Cosa c’entra il referendum con le banche

La riforma costituzionale non c'entra ma la stabilità del governo sì: quali sono i timori collegati a un'eventuale vittoria del No

(Daniel Kalker/picture-alliance/dpa/AP Images)

In questi giorni i giornali italiani sono tornati a parlare (di nuovo) di un articolo che il Financial Times ha dedicato al referendum costituzionale del 4 dicembre. Questa volta l’articolo in questione si occupa di cosa succederà a otto banche che nei prossimi mesi dovranno raccogliere sui mercati nuovi capitali per rimettere in sesto i loro bilanci, in caso di vittoria del No al referendum.

La banca in maggiori difficoltà di questo elenco è il Monte dei Paschi, la più grande è Unicredit. Le altre sono Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Cariga e le quattro banche popolari su cui il governo è intervenuto l’anno scorso: Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara. Anche Politico.eu e altri giornali si sono occupati dello stesso argomento, che oggi è considerato la principale incognita che i mercati finanziari dovranno affrontare nei prossimi mesi.

Il problema delle banche italiane è lo stesso da anni. A causa della crisi e di una gestione non sempre efficiente, il sistema italiano ha accumulato circa 360 miliardi di crediti deteriorati, cioè prestiti che le banche hanno difficoltà a farsi restituire. I crediti deteriorati non sono l’unico problema del sistema bancario italiano, considerato spesso antiquato e poco efficiente, ma per il momento sono il rischio più grosso e la ragione principale per cui diverse banche hanno bisogno di tutelarsi raccogliendo nuovo capitale.

Come aveva già scritto il giornalista Wolgang Munchau in un altro articolo pubblicato sul Financial Times, il problema di una vittoria del No non riguarda strettamente i contenuti della riforma (che altri commentatori, sempre sul Financial Times, hanno definito “un ponte verso il nulla“) ma gli effetti sulla stabilità del governo in caso di sconfitta di Renzi. In poche parole: se dovesse vincere il No, e Renzi dovesse dimettersi da capo del governo, le trattative per mettere in sicurezza le banche in difficoltà diventerebbero più lunghe e complicate, e quindi aumenterebbe la possibilità che alcuni istituti non riescano a salvarsi in tempo.

Monte dei Paschi è la banca che si trova nella situazione più preoccupante. In una comunicazione agli azionisti e agli obbligazionisti dell’istituto, i manager hanno esplicitamente legato il piano di salvataggio della banca all’esito del referendum. Politico.eu scrive che, secondo una sua fonte, il fondo sovrano del Qatar investirà un miliardo – dei circa cinque ritenuti necessari – soltanto in caso di vittoria dei Sì al referendum. Se l’operazione MPS dovesse fallire, potrebbe essere a rischio anche quella di Unicredit, una banca che si trova in una situazione molto meno preoccupante ma che ha comunque bisogno di raccogliere circa 13 miliardi di euro nei prossimi mesi. Il coinvolgimento di Unicredit nella crisi è considerato dagli analisti lo scenario peggiore, non il più probabile.

A causa di questi timori, l’indice dei titoli bancari alla borsa di Milano ha perso circa il 15 per cento nelle ultime due settimane. Anche lo spread tra titoli di stato italiani e tedeschi ha risentito di questo clima di incertezza e negli ultimi giorni è salito a 190 punti base, il livello più alto dall’ottobre del 2014.

Molti esperti e giornalisti attribuiscono al presidente del Consiglio Matteo Renzi buona parte della responsabilità per questa situazione. Una fonte che ha lavorato all’aumento di capitale di Unicredit ha detto a Politico.eu: «Renzi non ha compreso il rischio a cui esponeva il suo paese collegando l’esito del referendum al futuro del suo governo». Dall’altra parte, però, è indubbio che la cosiddetta “personalizzazione della campagna elettorale” sarebbe avvenuta per mano dell’opposizione anche se non l’avesse fatta Renzi per primo: ed è un fatto che questo governo, così come il precedente guidato da Enrico Letta, si sia insediato col mandato preciso di approvare una riforma costituzionale dopo la storica rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. La bocciatura di quella riforma, personalizzazione o no, sarebbe un fatto politico complicato da ignorare per il governo Renzi.

Secondo un banchiere consultato dal Financial Times, comunque, anche una vittoria dei Sì non assicurerebbe un successo delle operazioni di ricapitalizzazione. Ferdinando Giuliano, giornalista e commentatore di Repubblica che si occupa di banche e finanza, ha scritto: «La vittoria del Sì al referendum sarebbe dunque positiva dal punto di vista della stabilità finanziaria. Tuttavia, quest’auspicio non può essere visto come un endorsement alla politica bancaria fin qui seguita dal governo. Si tratta, piuttosto, della conseguenza degli enormi rischi di cui si è voluta caricare questa tornata referendaria e che non scomparirebbero del tutto, pure con un voto favorevole alla riforma».