Ivan Francescato contrastato da Gary Teichmann, capitano del Sudafrica, in una partita del 1997 (GIORGIO BENVENUTI/ANSA)
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  • venerdì 10 Febbraio 2017

Il rugby italiano dopo Ivan Francescato

Fu un rugbista come l'Italia non ne ha più avuti, morì una notte all'improvviso mentre era all'apice della carriera

di Pietro Cabrio
Ivan Francescato contrastato da Gary Teichmann, capitano del Sudafrica, in una partita del 1997 (GIORGIO BENVENUTI/ANSA)

Oltre a essere il nome latino della città, Tarvisium è anche il nome di una delle due squadre di rugby di Treviso. È la più piccola, la meno vincente e quella meno conosciuta. L’altra è la Benetton, che ormai da due decenni è la squadra più importante d’Italia, quella di proprietà della famiglia trevigiana più ricca e nota, quella che fornisce la maggioranza dei giocatori alla Nazionale. Le due squadre, pur essendo in un certo senso rivali, sono strettamente collegate fra loro. La Benetton è da sempre il naturale proseguimento della carriera dei migliori giocatori del Tarvisium. Dal canto suo, il Tarvisium ha una storia molto particolare, forse unica per una società sportiva italiana. Venne fondata in un quartiere periferico di Treviso verso la fine degli anni Sessanta da un lavoratore ventitreenne, Natalino Cadamuro, che in un bar della zona mise insieme una squadretta di ragazzi non ancora maggiorenni – gli stessi che poi, nel corso degli anni, divennero dirigenti e allenatori – facendola poi diventare un club vero e proprio, con decine di iscritti e diverse squadre divise per categorie d’età.

Pur non usando mai la squadra per fare propaganda, buona parte dei dirigenti del club erano dichiaratamente comunisti, e fra loro molti erano operai e figli di contadini. A cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta questo bastò per associare il club alla sinistra operaia, in contrapposizione con una città benestante e storicamente conservatrice. Il colore della maglia del Tarvisium è il rosso e la squadra ha una sorta di inno, cantato spesso dai giocatori dopo le vittorie, che fa: «Avanti Ruggers, alla riscossa, maglietta rossa, maglietta rossa». Per una città che dal 1946 al 2013 ha avuto per un solo anno un sindaco che non fosse democristiano o di centrodestra, il Tarvisium ha sempre rappresentato un’anomalia, ma senza mai entrare in conflitto con il resto della città, ed anzi, contribuendo alla sua grande storia rugbistica.

Fu nel Tarvisium che iniziò la lunga tradizione della famiglia Francescato. Sei fratelli nati in città fra il 1952 e il 1967, tutti rugbisti, dal primo all’ultimo. Il primo, Nello, segnò due mete agli All Blacks nel 1979. Poi Bruno, Rino, Manuel, Luca e l’ultimo, Ivan. Quattro di loro giocarono per la nazionale italiana e per la Benetton. Tutti e sei per il Tarvisium. I Francescato fanno parte della storia della Benetton, ma iniziarono a giocare a rugby con le “magliette rosse” del Tarvisium, la squadra del quartiere in cui nacquero, di cui Nello fu uno dei primi storici giocatori. Il Francescato più piccolo, Ivan, nacque il 10 febbraio di cinquant’anni fa, più di una decina di anni dopo i suoi fratelli, e crebbe nei loro miti di rugbisti di successo. Iniziò a giocare a rugby quando probabilmente ancora non sapeva bene che cosa fosse. Chi lo vide crescere negli anni Settanta lo ricorda come un ragazzino minuto ma instancabile e dal comportamento particolarmente irrequieto.

Nello spettacolo Album d’Aprile 1974 e 5, Marco Paolini, attore di teatro e cinema, raccontava un periodo nella vita di un suo personaggio fittizio — un rugbista del Tarvisium — che fra le altre cose era uno dei frequentatori del bar del quartiere in cui venne fondata la squadra, nel periodo in cui Francescato era bambino. Come raccontato più volte dalla gente del posto, da bambino lo si vedeva sempre correre in giro e disturbare la clientela. Paolini lo ricorda come “il migliore di tutti”, perché in effetti di rugbisti come lui, dopo la sua morte, l’Italia non ne ha più avuti.

