L'aggressore, Mevlut Mert Altintas, Ankara, Turchia, 19 dicembre 2016 (AP Photo/Burhan Ozbilici)
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  • martedì 20 Dicembre 2016

La storia delle foto dell’attentato ad Ankara

Un fotografo di Associated Press passava da lì quasi per caso, e invece di scappare ha scattato le immagini che oggi sono sui giornali di tutto il mondo

L'aggressore, Mevlut Mert Altintas, Ankara, Turchia, 19 dicembre 2016 (AP Photo/Burhan Ozbilici)

«I colpi di pistola, almeno otto, sono rimbombati nella galleria d’arte prima silenziosa. È scoppiato il caos. La gente urlava, si nascondeva dietro le colonne e sotto i tavoli, e si stendeva a terra. Ero spaventato e confuso, ma ho trovato un riparo dietro un muro e mi sono messo a fare il mio lavoro: scattare foto».

Questo è il racconto di Burhan Ozbilici, un fotografo dell’agenzia Associated Press che lunedì ha assistito per caso ad Ankara all’uccisione di Andrei Karlov, l’ambasciatore russo in Turchia, da parte di un uomo poi identificato come un poliziotto turco, Mevlut Mert Altintas. Nonostante il pericolo di essere a sua volta colpito – in quel momento nessuno poteva sapere se Altintas voleva uccidere più persone possibile – Ozbilici ha scattato molte fotografie negli istanti successivi all’aggressione, documentando l’agitazione dell’attentatore e la paura della folla: quelle immagini, molto crude, hanno fatto il giro del mondo e sono state riprese da tutti i siti e giornali.

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L’aggressione è avvenuta durante l’inaugurazione di una mostra fotografica sulla Kamčatka, una penisola russa: Ozbilic si trovava lì solo perché era sulla strada di ritorno dal lavoro a casa. Ha raccontato di essere arrivato quando l’ambasciatore aveva già iniziato a parlare, e di essersi avvicinato per fare qualche foto pensando che sarebbe stata utile per illustrare gli articoli sui rapporti tra Russia e Turchia.

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«Parlava con calma e – per quel che mi sembrava – con amore per il suo paese, fermandosi di tanto in tanto per lasciare parlare il traduttore. Ricordo di aver pensato quanto sembrasse calmo e umile. Poi sono arrivati i colpi di proiettile rapidamente uno dopo l’altro, e si è diffuso il panico tra le persone in sala. Il corpo dell’ambasciatore era a terra, a pochi metri da me. Non c’era sangue attorno, ho pensato che forse era stato colpito di schiena. Mi ci sono voluti un po’ di secondi per capire cos’era successo: un uomo era morto davanti a me».

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Ozbilici ha raccontato che Altintas aveva gridato qualcosa in arabo, ma che era riuscito a capire soltanto «Allahu akbar» (ha detto anche «Non dimenticatevi di Aleppo, non dimenticatevi della Siria!»). Ha aggiunto che l’attentatore era molto agitato e si aggirava attorno al corpo dell’ambasciatore strappando alcune fotografie della mostra.

«Ovviamente avevo paura ed ero consapevole del pericolo che l’attentatore si girasse verso di me. Ma mi sono avvicinato un pochino e l’ho fotografato mentre terrorizzava tutti. Pensavo: “Sono qui. Anche se vengo ferito o ucciso, sono un giornalista. Devo fare il mio lavoro. Potrei correre via senza fare nessuna foto, ma che cosa potrei rispondere alle persone che poi mi chiederebbero: ‘perché non hai fatto nessuna foto’?»

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«Mi sono anche venuti in mente gli amici e i colleghi che sono morti mentre facevano foto nelle zone di guerra, in questi anni».

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Nel frattempo l’attentatore aveva ripreso il controllo di sé, le guardie di sicurezza avevano allontanato le persone dalla stanza e fuori dalla galleria erano arrivate le ambulanze. La polizia a quel punto è entrata nella sala e ha ucciso l’attentatore (poi identificato dal ministero degli Interni turco come un poliziotto al momento non in servizio, nato a Aydin nel 1994).

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Ozbilici è tornato subito nel suo ufficio:

«Ho scaricato le foto e sono rimasto scioccato nel vedere che l’aggressore era esattamente dietro l’ambasciatore mentre parlava. Come un amico o una guardia del corpo».

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Tutte le foto sono di AP Photo/Burhan Ozbilici