(ROSLAN RAHMAN/AFP/Getty Images)
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  • venerdì 11 novembre 2016

Come la Russia usa l’Interpol per perseguire i suoi avversari politici

Alcuni governi approfittano delle debolezze dell'organizzazione internazionale della polizia criminale, ha raccontato il New York Times

(ROSLAN RAHMAN/AFP/Getty Images)

Andrew Higgins, giornalista del New York Times esperto di Russia, ha raccontato in un articolo alcune cose poco conosciute sul funzionamento e sulle distorsioni dell’Interpol, l’organizzazione che si basa sulla collaborazione delle polizie degli stati membri, per localizzare e arrestare criminali presunti o già condannati. Higgins ha raccontato come alcuni stati autoritari, tra i quali la Russia, abbiano cominciato a usare l’Interpol per perseguire avversari politici sfruttando le debolezze strutturali dell’organizzazione. È una questione che è diventata molto rilevante negli ultimi anni e che ha provocato conseguenze contrarie alle stesse finalità dell’Interpol: per esempio ha permesso ad alcuni governi di ottenere l’arresto di persone che avevano ottenuto l’asilo politico in un paese diverso da quello di appartenenza.

Come funziona l’Interpol
L’Interpol – l’Organizzazione Internazionale della polizia criminale – ha sede a Lione, in Francia, ed è nata nel 1923 (anche se all’inizio aveva un nome diverso). Nella maggior parte dei casi l’Interpol funziona come dovrebbe, e permette alle polizie di diversi stati di condividere le informazioni riguardanti pericolosi criminali, come assassini, narcotrafficanti e mafiosi. L’Interpol non emana mandati di arresto internazionale, non ci sono persone “ricercate” direttamente dall’Interpol. Sono le polizie degli stati membri, e in alcuni casi l’ONU o un tribunale internazionale, a segnalare all’Interpol un individuo condannato o sospettato di avere compiuto un crimine.

Lo strumento più noto usato dall’Interpol è la cosiddetta “red notice”, cioè la richiesta di localizzare, arrestare ed estradare un criminale o sospetto tale. L’Interpol dispone anche di altre sei “notice” di diversi colori, ciascuna associata a una particolare richiesta (per esempio c’è quella che richiede di localizzare, identificare e ottenere informazioni relative a una certa persona; oppure quella finalizzata a raccogliere informazioni per identificare un corpo). Poi c’è una “notice” che viene diffusa quando un individuo o un ente è soggetto alle sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e c’è la cosiddetta “diffusion”, che è meno formale della “notice”, ma che richiede comunque l’arresto o la localizzazione di una persona soggetta a un’indagine della polizia.

Sia le “red notice” che le “diffusion” sono strumenti che sono stati usati da alcuni stati per perseguire individui a fini politici. Jago Russell, il direttore di Fair Trials International, un gruppo con sede a Londra che si occupa della difesa dei diritti umani, ha spiegato che alcuni paesi fanno largo uso degli “alert” dell’Interpol in maniera impropria, per due motivi: per dare credibilità alla loro richiesta di perseguire una certa persona, minando la sua reputazione; e anche come forma di minaccia da usare contro potenziali nemici nel proprio paese, e dire loro che anche se se ne vanno dalla Russia non saranno al sicuro. È un fenomeno cresciuto molto negli ultimi anni: nel 2004 l’Interpol diffuse 1.924 “red notice” su richiesta dei paesi membri, lo scorso anno 11.492.

