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James Taylor, cantautore agrodolce

Il Washington Post ne ha ripercorso in un'intervista la vita e la lunga carriera, tra malinconia, fallimenti e droga

di Dan Zak - The Washington Post

Aveva il cervello pieno di morfina e il cuore gli si stava spegnendo. I polmoni però si ricordarono di respirare. Tutto qui. Stava morendo – una situazione in cui si era trovato diverse volte – ma i suoi polmoni continuarono a funzionare, come ogni volta. Per questo motivo ora, a settembre, è seduto qui, sobrio, in un hotel che costa diverse migliaia di dollari a notte. Invece di morire a 22 o a 33 anni – come molti dei suoi parigrado artistici, che hanno cercato conforto nelle droghe – James Taylor, che oggi ha 68 anni, prende dal tavolino un foglio spiegazzato con stampata sopra la sua discografia: 18 dischi in studio e circa 200 canzoni, nell’arco di 48 anni di celebrità certificata da diversi dischi di platino.

Taylor ha messo insieme i pezzi della sua carriera perché voleva vedere quali erano i temi che continuavano a perseguitare la sua musica, di cui ha fatto delle liste che tiene sull’iPad.

L’impulso del viaggio.

Lo show business.

Suo padre.

L’uomo visto come pensatore e creatura.

Mettendo in ordine il proprio lavoro si corre il rischio di iniziare a valutare se stessi. Taylor sa che alcune delle sue canzoni sono migliori di altre, e che alcune canzoni sono state scritte meglio di quanto poi siano state registrate. “Shed a little light”, per esempio. O “The Frozen Man”. In quei casi le sessioni di registrazione non furono particolarmente riuscite. Pensa di essere arrivato vicino al successo con “Gaia” e di averlo raggiunto con “Never Die Young” e “Enough to Be on Your Way”. Ma ce ne sono anche delle altre. «“Sweet Baby James” e “Carolina”: sono ancora orgoglioso di quelle canzoni», racconta Taylor seduto davanti a un tavolo di vetro e a un succo di mirtillo. «Forse più per “Sweet Baby James”, perché è una specie di rompicapo cinese». La ninnananna con il tempo di un valzer scritta per suo nipote è un rompicapo? Taylor avvicina verso di lui un blocchetto di post-it. «Lo schema delle rime», dice, prima di prendere una penna nera e iniziare a scrivere sulla carta gialla.

Range.

Cattle. Companion.

Saddle. Canyon.

Pastures to change.

«Ci sono delle rime interne molto forti. Vediamo… ».

Snow.

Turnpike. Dreamlike.

Boston. Frostin’.

Ten thousand more to go.

«La forma della canzone era molto rigida, non fu semplice da fare. Era come un rompicapo matematico, o un Sudoku. Credo che iniziare una canzone nella forma di una ninnananna a un bambino e portarla a essere questo, nella seconda strofa, e in qualche modo riepilogare tutto a me stesso, nel momento che stavo vivendo, in cui realizzai che potevo avere una carriera, che sapevo scrivere canzoni, che funzionavo come musicista, che anche se c’erano dei problemi esisteva una via per andare avanti… ». Oltre la porta scorrevole di vetro – siamo in un bungalow – c’è una piccola cascata. La luce bianca della California penetra tra le siepi, disegna delle strisce sulla sua polo grigia e blu e luccica sull’oro della montatura sottile dei suoi occhiali. Taylor sta ammirando una cosa creata 46 anni fa come se l’avesse appena scoperta.«Credo che in quella canzone ci siano molte cose importanti».

Agrodolce e basso

Chiunque abbia meno di 50 anni può non saperlo, ma James Taylor era un gran bell’uomo. Un metro e novanta di sensibilità. Una fluente chioma castana. Baffi da attore porno ben portati. Un modo di suonare le corde della sua chitarra che dà l’impressione che ti stia toccando le valvole del cuore. Aggiungeteci una camicia di jeans azzurra, fatelo appoggiare a un palo di legno e buonanotte, moonlight ladies.

