(AP Photo/Christian Torres)
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  • martedì 31 gennaio 2017

Anche i Clinton volevano il muro?

Cosa c'è di vero nella tesi per cui fu Bill Clinton a iniziare la costruzione di un muro, e sia Obama che Hillary lo votarono al Senato

(AP Photo/Christian Torres)

Lo scorso 25 gennaio Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per iniziare la progettazione di un muro al confine tra Stati Uniti e Messico. Lo scopo del muro è bloccare l’immigrazione illegale dal Messico agli Stati Uniti, ed è una delle più famose e controverse promesse della sua campagna elettorale. Il muro costerebbe probabilmente svariati miliardi di dollari, forse qualche decina. Trump promette che a pagarlo sarà il Messico, ma non è chiaro come questo possa avvenire, visto che il governo messicano si rifiuta di farlo: la Casa Bianca ha detto che le spese saranno anticipate dagli Stati Uniti, che potrebbero poi rivalersi sul Messico imponendo una tassa sui suoi beni esportati negli Stati Uniti. Per questo motivo è già saltato un incontro che era in programma tra Trump e il presidente del Messico, Enrique Peña Nieto.

Per giustificare questo progetto molto controverso, Trump ha spesso detto che anche la sua avversaria alle elezioni presidenziali, Hillary Clinton, in passato era stata favorevole alla costruzione di un muro al confine con il Messico. Molti altri, anche in Italia, sostengono che il muro che già oggi, in alcuni tratti, divide Messico e Stati Uniti è stato costruito dal marito di Hillary Clinton, Bill. Tra gli altri lo ha detto anche Alessandro Di Battista, deputato e dirigente del Movimento 5 Stelle.

Questo però non è preciso, come minimo: la costruzione delle prime barriere – non muri – al confine con il Messico iniziò nel 1990, durante la presidenza di George H. W. Bush. Come spiega uno studio del Congresso americano, pubblicato nel 2009, e citato in un articolo di Pagella Politica:

L’USBP [la polizia di frontiera degli Stati Uniti] iniziò a costruire barriere fisiche nell’area di San Diego a partire dal 1990, allo scopo di dissuadere gli ingressi illegali e il traffico di droga. La “barriera primaria” di San Diego, lunga circa 20 chilometri, era parte della strategia “Prevenzione attraverso la deterrenza”, implementata dall’USBP disponendo agenti e altre risorse nelle prossimità dei grandi centri abitati, in modo da dissuadere gli immigrati dall’entrare nel paese.

Da un altro studio del Congresso si capisce che questo primo tratto di barriera fu un’iniziativa delle autorità locali incaricate di sorvegliare la frontiera. Prima della costruzione immigrati e trafficanti potevano entrare a San Diego senza difficoltà, guidando la propria automobile oltre il confine. La barriera non aveva lo scopo di bloccare completamente il passaggio – poteva essere scavalcata facilmente, oppure semplicemente aggirata – ma soltanto rendere il viaggio più difficile e scomodo. In poco tempo, a causa della scarsa manutenzione, la barriera divenne “del tutto inefficace” e le autorità locali decisero di costruire una seconda recinzione a poca distanza dalla prima. I lavori incontrarono alcune difficoltà legali, ma furono in gran parte terminati nel 1993, poco dopo l’insediamento di Bill Clinton (alcune fonti riportano che non fu completato l’ultimo tratto di circa cinque chilometri).

L’anno dopo la fine dei lavori a San Diego, il Messico attraversò un difficile periodo di crisi economica che causò un aumento nel numero nel numero di immigrati in arrivo negli Stati Uniti. Tra il 1994 e il 1995 l’allora presidente Clinton approvò le operazioni Gatekeeper (in California), Hold the Line (in Texas) e Safeguard (in Arizona), che avevano lo scopo di aumentare le risorse a disposizione della polizia di frontiera e scoraggiare l’immigrazione e il traffico di droga attraverso una strategia di deterrenza. Gli uomini e i mezzi della polizia di frontiera furono più che raddoppiati e vennero dotati di apparecchi all’avanguardia, come un numero maggiore di dispositivi per la visione notturna.

