• Mondo
  • giovedì 15 Dicembre 2016

Gli “ultimi messaggi” da Aleppo

Stanno circolando ovunque e sono verosimili, ma è bene sapere che sono prodotti da attivisti e non da "semplici cittadini"

Negli ultimi giorni, durante la battaglia per la città siriana di Aleppo, riconquistata dal regime di Bashar al Assad, sono circolati molti video e tweet che sostengono di contenere “l’ultimo saluto” di alcuni abitanti della città prima di essere uccisi o catturati dal regime. I video in questione sono circolati moltissimo e sono stati ripresi da vari giornali internazionali e italiani, che in molti casi li hanno diffusi attribuendoli a semplici «cittadini» o «residenti» di Aleppo. È un’informazione incompleta: i protagonisti dei video che sono circolati di più abitano effettivamente ad Aleppo, ma sono attivisti o piccole celebrità sui social network impegnate in una sorta di “campagna di comunicazione”, ed evitare di segnalarlo elimina un pezzo del racconto (alcuni fra i giornali più accurati, come il New York Times e BBC News, hanno ripreso i video cercando di contestualizzarli).

Lina al Shamy, la protagonista dei video che sono circolati di più, non è una “semplice” cittadina: è un’attivista pro-ribelli molto nota fra quelli che seguono Aleppo. Su Twitter è attiva dal 2012 e pubblica spesso messaggi video sulle violenze compiute in città. Il 12 dicembre ha diffuso su Twitter un video in cui diceva che forse non ne avrebbe diffusi più: nei giorni successivi però ha continuato a twittare e produrre altri video, ed è anche stata intervistata da al Jazeera.

Un altro dei video circolati di più è stato girato da Bilal Abdul Kareem, un giornalista e attivista americano che collabora con al Jazeera (e che ha anche un profilo verificato su Facebook, dove ha più di 72mila “mi piace”). Anche lui il 12 dicembre ha condiviso un video spiegando che questo poteva essere il suo ultimo messaggio, così come un uomo siriano di nome Abdulkafi al Hamdo che nella bio di Twitter si descrive come «insegnante, attivista e giornalista» e che nelle ultime settimane ha guadagnato una certa notorietà online.

È plausibile naturalmente che tutte queste persone fossero davvero convinte che il video o il tweet in questione potesse essere il loro ultimo messaggio da Aleppo – negli ultimi giorni in città sono morte decine di persone fra civili e ribelli – così come è difficile pensare che si siano tutte messe d’accordo per pubblicare quasi in contemporanea un messaggio simile. Tutte queste persone sono attiviste, molto spesso per loro stessa ammissione, e quindi sono schierate con una parte della guerra: precisarlo aiuta a inquadrare meglio il contesto e il contenuto dei loro video. Il discrimine fra “semplice cittadino” e “attivista” non è una questione di pignoleria, ma ha anche conseguenze pratiche: gli abitanti di Aleppo che in questo momento hanno a disposizione uno smartphone o un computer funzionante e una connessione internet sono una minoranza molto privilegiata, nonostante lascino intendere di parlare a nome della città.

Altre volte il confine fra attivismo e semplice testimonianza non è esplicitato, e sta in una specie di area grigia: è il caso per esempio dell’account di Bana Alabed, una bambina di 7 anni che ha un account Twitter a suo nome ma gestito dalla madre, e che ha già guadagnato più di 300mila follower (fra cui J. K. Rowling, l’autrice dei libri di Harry Potter, che con lei ha avuto un lungo scambio). Nelle scorse settimane Alabed ha alternato tweet con scene di vita quotidiana ad appelli per far cessare il fuoco, o ancora brevi documentari che mostrano le condizioni in cui è rimasto il quartiere dove vive.

Diversi giornali internazionali si sono occupati della storia di Alabed, anche se alcuni hanno avanzato dei dubbi sul fatto che dietro a tutto questo ci sia una bambina di 7 anni: anche il giornalista del New Yorker Ben Taub, che ha detto di essere da tempo in contatto con la madre, ha raccontato la storia di Alabed in un recente articolo ma ha ammesso che i video pubblicati dall’account «sembrano spesso seguire un copione, come se la bambina fosse istruita dalla madre su come comunicare i suoi pensieri». La vicenda di Alabed ricorda quelle di alcune comunità palestinesi che per cercare di ottenere visibilità insistono molto sulla partecipazione a manifestazioni politiche di diversi bambini, che poi diventano piccole celebrità online.

Anche l’account di Alabed ha twittato un paio di “ultimi messaggi”, e diverse altre cose dopo: il 27 novembre la madre della bambina ha fatto sapere che i bombardamenti stavano colpendo la loro casa. Nei giorni successivi l’account ha pubblicato foto di rovine e fatto sapere che la casa dove abitavano Alabed e sua madre era stata distrutta.

Non è chiaro dove vivano e in che condizioni siano in questo momento Alabed e sua madre: così come è difficile verificare se davvero la loro casa sia stata distrutta, anche se finora nei loro tweet non sono emerse manipolazioni evidenti. È plausibile pensare che sia tutto vero, ma siamo sempre nell’area grigia di cui sopra.