Il secondo disco di Taylor – “Sweet Baby James”, quello con le parole “fire” e “rain” (fuoco e pioggia) scritte sulla copertina – vendette 1,6 milioni di copie nel primo anno. A marzo del 1971 Taylor era sulla copertina di Time, in un’illustrazione che lo ritraeva come un menestrello con le fattezze di una specie di Cristo post Woodstock sotto il titolo “Il nuovo rock: agrodolce e basso”. «Mi danno conforto il fatalismo e l’ineluttabilità… e cose come i terremoti e le eclissi di luna, perché non le posso influenzare», disse l’allora 22enne Taylor a Time, «mi sollevano dalla responsabiltà».

Il suo ambiente sono gli elementi naturali – vento, polvere, oceani, arcobaleni – e la prima cosa che ricorda è il suo tentativo di camminare su uno strato indurito di neve affondandoci dentro, fuori dalla casa della sua famiglia a Weston, in Massachusetts. Nei primi anni Cinquanta, quando era un bambino, i Taylor – che erano benestanti – si trasferirono a Chapel Hill, in North Carolina, in una proprietà di oltre 110mila metri quadrati piena di caprifogli, circondata da segherie e magazzini di tabacco. Ike e Trudy Taylor, discendenti di marinai, avevano gusti cosmopoliti e amavano la natura. Crebbero i loro quattro figli facendo ascoltare loro Aaron Copland, i Weavers, le Andrews Sisters. Trudy li spronava a inventare sigle radiofoniche usando strumenti musicali fatti in casa. Ike, un professore di medicina alla University of North Carolina, intonava canti marinareschi sulle spiagge di Martha’s Vineyard, dove i Taylor passano l’estate. James Taylor iniziò studiando il violoncello classico, cosa che spiega il suo stile autodidatta in chiave di basso alla chitarra: con un pollice dà un giro di basso mentre fa uscire la melodia con le prime tre dita. Il suo primo concerto furono i Peter, Paul and Mary a Raleigh. A 14 anni scrisse la prima canzone, che univa il gospel bianco del North Carolina agli inni religiosi del suo collegio in Massachusetts. I suoi testi, che parlavano di vigneti e della regione del Piedmont, preannunciavano una vita di ricerca.

Then one day I left my home, and down the river bound,
Sit back on my raft of reeds, I float past fields and towns.

In tempi più recenti l’albero genealogico dei Taylor, che un tempo godeva di grande considerazione, ha mostrato un’inclinazione al deterioramento. Il nonno e il bisnonno di Taylor morirono per via dell’alcolismo, la stessa sorte che toccò poi a suo padre e al suo fratello maggiore. Quando James Taylor aveva sette anni, suo padre Ike fuggì per due anni in Antartide per condurre degli studi sul congelamento, e forse anche per scappare dall’ambiente domestico e dal peso della sua agitata discendenza. Tutti i figli dei Taylor hanno trascorso dei periodi in istituti di salute mentale, e ciascuno di loro è diventato un musicista. Quando era un 17enne con tendenze suicide che frequentava un collegio in Massachusetts, James Taylor entrò al McLean Hospital, dove le finestre erano coperte ma le giornate avevano un’organizzazione solida. Dopo aver preso il diploma al liceo dell’ospedale, Taylor si trasferì a New York per diventare un cantautore professionista. Incontrò l’eroina nel 1966, a Greenwich Village. Quell’anno i Rolling Stones pubblicarono “Paint It Black”, e il 18enne Taylor sentì la fascinazione musicale della tristezza. Ma la difficoltà della vita andava a un passo più spedito della scrittura delle sue canzoni. Taylor prendeva molte droghe. Sveniva sulle panchine dei parchi. Ospitava nel suo appartamento personaggi loschi. Cominciò a flirtare con la morte, ma i suoi polmoni si ricordavano di respirare. Quando nel 1967 Taylor chiamò a casa suo padre, sentì l’angoscia nella sua voce. Ike Taylor andò a New York per soccorrerlo e riportarlo in North Carolina, per farlo curare.

Dopo essersi ripreso, la tappa successiva fu Londra, dove suonava sotto i cavalcavia e supplicava le case discografiche. Danny “Kootch” Kortchmar, che suonava con lui nel suo gruppo di New York, lo mise in contatto con il cantante britannico Peter Asher, che lavorava per Apple Record e fece ascoltare le demo di Taylor a Paul McCartney. «Dovremmo scritturarlo» disse McCartney agli altri Beatles. Taylor si presentò all’audizione della sua vita: doveva suonare “Something in the Way She Moves” per McCartney e George Harrison. «Ero nervoso come un chihuahua fatto di anfetamine», ha ricordato Taylor.

