La bufala della morte della cantante americana Britney Spears, pubblicata nel 2001 da un falso sito della BBC ( Sion Touhig/Getty Images)
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  • martedì 13 dicembre 2016

Consigli dai giornalisti per difendersi dalle notizie false

Li ha raccolti Alyssa Rosenberg del Washington Post, chiedendo a diversi colleghi: che tendono a fidarsi più delle persone che delle testate

di Alyssa Rosenberg – The Washington Post
La bufala della morte della cantante americana Britney Spears, pubblicata nel 2001 da un falso sito della BBC ( Sion Touhig/Getty Images)

Una delle questioni più dibattute dopo le elezioni presidenziali statunitensi di quest’anno è come combattere la piaga delle notizie false. A fasi alterne Facebook ha eluso o cercato di affrontare il suo ruolo in questa crisi. Gli autori di notizie false hanno spiegato le loro motivazioni. Il giornalista del Washington Post David Ignatius ha esaminato le implicazioni internazionali derivanti dall’ondata di notizie false. Concentrarsi su cosa è affidabile e spiegare perché le pubblicazioni e i giornalisti che fanno continuamente un buon lavoro in mezzo a questo assalto di bufale sono meritevoli di fiducia è importante quanto respingere le notizie false. Dopo queste elezioni spiazzanti, ho contattato molti amici con le posizioni politiche più disparate per chiedere loro quali fossero le pubblicazioni e i giornalisti di cui si fidano e di spiegarmi i motivi della loro fiducia.

Molte delle persone che mi hanno risposto hanno fatto capire che si fidano più di singoli giornalisti – o del giudizio di singole persone che diffondono degli articoli – rispetto a specifiche organizzazioni. «Non sarà una risposta soddisfacente, ma ho sempre meno fiducia nelle organizzazioni di news o nelle pubblicazioni. Mi fido di singoli giornalisti e opinionisti, in parte perché oggi penso che per le pubblicazioni sia più difficile imporre un controllo della qualità, revisionare i testi, fare fact-checking, ecc., e in parte perché Twitter è diventata una fonte primaria per il consumo delle informazioni», ha scritto Matt Lewis del sito di news Daily Caller, «il che non vuol dire che non ci siano alcune pubblicazioni nettamente più affidabili di altre: ma il nome di cui tendo a fidarmi è quello  di chi che firma l’articolo e non quello della testata».

La pensa così anche Jeff Yang, vice presidente responsabile della strategia culturale della società di ricerca e branding Sparks and Honey, oltre che importante sostenitore della necessità di inclusione e diversità nel settore dell’intrattenimento: «Mi sono trovato a gravitare verso singole e specifiche voci fidate, a cui faccio riferimento non solo come fonti ma anche come curatrici di altre fonti, che per esempio sono filtri affidabili: penso a Dave Fahrenthold, Greg Sargent e Dave Weigel del Washington Post, a Joy Reid di MSNBC, a Sopan Deb del New York Times – che in passato ha lavorato anche per CBS – a Jamelle Bouie di Slate e a James Poniewozik del New York Times». «Va notato che ognuna delle pubblicazioni per cui lavorano queste persone ha anche fonti che considero inaffidabili e, anzi, davvero problematiche, in quanto promuovono banalità oppure diffondono cose false», ha aggiunto Yang.
«La mia timeline personale di Twitter conta come fonte affidabile di notizie?», ha scritto Sonny Bunch, direttore esecutivo del Washington Free Beacon, un sito di news politiche conservatore, e collaboratore della rubrica di politica e cultura del Washington Post Act Four, «onestamente mi fido più delle persone che degli enti. Ho messo insieme una timeline che offre notizie di qualità da persone dotate di giudizio».

Altri giornalisti hanno consigliato pubblicazioni specifiche o regole generali. Dara Lind, giornalista che si occupa di immigrazione e giustizia penale su Vox ed è coautrice della newsletter del sito, Vox Sentences, ha scritto che giudica utile il Wall Street Journal perché il modo con cui il giornale copre le notizie può aiutarla a vedere le storie importanti da una prospettiva nuova, «perché la copertura del mondo imprenditoriale e la redazione esteri del giornale, per fare un esempio, non filtra le notizia attraverso la lente della politica americana. Ho la sensazione che le informazioni che ottengo leggendo il Wall Street Journal mi siano più utili per capire una notizia in sé: forse non mi aiuterebbero a vincere una discussione ma mi tengono informata».

«Tendo a fidarmi delle organizzazioni che pubblicano titoli in conflitto con il loro punto di vista editoriale», ha detto Ben Shapiro, che quest’anno ha lasciato il sito di news di estrema destra Breitbart e ora è caporedattore del sito conservatore Daily Wire. «Per esempio il National Review pubblicherà titoli positivi su Trump anche se il giornale è contrario a Trump. Il Washington Post pubblicherà titoli anti-Clinton. Breitbart, invece, pubblicherà raramente un titolo anti-Trump».

La risposta di Nick Baumann, senior enterprise editor dell’edizione statunitense dell’Huffington Post, comprende una lunga lista di test di base rivolta ai lettori: per esempio verificare da quanto esiste la pubblicazione in questione e di che orientamento è, cercare di capire cos’altro ha scritto l’autore e se le scoperte dell’articolo sono confermate da altre pubblicazioni. «L’autore presenta il suo lavoro spiegando come e da dove ha ottenuto le sue informazioni? O si limita a asserire delle cose?», ha scritto Baumann, «i nomi citati nel pezzo sembrano inventati? Vengono citati degli esperti? Cercando i loro nomi su Google risultano reali? Per prendere per vere le cose dette dall’articolo c’è bisogno di sostenere che ci sia un complotto che ha cercato di tenerle segrete? Quante persone sarebbero state coinvolte nel complotto? Più è alto il numero, meno è probabile che la storia sia vera. La domanda principale è quella classica: quello che leggi è troppo bello per essere vero?».

Aggiungo un paio di altre cose da controllare per integrare i consigli di Baumann. Nell’articolo vengono citate delle cifre? Se sì, da dove vengono? È un centro studi riconosciuto o un ente di raccolta dati governativo? Se l’autore cita delle persone, fornisce anche qualche indicazione sulla veridicità delle affermazioni delle sue fonti? Per integrare le osservazioni di Lewis: la pubblicazione ha in organico fact-checker e revisori? Se sì, leggono tutti ogni articolo pubblicato?

Ovviamente queste idee sono utili soltanto se le persone vogliono verificare che quello che stanno leggendo sia reale. Per il resto di noi, l’epidemia di notizie false ci richiede di andare oltre la semplice condivisione di storie affidabili. Dobbiamo spiegare perché stiamo diffondendo una notizia, cosa ce la rende affidabile e perché.

© 2016 – The Washington Post

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