George Michael, morto ieri a 53 anni, durante un concerto alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Londra 2012. (Pascal Le Segretain/Getty Images)

Dieci canzoni di George Michael

I successi con e senza i Wham! del cantante britannico, morto a 53 anni

George Michael, morto ieri a 53 anni, durante un concerto alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Londra 2012. (Pascal Le Segretain/Getty Images)

George Michael, celebre popstar britannica, è morto a 53 anni. Lo ha annunciato il suo agente nella tarda serata di ieri, il giorno di Natale. George Michael esordì nel 1982 nel duo Wham! insieme al chitarrista Andrew Ridgeley. I Wham! si sciolsero nel 1986, senza averci regalato moltissimo di cui ricordarci, e Michael cominciò una carriera da solista. Queste sono 10 sue canzoni scelte da Luca Sofri, il peraltro direttore del Post, nel suo libro Playlist del 2006.

George Michael e Wham!
George Michael (1963, East Finchley, Inghilterra)
Wham! (1981-1986, Londra, Inghilterra)
Alla fin fine, i Wham richiamano un sorriso e un passo di danza a chi c’era, ma di canzoni di qualità non hanno lasciato praticamente niente. Meno degli Spandau Ballet, per dire. Eppure avevano delle loro frivole bravure, e George Michael le ha dimostrate dopo, a chi sapeva scavare sotto il fenomeno da baraccone che è diventata la sua carriera planetaria. Prima che arrivasse Robbie Williams a soffiargli il posto.

Wake me up before you go-go
(Make it big, 1984)
Prima, c’era stato un breve periodo di ribellismo giovanile, per i Wham: quello di “Bad boys”, “Wham rap” e “Club Tropicana”. Poi una notte Andrew Ridgeley lasciò a George Michael un appunto perché lo svegliasse prima di andarsene, e da lì diventarono biondi, cazzari e bagnini. E per il mondo, i Wham.

Careless whisper
(Make it big, 1984)
Ma si è mai vista una storia più cretina? Gli stessi Wham raccontarono che le parole erano banali e insoddisfacenti, “piene di cliché”, e che le scrissero una sera mentre guardavano Via col vento. Comunque, fu la prima canzone della carriera di George Michael da solo, anche se la scrisse ancora con Ridgeley e poi la misero nel 33 giri a nome della band. A sentirla ora, è un po’ imbarazzante, specie quel sassofono: ma bisogna essere obiettivi, è una grande ballata appiccicosa. I piedi colpevoli perdono il ritmo, ricordatevelo.

Last Christmas
(Music from the edge of heaven, 1986)
Oh santi numi! Roba da farsi venire due diabeti in sei minuti e quarantacinque. Roba per cui ogni natale ti viene da fare il tifo per i poliziotti di Beverly Hills. E il video? Com’era, il video? Santi numi. Eppure, un colpo di genio. Come Oriana Fallaci. Come il Grande Fratello. Non ne apprezzi niente, ma ti inchini al successo planetario e definitivo. La-canzone-di-natale per tutti quelli nati dopo il 1970 (per quelli prima, c’è John Lennon, altrettanto stucchevole).

I want your sex
(Faith, 1987)
E siamo a George Michael da solo. Questa è un formidabile accrocchio dance, godibile solo nella versione di nove minuti (altrimenti perde moltissimo, ed è solo una canzoncina ripetitiva) che è all’altezza di certi spettacolari extended del tempo della disco, con fiati rhythm’n’blues e passaggi marvingayeani. Subì pesanti censure, malgrado sia un manifesto a favore della monogamia: “sex is best when it’s one-on-one”.

One more try
(Faith, 1987)
“I’ve had enough of danger, and people on the streets” sembra un verso premonitore dei guai en plein air in cui si sarebbe messo anni dopo. Ma la canzone è un lentone drammatico che parla più genericamente di aver preso delle tranvate sentimentali da stendere Mazinga, ed essere terrorizzato che succeda ancora (nella fattispecie, con un amante nominato “teacher”): “Teacher, there are things that I don’t want to learn, for the last one I learned made me cry”.

Kissing a fool
(Faith, 1987)
Pezzaccio cialtronissimo tutto sospirato su un arrangiamento jazz che Bublé ancora mangiava i leccalecca, e con un formidabile colpo di reni dopo tre minuti. Parla di quelli che dicono cose di lui che tengono alla larga le ragazze, o i ragazzi. “People will always make a lover feel a fool”.

Freedom ’90
(Listen without prejudice Vol. 1, 1990)
Bel pezzaccio di consuntivo, dove lui un po’ si incazza e gli fa solo bene. Ci sono dettagli e trovate notevoli, come la svolta del bridge che fa “I think there’s somethin’ you should know…”, il suo scatto su “good thing that I… got!” e tutto il passaggio che culmina in “that’s what you get!”. Il titolo la distingue dalla precedente sciaquettata di nome “Freedom” incisa dai Wham.

Waiting for that day
(Listen without prejudice Vol. 1, 1990)
Ballatella semplice e senza fronzoli, tutta su una chitarra e un ritmetto sintetico, che forse meriterebbe una voce più ruvida e che suoni meno “Careless whisper”. Si conclude con una citazione di “You can’t always get what you want” dei Rolling Stones. In fondo al disco ce n’è una bella versione acustica e lenta, con lui più appassionato e sospirante.

Praying for time
(Listen without prejudice Vol. 1, 1990)
Singolone che andò forte malgrado l’andamento monocorde e non esattamente canticchiabile. Una canzone di generica protesta sociale, su temi del repertorio soul: “that he can’t come back, ‘cause he has no children to come back for”. Lui la canta sobriamente, cercando di tenersi a bada e non sembrare George Michael dei Wham. E gli viene bene, complice l’ottimo arrangiamento.

Amazing
(Patience, 2004)
Lui è simpatico, e fa il suo onesto lavoro, ma con tutta la buona volontà i suoi ultimi dischi sono noiosissimi. “Amazing”, almeno, è buona per andare in spiaggia e mettersi di buonumore. E quando torneranno di moda gli anni zero e la metteranno in discoteca, sarà divertente. Tararà, tararà…