Il tipo perfetto per l’epoca

Nei periodi in cui i Beatles non stavano registrando il “White Album”, Taylor usava il loro studio di registrazione per produrre il suo disco di debutto omonimo. Anche se non fu un successo, il disco conteneva alcuni dei fondamentali biglietti da visita di Taylor, come “Carolina in My Mind”. La sua musica fondeva gli inni con il blues, il rock and roll con il country, Robert Frost con Woody Guthrie. Il suo primo disco gli fece ottenere un contratto discografico negli Stati Uniti con Warner Bros. «James sembrava il tipo perfetto per l’epoca», disse il suo amico Kortchmar a Timothy White, autore della biografia di Taylor Long Ago and Far Away, uscita nel 2001. «Era un giovane uomo di vent’anni, con l’aura di una persona sensibile ma non femminile, bello ma non troppo macho. Dava un’impressione di gentilezza del sud ma aveva l’aspetto di un pescatore o di un contadino del New England».

Nel 1971, dopo la morte di Janis Joplin e Jimi Hendrix, il folk rock neutralizzò l’acid rock. La decima canzone del terzo disco di Taylor era consapevole della sua malinconia: con “Why is this song so sad?” Taylor, insieme a Carole King, Joni Mitchell e Carly Simon, fece dello struggimento un passatempo nazionale negli Stati Uniti. Mitchell cantò i back vocals in “Long Ago and Far Away” e Simon fece lo stesso per “One Man Parade”. Taylor ricambiò il favore per “A Case of You” di Mitchell, che probabilmente parla di lui, e “Waited So Long” di Simon. Taylor e King duettarono al Carnegie Hall, e in risposta a “Fire and Rain” – in cui Taylor cantava «I’ve seen lonely times when I could not find a friend» (“Ho conosciuto periodi di solitudine in cui non riuscivo a trovare un amico”) – King scrisse “You’ve Got a Friend”.

Taylor e Mitchell ebbero una relazione e poi, nel 1972, Taylor sposò Simon. «Quando James entrava in una stanza – qualsiasi stanza – la trasformava, caricandola del suo splendore», Simon scrisse nella sua autobiografia, in cui il ritratto di Taylor è brutale e adorante insieme. Lei lo amò anche quando lo odiava: «e non a dispetto della sua anima a pezzi, ma grazie a quella». Insieme ebbero due figli. Taylor proseguì la sua storia d’amore con l’eroina. Si ritirava in una solitudine monastica per comporre su dei quaderni, usando una pagina per la scrittura e quella di fianco per le modifiche, e componendo strofa per strofa, bozza dopo bozza, fino a riempire a metà il quaderno e a raggiungere la perfezione. Non sempre aveva la stessa attenzione per la sua famiglia. Nel 1976 Simon scrisse “Fair Weather Father” (“Padre quando le cose vanno bene”), quando la figlia della coppia, Sally, aveva due anni. Taylor, che non è il tipo che soffoca una confessione musicale, cantò i back vocals dell’atto di accusa contro di lui.

Continuava a drogarsi, e i suoi polmoni continuavano a respirare. Nel 1976 uscì il suo greatest hits, che ottenne il disco di platino. Nel 1979, a Montserrat, Taylor bevve fino a diventare depresso. Aveva la voglia di fuga di suo padre, e i tour erano il suo Antartide. Il suo 11esimo disco, uscito nel 1981, fu intotalato “Dad Loves His Work”. Simon chiese il divorzio e l’anno dopo John Belushi, amico di Taylor, morì di overdose allo Chateau Marmont, un hotel di Los Angeles. Taylor cantò “That Lonesome Road” al suo funerale a Martha’s Vineyard. La canzone contiene gli elementi presenti in tutte le canzoni di Taylor. La luna argentea. Gli alberi. Il cuore. La melodia struggente. Per James Taylor l’ascolto facile non ha mai significato una vita facile.

«Il mio cuore è libero dalla paura»

La morte di Belushi sconvolse Taylor in un modo in cui la morte sfiorata non riuscì mai a fare. Il suo amico Michael Brecker, il musicista jazz, lo portò al suo primo incontro alla Narcotici Anonimi. La sua seconda moglie Kathryn, che aveva sposato nel 1985, gli rimase accanto durante la disintossicazione e l’astinenza. Da allora Taylor è sempre stato sobrio, ma conserva la vergogna e il rimorso per quell’abitudine, che sono l’ispirazione artistica e il ricordo della fallibilità in un mondo che lo adora.

