(ANSA/ETTORE FERRARI)
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  • sabato 22 Ottobre 2016

Come funzionano i rimborsi dei parlamentari

O almeno quella parte che devono giustificare, spiegato sul Corriere della Sera

(ANSA/ETTORE FERRARI)

Oggi sul Corriere della Sera il giornalista Lorenzo Salvia racconta come funzionano i rimborsi spese che dal 2013 i parlamentari sono tenuti a rendicontare (di recente si è riparlato di rimborsi per l’ingente nota spese del vicepresidente della Camera Luigi Di Maio). Salvia spiega innanzitutto che i rimborsi riguardano solo una piccola parte dello stipendio dei parlamentari, cioè circa duemila euro su un totale che oscilla tra i 14 e i 15 mila euro. Il sistema di rendicontazione inoltre è ancora in “rodaggio” e sta già mostrando i suoi limiti. I controlli e le sanzioni ad esempio sono pochi e inefficaci. Molti parlamentari inoltre rendicontano come “spese per l’attività politica” i soldi che versano al loro partito.

La novità è arrivata nel 2013, all’inizio di questa legislatura. Ma, sarà che siamo ancora in fase di rodaggio, non sembra funzionare a dovere. Tutti i deputati e i senatori sono tenuti a «giustificare» una parte dei soldi che entrano nella loro busta paga. Una piccola parte, per carità: circa 2 mila euro al mese, su un totale netto che varia tra i 14 e 15 mila. Ma devono farlo. È un pezzo del cosiddetto rimborso per l’esercizio di mandato, le spese vive del parlamentare. Chi non presenta scontrini e ricevute, quei 2 mila euro li perde. E infatti non ci rinuncia quasi nessuno.

Ma quali sono le spese che possono essere rimborsate? Le voci sono quattro, ma c’è qualche margine di manovra. Ci sono i collaboratori, quelli che se li chiami portaborse ti guardano storto. Ci sono i convegni e l’acquisto di libri o riviste. E poi c’è l’attività politica. Il margine di manovra sta proprio qui. In teoria sono le spese sostenute per organizzare manifestazioni politiche. Di fatto lì dentro, molto spesso, ci finisce il versamento che i parlamentari fanno al loro partito. Un finanziamento pubblico semi-nascosto. Quanti soldi passano attraverso questo canale sotterraneo? Dipende. Le tariffe variano a seconda del partito. I parlamentari della Lega girano al partito 2.100 euro al mese, quelli di Sel 1.750, quelli del Pd 1.500, quelli di Forza Italia 800. Nel Dopoguerra il Pci si prendeva metà busta paga dei suoi parlamentari, il 60% per i non sposati. Altri tempi, altre cifre. Ma non del tutto. Perché anche i parlamentari hanno le loro addizionali locali, soldi che devono versare non al partito nazionale ma alle sezioni regionali o provinciali. E non sono spiccioli.

Un parlamentare del Pd di Modena ne tira fuori altri 2.500 al mese, i piemontesi di Forza Italia non ne possono più dell’una tantum da 500 euro che l’hanno ribattezzata una spessum. Alla fine quei 2 mila euro da giustificare possono mangiarsi anche tutti i contributi al partito, che hanno pure il vantaggio di essere scaricabili dalle tasse. Quanti seguono questa strada? Impossibile saperlo. La rendicontazione, il termine tecnico è questo, viene fatta ogni quattro mesi. Ma non è pubblica. In teoria c’è un controllo a campione affidato ai questori, i parlamentari scelti per vigilare sul rispetto delle norme interne. «Ma è tutta una finta», dice Laura Bottici, questore al Senato per il Movimento 5 Stelle. «Di fatto nemmeno noi abbiamo accesso agli atti. Sorteggiamo i parlamentari da controllare, li segnaliamo all’amministrazione. Quelli ci dicono che è tutto a posto ed è finita lì».
Certo, rendere tutto pubblico non risolverebbe la questione senza se e senza ma. Dipende da come si fa.

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