Uno dei primi allenatori di Francescato fu Luigino Pizzolato, uno di quei ragazzini che fecero parte della prima squadra del Tarvisium. Nel libro La finta di Ivan, Pizzolato lo ricorda così: «Onestamente, al di là dell’affetto, Ivan è stato il giocatore di maggior talento che abbia avuto modo di allenare. Talento puro e innato. Sui campi italiani è sempre stato vincente nell’uno-contro-uno, non mi viene in mente un avversario che sia stato in grado di batterlo. A 17 anni aveva già l’intelligenza di un giocatore adulto».

Dopo aver iniziato con il Tarvisium, con cui esordì nel campionato di A2 a 19 anni, passò alla Benetton e nel 1987 iniziò a giocare per la prima squadra, senza mai più lasciarla per i successivi dodici anni. Tuttora è ricordato come il giocatore più amato nella storia del club, più di John Kirwan e Brendan Williams, probabilmente i due più forti ad aver mai giocato a Treviso. Oltre a essere il più amato dai tifosi, Francescato, che giocava nel ruolo di tre quarti centro, fu uno dei più forti rugbisti italiani di sempre, ancora unico per le sue caratteristiche. Era alto meno di 1 metro e 80 centimetri e pur essendo abbastanza tarchiato non pesava più di 80 chili. Oltre a non impedirgli di compiere un numero esagerato di placcaggi nel corso delle partite, le sue caratteristiche fisiche gli consentivano di sfruttare una forza esplosiva con cui poteva compiere scatti fulminei. Aveva una corsa rapidissima e imprevedibile che lo portava facilmente in meta.

Una delle sue caratteristiche di gioco principali erano le “schivanelle” o le “schinche”, in dialetto veneto, cioè i rapidi cambi di direzione in corsa che facevano andare a vuoto i placcaggi degli avversari. Ma Francescato era anche un giocatore rude, per certi aspetti poco disciplinato in campo, cosa che gli creò alcuni problemi quando entrò nel giro della Nazionale, in quel periodo allenata da ex rugbisti francesi che ai loro giocatori chiedevano con insistenza il rispetto di rigide indicazioni tattiche.

«Ivan è stato come un figlio. L’immagine che ho conservato più cara è di lui che si siede a tavola con la squadra, non aspetta che servano il primo e si mette a mangiare di nascosto il pane con l’olio, dando di gomito a Giovanelli. Come un bambino che vuole fare il furbo. Ivan giocatore era un creativo, un artista imprevedibile anche per i compagni. Cambio di passo micidiale, non sbagliava mai un placcaggio e non aveva paura di nessuno. Puzzava di rugby, aveva tutto innato, come nessun altro della sua generazione, che pure era piena di talento». Il francese Georges Coste allenò l’Italia tra il 1993 e il 1999. La generazione di rugbisti che giocò in quegli anni fu quella che fece uscire il rugby italiano dai piccoli centri portando la Nazionale alle prime prestigiose vittorie e al meritato ingresso nel Cinque Nazioni, che poi diventò Sei.

Francescato si fece notare già da prima, quando l’allenatore non era ancora Coste ma Bertrand Fourcade. Nel 1991 venne convocato dalla Nazionale per la Coppa del Mondo in Inghilterra. Giocò da titolare le tre partite dei gironi, e nella prima, contro gli Stati Uniti, segnò una delle sue mete più belle. Sugli sviluppi di una touche il pallone gli arrivò fra le mani e con uno scatto che lasciò sul posto tutti quelli che aveva intorno iniziò a correre verso l’area di meta avversaria, evitando un primo placcaggio con un cambio di passo, poi un altro pochi metri dopo con uno dei suoi micidiali cambi di direzione e infine l’ultimo avversario, con un’altra “schivanella”.