In questo bungalow di Beverly Hills, Taylor è affabile ma difficilmente mi guarda negli occhi. È sereno anche quando si agita. È maestro e apprendista, penitente e sciamano, a seconda del momento. Taylor dice che il motivo principale per cui si è seduto di fianco al presidente Obama quando è stato premiato al Kennedy Center, invece di essere ridotto a un cumulo d’ossa a Martha’s Vineyard, è la fortuna. Ma questo non significa che non abbia percezione di una forza superiore. «La musica fa pensare che nell’universo ci sia un ordine che in qualche modo…». Taylor balbetta per dieci secondi in cerca del verbo, pensando alla scienza della rima, all’algebra dell’armonia, nello stesso modo in cui le sue canzoni raccontano storie e suscitano emozioni che non hanno nome. «… precede la consapevolezza umana. Vale per le leggi fisiche dell’universo come per le emozioni. Per questo la musica ti fa uscire dalla prigione dell’io».

James Taylor non è più intrappolato. Ora fa parte di diverse hall of fame, è riuscito a trovare un equilibrio tra lavoro e vita privata e ha addirittura pubblicato un disco di Natale. Viaggia con un kit per le unghie, in modo da mantenere le dita in condizione di suonare, e si esibisce regolarmente. Taylor Swift, sua ammiratrice e omonima, lo ha portato sul palco durante i suoi concerti. Ha sempre un iPhone pronto a registrare, perché le parole e le melodie lo raggiungono ancora all’improvviso. I suoi gemelli di 15 anni, avuti con la terza moglie Kim, stanno finendo il primo semestre nella stessa scuola che frequentò Taylor, non lontano dalla loro casa nel Berkshires, dove Taylor ha anche convertito una stalla in studio di registrazione. L’impulso del viaggio è diventato più un hobby. La prima canzone nel suo disco del 2015, “Before This World”, abbandona la ricerca dello spostamento e spazza via la tristezza.

The way ahead is clear.

My heart is free from fear.

I plant a flag right here.

Gran parte della musica migliore di Taylor è alimentata dall’alienazione e dalla solitudine. Eppure oggi è perseguitato dall’appagamento. Capisce che, negli anni, l’agrodolce è diventato un balsamo. «Le persone continuano a dirmi: “È la colonna sonora della mia vita”», racconta Taylor, «Quello che facciamo con la cultura popolare è costruire la nostra mitologia, la nostra personale mitologia. Una colonna sonora. Seguiamo una serie di persone famose o attori o film o canzoni che ci rappresentano davvero. E poi in qualche modo incanaliamo un po’ di tutto questo, quando se ne ha bisogno nella propria vita».

Poi Taylor parla della sua canzone più famosa come se fosse un attrezzo, o una scopa. «Penso che “Fire and Rain” sia stata utile a un po’ di persone». La sera dopo, un martedì di settembre, Taylor ha un concerto di beneficenza in un locale di medie dimensioni nel centro di Los Angeles. «È il riferimento di quello che dovrebbe essere un cantautore», dice Vince Gill, presentandolo. Taylor è accolto da una standing ovation, incespica e ha la voce tremolante. La sua anima è sempre stata vecchia, e ora è stata raggiunta dal suo corpo. Ci sono cinque musicisti, tra cui Joe Walsh degli Eagles, che si alternano a suonare le loro canzoni e si fanno da sfondo l’un l’altro con riff di chitarra o armonie vocali. Taylor suona un giro di basso quasi impercettibile per ognuno di loro: è una cortesia involontaria per un uomo che considera ogni nota un amen, un battito, un respiro.

Dopo aver suonato “You’ve Got a Friend”, Taylor attribuisce il merito della canzone a Carole King, e dopo “You Can Close Your Eyes”, Gill dice che «è una delle migliori canzoni nella storia americana». La serata ha la sua giusta conclusione con la ninnananna. La prima strofa è dedicata a un bambino. La seconda a se stesso. La terza alla cosa che lo aiuta a dormire, che gli ha salvato la vita, e che offre una soluzione al rompicapo di James Taylor. «Cantare funziona bene per me». E buona notte, moonlight ladies.

© 2016 – The Washington Post