L’ultimo tentativo per salvare MPS

Ieri il consiglio di amministrazione della banca ha approvato l'ultimo piano per trovare sul mercato i soldi che servono, prima che arrivi l'intervento dello stato e quindi il bail-in

Operai impegnati nella manutenzione dell'insegna della sede napoletana del Monte dei Paschi di Siena (ANSA / CIRO FUSCO)

Domenica 11 dicembre il consiglio d’amministrazione di Monte dei Paschi ha deciso di riaprire per i suoi investitori la possibilità di convertire le proprie obbligazioni in azioni della banca. È di fatto l’ultima possibilità per MPS di trovare sul mercato i soldi che le servono per salvarsi dalla difficile situazione economica in cui si trova a causa di una cattiva gestione durata per anni. Gli amministratori di MPS sperano, con la nuova operazione, di raccogliere almeno un miliardo di euro dei cinque di cui hanno bisogno: se il piano non dovesse riuscire, il governo sarà costretto a intervenire con risorse pubbliche, facendo scattare il famigerato bail-in, che comporterà perdite per investitori e risparmiatori.

Secondo quanto scrivono i giornali questa mattina, tra i manager della banca ci sarebbe “ottimismo” sulla riuscita del piano di salvataggio, che prevede anche la chiusura di circa 500 filiali su 2.000 e il licenziamento o prepensionamento di circa 2.600 dipendenti su 25.000. La parte più importante del piano è però l’aumento di capitale da cinque miliardi che la banca dovrà completare entro il 31 dicembre: il denaro raccolto servirà a MPS soprattutto per coprirsi dai rischi di non vedere più rimborsati una parte dei crediti “deteriorati”, cioè i prestiti che non riesce a riscuotere e che rappresentano il problema principale dell’istituto e, più in generale, dell’intero sistema bancario italiano.

Parte del denaro necessario a salvare la banca era già stato raccolto tramite uno scambio tra obbligazioni e azioni avvenuto a novembre. In sostanza, agli obbligazionisti è stato offerto di convertire a un tasso piuttosto vantaggioso i loro titoli in azioni della banca, cioè gli è stato offerto di trasformarsi da creditori (comprare dei titoli significa “prestare dei soldi alla banca”) a proprietari. Si è trattato di una scelta rischiosa, che alcuni hanno definito un caso di dilemma del prigioniero, perché sembrava che in un certo senso la banca dicesse: se non aderite, si arriverà al bail-in e le obbligazioni subordinate saranno in gran parte azzerate. La CONSOB, l’autorità che vigila sulla borsa, aveva bloccato la possibilità di partecipare all’operazione per i circa 40 mila obbligazionisti retail, cioè piccoli risparmiatori, perché lo scambio era ritenuto troppo rischioso. Alla fine, MPS ha raccolto solo un miliardo dei due che si attendevano.

Domenica, MPS ha deciso di riaprire l’offerta e di cercare di estenderla anche ai piccoli risparmiatori, con il permesso della CONSOB, che però non è affatto scontato che arrivi. Se l’operazione dovesse ricevere il via libera, i manager sperano di raccogliere un altro miliardo di euro. Ne rimarrebbero così soltanto altri 3 da trovare sul mercato. Uno potrebbe essere fornito dal fondo sovrano del Qatar, che da tempo si vocifera potrebbe essere interessato all’operazione. La rapida nomina del governo Gentiloni, secondo alcuni, avrebbe contribuito a creare un nuovo clima di fiducia intorno all’operazione. Il problema è che i mercati in questo periodo non sembrano avere molta voglia di investire nelle banche italiane, considerate una delle grandi vulnerabilità del sistema europeo.

Se l’operazione di salvataggio non dovesse riuscire, i giornali scrivono che il ministero dell’Economia ha già preparato un decreto per intervenire sul MPS ed evitare un fallimento che sarebbe estremamente destabilizzante per il settore bancario, oltre che per i dipendenti della banca e migliaia di risparmiatori. In sostanza, lo stato metterà nella banca il denaro che non è stato trovato sui mercati. Per via delle regole europee, a quel punto scatterà il bail-in, cioè la compartecipazione di azionisti e obbligazionisti della banca al suo salvataggio con la conseguente perdita di buona parte dei loro investimenti.

Secondo quando scrivono i giornali oggi, in caso di bail-in a perderci dovrebbe essere soltanto chi possiede azioni e obbligazioni subordinate, mentre i detentori di obbligazioni ordinarie non dovrebbero essere toccati. Questo intervento è la famosa “nazionalizzazione” di cui si sente parlare in questi giorni, perché di fatto lo stato entrerebbe nel capitale della banca con una quota di controllo. Le regole europee prevedono comunque che l’intervento sia a tempo e che il decreto con cui lo si autorizza specifichi i termini entro i quali la banca sarà ricollocata sul mercato.