Perseguito per un furto da 1 euro e 40 centesimi
Per spiegare come funzionano le distorsioni al sistema di “alert” dell’Interpol, Higgins ha raccontato il caso del russo Nikita Kulachenkov, un commercialista in ambito giudiziario (un lavoro più definibile con la sua espressione inglese, “forensic accountant”) impegnato soprattutto nell’anti-corruzione e vicino a Alexei Navalny, l’oppositore più conosciuto del presidente russo Vladimir Putin. Kulachenkov era stato accusato in Russia di avere rubato un disegno dell’artista di strada Sergei Sotov, che è noto per lasciare i suoi lavori appesi alle ringhiere di Vladimir, una città a 190 chilometri a est di Mosca. Fin dall’inizio le accuse contro Kulachenkov non erano sembrate particolarmente solide. Per esempio l’autore del disegno, Sotov, aveva attribuito al suo lavoro un valore di 1 euro e quaranta centesimi; non aveva denunciato il furto alla polizia, e anzi si era detto contento che qualcuno avesse apprezzato la sua opera. Inoltre lo stesso procuratore generale russo aveva escluso la possibilità di procedere contro Kulachenkov, data l’inconsistenza del caso. Quando le autorità russe cambiarono idea, Kulachenkov decise di andarsene per paura di subìre un processo per ragioni politiche.

Kulachenkov andò prima in Lituania e poi nel gennaio 2016 raggiunse Cipro per incontrare sua madre, e qui iniziarono i suoi problemi. Fu fermato al controllo passaporti dell’aeroporto di Cipro: risultava infatti una “diffusion” dell’Interpol dell’agosto 2015 che lo indicava come un criminale ricercato che doveva essere immediatamente arrestato. Kulachenkov fu interrogato per ore dagli agenti dell’immigrazione e poi portato in carcere. Trascorse tre settimane in una prigione cipriota prima che le autorità di Cipro decidessero di liberarlo: venne fuori che Kulachenkov aveva ottenuto l’asilo politico in Lituania per il suo lavoro con Navalny. Kulachenkov disse poi: alle autorità russe «non importa davvero di me, hanno voluto mandare il messaggio che se sei coinvolto nelle attività di Navalny passerai dei guai, anche se lasci la Russia».

Il caso di Petr Silaev, arrestato in Spagna
Un altro caso raccontato da Higgins è quello di Petr Silaev, un editore russo di 34 anni che nel 2010 partecipò ad alcune proteste contro la distruzione di una foresta a Khimki, una città vicino a Mosca. Silaev fu picchiato violentemente dalla polizia e decise di andarsene dalla Russia, prima a Bruxelles e poi in Finlandia, dove ottenne asilo politico. Il problema fu che nel frattempo la Russia aveva diffuso una “red notice” che chiedeva il suo arresto. Durante un viaggio in Spagna, Silaev fu arrestato dagli agenti dell’antiterrorismo spagnolo e trascorse due settimane in una prigione mentre un tribunale di Madrid approvava la sua estradizione a Mosca. La storia si risolse positivamente per Silaev dopo una campagna portata avanti da un membro tedesco del Parlamento europeo e una discreta copertura del caso da parte della stampa. Silaev fu rilasciato, ma per sei mesi fu costretto a presentarsi una volta a settimana alla polizia spagnola. Solo all’inizio del 2013 un tribunale di Madrid cancellò l’ordine di estradizione e gli permise di tornare in Finlandia, e passò un altro anno prima che il suo nome fosse eliminato dai database dell’Interpol.

E quindi?
Di fronte alle molte critiche di aiutare regimi autoritari, il segretario generale dell’Interpol, Jürgen Stock, ha promesso di rafforzare i sistemi per evitare gli abusi. Lo scorso anno l’Interpol ha detto che non avrebbe più permesso la diffusione di “alert” su persone a cui era stato garantito asilo politico o altre forme di protezione internazionale, ma il sistema ha mostrato comunque delle falle, come nel caso di Kulachenkov. Il portavoce di Jürgen Stock ha spiegato che alcuni problemi continuano a verificarsi perché molto spesso sono gli stessi stati a non condividere le informazioni relative ai rifugiati politici. Eerik-Niiles Kross – membro del parlamento estone, figlio di un importante scrittore arrestato dalle allora autorità sovietiche, e destinatario per due volte di un “alert” dell’Interpol diffuso dalla Russia – ha detto: «Tutte le istituzioni occidentali, particolarmente quelle che si occupano di applicazione della legge, sono basate sulla buona volontà dei governi. Non è previsto che gli stessi governi siano criminali. I governi possono fabbricare qualsiasi cosa vogliano e metterla nel sistema, ed è così che l’intero sistema comincia a lavorare contro i suoi stessi fini».

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