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  • martedì 25 ottobre 2016

Le novità sulla morte della donna incinta di Catania

Oggi ci sarà l'autopsia, ma intanto gli ispettori del ministero della Salute hanno detto che l'obiezione di coscienza non c'entra

L'ospedale Cannizzaro di Catania (ANSA)

Sui quotidiani di questi giorni sono state raccontate alcune novità su Valentina Milluzzo, una donna incinta di due gemelli morta lo scorso 16 ottobre all’ospedale Cannizzaro di Catania, dove era stata ricoverata il 29 settembre per una complicazione legata alla gravidanza. Milluzzo è morta a causa di una grave sepsi, cioè un’infezione, mentre i due feti erano morti il giorno prima.

Dopo la morte della donna, il marito Francesco Castro ha presentato una denuncia alla procura di Catania perché pensa che sia stato commesso un errore da parte del personale sanitario del Cannizzaro: secondo i familiari un medico obiettore di coscienza si sarebbe rifiutato di intervenire per salvaguardare la salute della donna, anche quando già era chiaro che i feti sarebbero probabilmente morti in un aborto spontaneo. Sulla morte della donna è stato aperto un fascicolo d’inchiesta che coinvolge i 12 medici del reparto; oggi, martedì 25 ottobre, verrà eseguita l’autopsia sul suo corpo e saranno coinvolti anche tre periti nominati dalla procura (un medico legale, un ginecologo e un medico infettivologo). Il ministero della Salute il 21 ottobre ha inviato degli ispettori.

La relazione definitiva degli ispettori sarà pronta tra un mese, ma già ora hanno fatto sapere che «dalla documentazione esaminata e dalle numerose testimonianze raccolte dal personale non si evidenziano elementi correlabili all’argomento obiezione di coscienza». Gli ispettori, dunque, confermano quanto sostenuto dai dirigenti dell’ospedale e del reparto di ostetricia e ginecologia, e non quanto sostenuto dai familiari della donna nella loro denuncia alla procura di Catania. Repubblica, tra gli altri, cita nel dettaglio le prime tre pagine redatte dagli ispettori: si parla «di evento abortivo iniziato spontaneamente, inarrestabile, trattato in regime d’emergenza» e si ricostruisce quello che è accaduto alla donna dal ricovero alla morte. «La paziente era in trattamento adeguato». Il 15 ottobre la sua situazione si aggrava, la febbre si alza, e le vengono somministrati antipiretici e antibiotici. Secondo gli ispettori «le prime valutazioni cliniche e il monitoraggio dei parametri vitali non evidenziano alcun dato anomalo, se non – alle ore 16 circa – un iniziale abbassamento della pressione arteriosa». Ulteriori esami evidenziano «un quadro settico e una coagulopatia da consumo, con progressiva anemizzazione e progressivo calo dei valori pressori», e cioè: infezione, trombi, anemia, pressione bassa. A quel punto vengono avvisati gli anestesisti e le condizioni della donna «vengono comunicate ai parenti presenti con tempestività».

Alle 23.20 la donna in sala parto espelle il primo feto, morto. Alle 24 le viene somministrata dell’ossitocina per accelerare l’espulsione del secondo feto, che avviene all’1.40. Nella relazione degli ispettori citata dai giornali si legge: «Viene coinvolto un secondo anestesista di turno e si sposta la donna in sala operatoria, per le procedure di secondamento chirurgico (cioè l’ultima fase del parto che consiste nell’espulsione della placenta e di tutti gli annessi fetali, ndr) e di revisione della cavità uterina in anestesia, che si completano alle 2.10». Le condizioni della donna sono comunque gravi e «tendono al peggioramento». Valentina Milluzzo viene intubata e trasferita nel reparto di rianimazione dove, alle 13.45, «nonostante il massimo livello assistenziale ed un transitorio miglioramento delle condizioni generali», muore. Nella relazione si dice che «I parenti sono stati sempre informati e sostenuti dall’intera equipe degli ostetrici e degli anestesisti».

Nella parte finale della relazione si fanno comunque alcune raccomandazioni e delle proposte di miglioramento all’ospedale: «Necessità di una attenta valutazione delle procedure finalizzate al lavoro in équipe multidisciplinare. Ridefinizione delle modalità di comunicazione tra équipe con definizione dei livelli di “alert”. Puntuale verifica delle modalità comunicative con gli Utenti. Implementazione di protocolli operativi sintetici e mirati alla pronta individuazione delle situazioni a rischio».

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