I risultati del “modello San Diego”, cioè la costruzione di una barriera in corrispondenza di aree molto popolose, fu considerato un successo. Barriere simili furono costruite a El Paso, in Texas, e a Nogales, in Arizona. Non è facile trovare online la lunghezza di queste barriere, ma dai documenti disponibili sembra che si trattasse di recinzioni lunghe poche decine di chilometri, che – come quella di San Diego – avevano lo scopo di dissuadere l’attraversamento in corrispondenza di una zona urbana e spingere i flussi di migranti e trafficanti verso le aree più impervie e pericolose.

Quella che Clinton definì la “barriera umana” di agenti e le piccole barriere costruite in corrispondenza di punti strategici ottennero alcuni successi, ma furono molto criticate poiché, spingendo migranti e trafficanti verso il deserto, resero i loro viaggi molto più pericolosi. A partire dal 1994 il numero di persone morte mentre cercavano di attraversare il confine iniziò a salire, passando dai meno di 200 del 1993 ai quasi 400 del 2000. Dagli anni Novanta a oggi si calcola che 11 mila persone in tutto sono morte cercando di entrare negli Stati Uniti. Nei rendiconti ufficiali delle varie operazioni, le misure più significative contro l’immigrazione irregolare che vengono citate sono l’aumento di fondi e personale alle agenzie di sicurezza, mentre si parla molto poco delle barriere fisiche: in molti casi sembrano il frutto di scelte e iniziative compiute sul posto per ragioni tattiche, piuttosto che ordinate dall’alto con un atto ufficiale del presidente.

Difficilmente le operazioni di polizia e le barriere in corrispondenza delle aree urbane di Clinton possono essere definite antesignane del muro – un vero muro, descritto come “alto e invalicabile” – che Trump vuole costruire lungo i 3.200 chilometri di confine tra i due paesi. Un discorso diverso va fatto invece per la barriera lunga circa 1.100 chilometri che sorge oggi al confine tra i due paesi. La costruzione di questa barriera è iniziata in seguito a un ordine diretto del presidente Geroge W. Bush, che nel 2006 fece approvare il “Secure Fence Act”. La barriera oggi occupa circa un terzo del confine tra Messico e Stati Uniti ed è composta da un sistema misto di barriere anti-pedoni e barriere anti-veicoli. Soltanto in alcuni brevi tratti la barriera è doppia. È costata 1,2 miliardi di dollari e i lavori si sono fermati prima di arrivare al raddoppio dell’intero tratto, quando il Congresso ha rifiutato di finanziare ulteriormente il progetto.

Il “Secure Fence Act” fu votato, tra gli altri, dagli allora senatori Hillary Clinton e Barack Obama. La loro posizione non deve sorprendere troppo: come dimostrano le scelte fatte da Clinton nel 1994-95, anche i Democratici sono spesso favorevoli a misure per cercare di dissuadere o bloccare l’immigrazione illegale nel paese. I due partiti sono divisi soprattutto su come trattare gli immigrati una volta entrati nel paese, come dimostra la riforma del 2013 (approvata dal Senato, ma bloccata dalla Camera), in cui in cambio di maggiori controlli al confine, i Repubblicani avevano accettato un’ampia sanatoria per gli immigrati clandestini. In campagna elettorale Hillary Clinton diceva di voler proteggere il confine con più agenti e meglio finanziati, e anche con qualche barriera fisica su qualche tratto del confine (ma non un muro che lo coprisse interamente); e disse anche che bisognava dare a tutti gli immigrati irregolari incensurati la possibilità di accedere a un percorso per ottenere la cittadinanza.

La notizia falsa per cui Bill Clinton fu il primo a costruire un muro tra Messico e Stati Uniti si è diffusa a causa di Dick Morris, un ex collaboratore di Clinton, cacciato dal suo staff nel 1996 e diventato in seguito uno dei suoi più severi detrattori. In un video pubblicato sul suo sito lo scorso 25 agosto, Morris disse che tra il 1993 e il 1994 Clinton ordinò la costruzione di una barriera lunga poco meno di 400 chilometri tra le coste della California e l’Arizona. Nei documenti ufficiali dell’epoca non si trova traccia di questa barriera. I media americani, e lo stesso Trump, non hanno ripreso in maniera significativa la dichiarazione di Morris.

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