo secondo caso, con grandissime differenze). T2 Trainspotting è ambientato vent’anni dopo la fine di Trainspotting e ci sono ancora Mark Renton (che torna dopo che alla fine del precedente scappò con i soldi che avrebbe dovuto dividere con i suoi amici), Spud (che continua a essere dipendente dall’eroina), Sick Boy (che continua a essere piuttosto stronzo) e Begbie (che continua a essere piuttosto pazzo, ma è in prigione). Sono interpretati da Ewan McGregor, Ewen Bremner, Jonny Lee Miller e Robert Carlyle, gli stessi attori del primo film. La trama è, in sintesi: vediamo cos’hanno fatto e cosa sono diventati quei quattro vent’anni dopo, e vediamo cosa succede se si incontrano di nuovo.

Trainspotting ottenne una sola nomination all’Oscar (per la sceneggiatura) ma fu un successo sotto ogni punto di vista: critica, pubblico e, soprattutto, capacità di farsi ricordare e citare negli anni successivi. In T2 Trainspotting si parla meno di eroina (ma se ne parla), e ci sono – in certi casi evolute e adattate al contesto e alle possibilità tecniche di ora – le cose più caratteristiche di quel film: l’umorismo nero, la volgarità e la crudezza di certe cose, un monologo sul tema “scegliete la vita”, una colonna sonora che si fa molto notare e tante atipiche scelte di montaggio e regia. A qualcuno è piaciuto – «ha la stessa energia pungente, lo stesso sconfortante pessimismo e, in giro, continua a non esserci niente che gli assomigli» ha scritto sul Guardian Peter Bradshaw – e a qualcuno no: «un’occasione mancata su svariati livelli», secondo Neil Young di Hollywood Reporter. Tra le cose che si fanno notare ci sono molte inquadrature in dutch angle: inquadrature inclinate, fatte per far vedere qualcosa come lo si vede quando si inclina il collo. A qualcuno piacciono, ad altri no: ci sono in molti film, ma raramente così tante nello stesso film.

The Great Wall

È ambientato nella Cina medievale ed è incentrato sulla Grande muraglia cinese. Le particolarità sono due: è il film prodotto in Cina più caro di sempre (150 milioni di dollari) e la Muraglia cinese viene attaccata da una serie di temibilissimi mostri. Il film è diretto da Zhang Yimou, tra i più importanti registi cinesi, autore tra gli altri di Lanterne rosse e La foresta dei pugnali volanti, e negli ultimi mesi se ne è parlato anche per le accuse di whitewashing che ha ricevuto: in molti hanno criticato il fatto che il protagonista di un film ambientato in Cina fosse un attore occidentale come Damon.

Si è parlato di The Great Wall anche perché è il segno finora più evidente della rilevante crescita del cinema in Cina (come incassi, come interessamento di chi ha i soldi nella produzione di film, anche di Hollywood). C’è anche chi ha notato che in molti blockbuster di Hollywood negli ultimi anni c’è ormai quasi sempre almeno un buon personaggio cinese, per far sì che anche quegli spettatori possano facilmente identificarsi con qualcuno. Finora The Great Wall ha incassato più di 270 milioni di dollari (e più della metà solo in Cina) ma non è che ai critici sia piaciuto molto. La sintesi di Rotten Tomatoes dice: «Per essere un film di Yimou Zhang con Matt Damon e Willem Dafoe che combattono antichi mostri, The Great Wall non è bello o capace di intrattenere tanto quanto si potrebbe spererare». Se vi piace il genere “grande attore di Hollywood in abiti tradizionali cinesi”, andò un po’ meglio a L’ultimo samurai.

Jackie

È un film di Pablo Larraín (il regista di No – I giorni dell’arcobaleno) ma se ne è parlato soprattutto per l’apprezzata interpretazione di Natalie Portman. Jackie racconta i quattro giorni di Jackie Kennedy dopo l’uccisione del marito, il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy, a Dallas nel 1963. Oltre a Portman – candidata all’Oscar come Miglior attrice protagonista – nel cast ci sono Peter Sarsgaard, Greta Gerwig e John Hur, morto poche settimane fa. Secondo le previsioni di chi se ne intende, Portman non dovrebbe vincere l’Oscar, ma il film potrebbe vincere il premio per i Migliori costumi ed è candidato anche per la Miglior colonna sonora (della quale Guido Furbesco ha parlato benissimo su IL).