Negli anni successivi, con Georges Coste, Francescato divenne sempre più importante per la Nazionale italiana, formata da tanti altri grandi giocatori, come Diego Dominguez, il capitano Massimo Giovanelli, i fratelli Cuttitta, Franco Properzi e Alessandro Troncon. I successi e la qualità di quella squadra raggiunsero l’apice a Grenoble il 22 marzo del 1997. L’Italia di rugby giocò e vinse quella che probabilmente è la partita più importante della sua storia. Era la finale della Coppa FIRA, una specie di campionato europeo a cui partecipavano tutte le nazionali europee tranne quelle britanniche. Fino ad allora l’Italia non era mai riuscita a vincerla, aveva ottenuto solo secondi posti. La finale di quella edizione avrebbe dovuto continuare la serie dei secondi posti, anche perché la Francia, l’altra finalista, aveva vinto il Cinque Nazioni di quell’anno facendo il Grande Slam, cioè vincendo tutte le partite, e avrebbe vinto il torneo anche l’anno successivo.

Fin dai primi minuti di gioco si capì che l’Italia stava molto bene ed era molto più motivata della Francia. Francescato segnò la prima meta dopo appena cinque minuti, e fu una di quelle sue mete che lo resero famoso anche all’estero: prese palla a quaranta metri dall’area di meta e scattò lasciandosi dietro tutti senza dare il tempo a nessuno di accorgersene.

L’Italia vinse 40-32 e quella fu la vittoria che convinse il board del Cinque Nazioni ad ampliare il torneo per fare posto all’Italia, che fece il suo esordio tre anni dopo, nel 2000. Ma la partita di Francescato finì pochi minuti dopo aver segnato la meta, poiché piegandosi per schiacciare la palla a terra sentì dolore a una coscia che gli impedì di proseguire. Fu l’ultima importante meta nella sua carriera.

Per altri infortuni, fra il 1997 e il 1998 Francescato dovette saltare mesi di attività e diverse partite della Nazionale, con la previsione di tornare completamente in sesto nel 1999. Nella notte fra il 18 e il 19 gennaio di quell’anno, Francescato tornò nella sua casa di Treviso dopo essersi allenato nel pomeriggio e aver passato la serata con la fidanzata e un compagno di squadra con cui qualche tempo prima aveva aperto un locale notturno. Verso le due di notte cominciò a star male, accusando fortissimi dolori alla testa e allo sterno, oltre ad avere dei conati di vomito. La fidanzata fece arrivare un’ambulanza ma Francescato arrivò all’ospedale di Treviso in gravissime condizioni, e morì poco dopo. I giornali parlarono di un aneurisma cerebrale ma l’autopsia rivelò che fu arteriosclerosi coronarica, una malattia che solitamente si manifesta in età avanzata. I medici che effettuarono l’autopsia dissero che il cuore di Francescato presentava condizioni paragonabili a quelle di un uomo con il doppio della sua età.

Francescato morì a 32 anni, all’apice della sua carriera da rugbista. Un anno dopo avrebbe esordito con la nazionale nel Sei Nazioni, e lo avrebbe fatto con molti dei compagni di squadra con cui tre anni prima aveva ottenuto l’accesso a uno dei tornei più antichi e prestigiosi al mondo, battendo la nazionale più forte d’Europa. Fino al giorno della sua morte fu di gran lunga il rugbista italiano più talentuoso, quello per cui valeva la pena guardare le partite. Da sempre ricordato con affetto dal mondo del rugby italiano, nel 2006 la FIR gli ha dedicato il nome della sua prima accademia federale.

Ma la grande tradizione rugbistica dei Francescato non è finita. I figli dei fratelli di Ivan stanno iniziando ora a entrare nel giro del rugby professionistico: come Enrico, figlio di Bruno Francescato, che gioca con il Petrarca Padova e lo scorso novembre è stato convocato per la prima volta come permit player dalla Benetton, o come Nicola, nato nel 1997, che fa parte della prima squadra delle “magliette rosse”.