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  • venerdì 28 giugno 2013

Gli Stati Uniti e l’immigrazione

In cosa consiste la storica riforma approvata dal Senato a larga maggioranza, perché è molto difficile che diventi legge e che cos'è la "Gang of Eight"

di Francesco Costa– @francescocosta

Nella serata di giovedì 27 giugno il Senato degli Stati Uniti ha approvato a larga maggioranza una riforma dell’immigrazione che rappresenta il più significativo cambiamento normativo sul tema negli ultimi decenni.

La riforma è stata approvata con 68 voti favorevoli e 32 contrari: hanno votato a favore tutti i 52 senatori democratici, i 2 senatori indipendenti e 14 senatori repubblicani. Il solo fatto che la riforma abbia avuto un sostegno “bipartisan” è una notizia, di questi tempi a Washington: praticamente da anni i repubblicani si oppongono frontalmente a qualsiasi proposta dei democratici e dell’amministrazione Obama, anche a quelle che solo cinque anni fa li avrebbero visti favorevoli. Il merito di questo risultato si deve al lavoro fatto da un gruppo di otto senatori, quattro democratici e quattro repubblicani – ormai noti a tutti come the Gang of Eight, “la banda degli otto” – che hanno scritto la legge e negli ultimi mesi hanno lavorato molto per raccogliere consenso a destra e a sinistra.

La riforma approvata dal Senato prevede due cose fondamentali, una che piace alla destra e una che piace alla sinistra. Quella che piace alla destra, e la sinistra tollererà, è il rafforzamento militare del confine tra Stati Uniti e Messico: saranno schierati 20.000 soldati e saranno costruite recinzioni per oltre 1000 chilometri, per un costo complessivo di 40 miliardi di dollari. Quella che piace alla sinistra, e la destra tollererà, è una specie di sanatoria: gli 11 milioni di immigrati irregolari negli Stati Uniti potranno ottenere la cittadinanza attraverso un processo graduale. È una norma che sta molto a cuore agli statunitensi di origini latinoamericane, che molto spesso hanno parenti o amici privi di documenti.

La legge ha ottenuto il sostegno dei maggiori sindacati, delle associazioni di imprenditori e delle organizzazioni a tutela dei diritti degli immigrati. E naturalmente ha anche il sostegno della Casa Bianca, per quanto Barack Obama se ne sia dovuto tenere lontano per evitare che la questione diventasse l’ennesimo referendum sulla sua amministrazione. Una faccenda intricata, insomma, che Ryan Lizza ha raccontato benissimo in un articolo lungo e interessante sul New Yorker.

Due dei quattro senatori repubblicani della Gang of Eight sono John McCain e Marco Rubio. McCain è senatore dell’Arizona, ha sfidato Barack Obama alle presidenziali del 2008, è molto stimato nel partito ed è noto per essere uno dei pochi repubblicani in grado di trattare e mettersi d’accordo con i democratici senza essere accusato di tradimento. Non è particolarmente simpatico all’estrema destra e ai tea party, però, anche per questo motivo: ma parlare con quella parte era invece il compito di Marco Rubio, senatore della Florida di origini cubane, molto apprezzato dai tea party, considerato unanimemente uno dei più forti aspiranti candidati repubblicani alla Casa Bianca nel 2016.

Rubio ha fatto parte della Gang of Eight e ha passato gli ultimi mesi a spiegare instancabilmente le ragioni della riforma nei luoghi più frequentati dagli elettori di destra statunitensi, a cominciare dalle talk radio e da Fox News. La partecipazione di Rubio alla Gang of Eight è visto dagli osservatori come un ulteriore segnale di maturità e ambizione in vista del 2016.

Rubio e McCain fanno parte della minoranza di repubblicani convinta che il partito non ha un futuro se non riesce a conquistare i consensi di almeno un pezzo dell’elettorato latinoamericano, che sia nel 2008 che nel 2012 ha votato in larghissima maggioranza per i democratici, risultando spesso decisivo e trasformando in stati tendenzialmente “blu”, democratici, anche posti storicamente “rossi”, repubblicani, come il Colorado o il Nevada. Gli equilibri non sono sempre stati questi: sia nel 2000 che nel 2004 George W. Bush ottenne un significativo numero di voti dagli elettori latinoamericani, grazie a un programma tollerante sull’immigrazione. L’elezione di Obama e la successiva radicalizzazione del partito repubblicano hanno cambiato le cose.

Perché la legge sia approvata definitivamente, serve adesso il voto della Camera: e qui vengono le cose difficili. Alla Camera i repubblicani hanno la maggioranza e sono notoriamente più estremisti e radicali dei loro colleghi di partito del Senato. Gli analisti prevedevano che sarebbero serviti almeno 70 voti favorevoli al Senato per rendere la legge forte al punto da avere speranze di passare alla Camera: ne sono arrivati 68, i promotori sperano di farcela ugualmente. Per il momento il presidente della Camera John Boehner ha detto di non avere intenzione nemmeno di calendarizzare il voto, e che la Camera voterà una sua riforma dell’immigrazione (che non comprenderà la possibilità di ottenere la cittadinanza per gli irregolari). L’atteggiamento oltranzista dei repubblicani, spiega il New York Times, si deve anche al fatto che più del 70 per cento dei deputati repubblicani della Camera è stato eletto in collegi dove meno del 10 per cento degli elettori hanno origini latinoamericane. Questo si spiega col fenomeno del cosiddetto “gerrymandering“.

Il “gerrymandering” è la pratica di ridisegnare i confini dei collegi elettorali in modo da favorire i candidati di un partito. I repubblicani, che alle elezioni del 2010 hanno ottenuto un rilevante successo elettorale, ne hanno approfittato nei due anni successivi ridisegnando parecchi collegi: il risultato è che alle elezioni per la Camera del 2012 i democratici hanno ottenuto una stretta maggioranza nel voto popolare – il 50,4 per cento, circa un milione di voti – ma i repubblicani hanno comunque ottenuto una maggioranza di 33 seggi.

Per capire come funziona il “gerrymandering”, basta pensare a una regione composta da una città circondata dalla campagna. Nella città, dove abita circa metà della popolazione totale, si vota a sinistra, nella campagna, dove abita l’altra metà, si vota destra. Se chi ha il potere di ridisegnare i collegi elettorali della regione volesse far vincere la destra, potrebbe disegnare i vari collegi in modo che ogni collegio cittadino comprendesse una fetta di campagna tanto grande da far sì che i cittadini di sinistra siano inferiori in numero agli abitanti rurali di destra. Con questo sistema, nonostante la parità numerica tra gli elettori dei due partiti, dalla regione uscirebbe sempre una maggioranza di candidati di destra. Cose del genere sono state fatte con i quartieri e le zone a maggioranza ispanica.

foto: da sinistra, i senatori Dick Durbin (democratico), John McCain (repubblicano),  Michael Bennet (democratico) e Chuck Schumer (democratico), quattro della Gang of Eight. (Alex Wong/Getty Images)

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