Ben Croll di IndieWire ha scritto che «nonostante qualche cigolio nel finale, Jackie è la migliore versione possibile della storia che racconta» e secondo Nigel M. Smith del Guardian «Jackie non è fatto per vincere tanti Oscar, è grande cinema». Secondo Rafer Guzman di Newsday «l’interpretazione di Portman si perde nel caos e resta elusiva» e ci sono stati diversi critici che hanno trovato il film mediocre, senza particolari meriti. Su Kennedy e sui Kennedy sono stati fatti molti film: quello da recuperare è JFK di Oliver Stone che, a differenza di Jackie, usa in diverse occasioni le vere immagini di quegli anni.

Beata ignoranza

Ci sono Marco Giallini e Alessandro Gassmann (insieme per la terza volta) che interpretano due professori: uno vecchia maniera, molto analogico; l’altro giovanile e digitale. Succede che una loro litigata finisca online e i due debbano quindi impegnarsi a cambiare il loro approccio: quello all’antica deve usare i social più che può, quello moderno deve provare a farne a meno. La frase chiave di quella litigata è: «Chi oggi non si aggiorna su quello che accade in rete è un ignorante, va bene?»; «Allora se è così, caro Filippo, beata ignoranza!». Il regista è Massimiliano Bruno: sceneggiatore di diverse commedie italiane (ha spesso collaborato con Fausto Brizzi, per esempio per Notte prima degli esami) e regista di Nessuno mi può giudicare, Viva l’ItaliaConfusi e felici e Gli ultimi saranno ultimi.

Federico Pontiggia ha scritto sul Fatto Quotidiano: «”Sia chiaro, non tutto funziona: la sceneggiatura apre troppe porticine e viottoli e ha nel ‘film nel film’ un escamotage poco felice, e la musichetta è invasiva e irritante. Ma le sequenze in aula sono azzeccate, alcune battute romanesche vanno a segno e i pittoreschi personaggi di contorno, dal fonico e l’operatore del doc ai ‘fattoni geniali’ con cui Filippo divide l’appartamento, rubano la scena e strappano risate». Paolo D’Agostini ha scritto su Repubblica che c’è una «folla di gustosi interpreti/personaggi minori» e che ci sono «spunti utili al confronto con la commedia italiana storica», parlando in particolare di debito alla struttura del film di culto C’eravamo tanto amati.

Barriere

Denzel Washington – che ha già vinto due Oscar – è sia regista che attore protagonista e ha deciso di fare questo film dopo che ha interpretato lo stesso ruolo a teatro, qualche anno fa. Con lui c’era anche Viola Davis (già vincitrice del Golden Globe grazie a questo ruolo e ora probabile vincitrice dell’Oscar). Barriere (Fences in inglese) è tratto da una sceneggiatura scritta da August Wilson (morto nel 2005), che fu anche autore dell’opera teatrale Fences, che nel 1987 vinse il premio Pulitzer per la drammaturgia e alcuni importanti Tony Award. Barriere è un film molto fedele al testo teatrale da cui è tratto (troppo, secondo diversi critici) e parla di un uomo che negli anni Cinquanta viene respinto dalla Major League – il più importante campionato statunitense di baseball – perché è nero, e più in generale dei problemi suoi e della sua famiglia negli Stati Uniti di quegli anni.

Catherine Shoard ha scritto sul Guardian che il film è «una messa in mostra delle grandi prove di chi ci recita e, benché si veda l’origine teatrale, è purissima così com’è». Owen Gleiberman ha scritto su Variety che il film è troppo «episodico e scomodo». Barriere è anche candidato all’Oscar per la Miglior sceneggiatura non originale e l’ultima volta che una sceneggiatura tratta da un testo teatrale vinse questo premio fu nel 1989: A spasso con Daisy, di Bruce Beresford con Morgan Freeman e Jessica Tandy.

Ma anche

Riparlando degli Oscar: se volete dire “visto” ai film che potrebbero vincere qualche premio, vi conviene recuperare Manchester by the Sea e Moonlight. L’altra nuova uscita della settimana è invece La marcia dei pinguini – Il richiamo (perché anche i documentari hanno i sequel). È il seguito di La marcia dei pinguini, che nel 2006 vinse l’Oscar. Il regista è sempre il francese Luc Jacquet e la voce italiana che racconta la storia è quella di Pif.

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