Un tifoso romeno dell'Astra Giurgiu allo Stadio Olimpico di Roma (Paolo Bruno/Getty Images)
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L’Europa League, che meraviglia

Fra le squadre arrivate ai gironi c'è di tutto: dal secondo club più ricco del mondo a una squadra di una città che non esiste più

Un tifoso romeno dell'Astra Giurgiu allo Stadio Olimpico di Roma (Paolo Bruno/Getty Images)

Ai turni preliminari di Europa League – che iniziano ogni anno alla fine di giugno, meno di un mese dopo la fine della stagione precedente di quasi tutti i campionati europei – hanno partecipato 158 squadre: ora che siamo alla fase a gironi, ne sono rimaste 48. Le più piccole e meno conosciute sono state già eliminate ma fra quelle ancora in corsa si trova comunque un po’ di tutto: squadre che avrebbero potuto giocare la Champions League, come la Roma o il Manchester United; squadre che ormai sembra abbiano un abbonamento perenne all’Europa League, ad esempio la Fiorentina; squadre che in pochi hanno sentito nominare prima d’oggi, come il Gabala; squadre di città che non esistono più e squadre che, molto probabilmente, quest’anno giocheranno la loro ultima Europa League prima di fallire e ripartire chissà da dove.

In una delle giornate disputate, per esempio, il Manchester United di José Mourinho, Wayne Rooney, Zlatan Ibrahimovic e Paul Pogba, il secondo club più ricco al mondo dopo il Real Madrid, ha giocato all’Old Trafford contro lo Zorya Luhansk, squadra ucraina il cui stadio è stato gravemente danneggiato da alcuni colpi di mortaio sparati dai separatisti filo-russi: per questo dal 2014 lo Zorya gioca le proprie partite casalinghe a 400 chilometri dalla città in cui ha sede. Di storie così se ne trovano a decine fra le squadre che quest’anno partecipano all’Europa League (in realtà ogni anno se ne trovano), e aiutano a farsi un’idea più ampia di come si presenta l’intero calcio europeo, che va oltre a quello che siamo abituati a vedere nelle impeccabili serate di Champions League.

La squadra senza città
Il Nagorno-Karabakh è una regione che da molti anni è contesa tra Armenia e Azerbaijan. La sua storia è piuttosto complicata: negli anni Venti la regione era stata promessa all’Armenia dai bolscevichi. Poi però Stalin cambiò idea e venne creato l’Oblast Autonomo del Nagorno-Karabakh, che venne inglobato a sua volta nella Repubblica Socialista Sovietica Azera contro la volontà della maggior parte degli abitanti che era armena e di fede cristiana (l’Azerbaijan è invece tradizionalmente di religione musulmana sciita). Dopo la decisione di Stalin ci fu molta tensione tra il Nagorno-Karabakh e i governanti azeri. Alla fine degli anni Ottanta, quando la regione approfittò della disgregazione dell’Unione Sovietica per staccarsi definitivamente dall’Azerbaijan, le tensioni divennero incontrollabili. Nel 1988 il Parlamento del Nagorno-Karabakh dichiarò la propria indipendenza, gli azeri si rivolsero all’Unione Sovietica per bloccare la secessione ma da Mosca nessuno fece nulla. Iniziò allora la guerra del Nagorno-Karabakh, che ufficialmente si è combattuta tra il 1992 (quando il Nagorno-Karabakh proclamò ufficialmente la nuova repubblica) e il 1994, ma le cui operazioni militari e alcuni episodi di pulizia etnica erano cominciati già nel 1988.

Durante la guerra vennero uccise 30mila persone e ci furono quasi un milione di sfollati (circa quattrocentomila armeni un tempo residenti nell’Azerbaigian e circa cinquecentomila azeri residenti in Armenia e Nagorno-Karabakh), molti dei quali ancora oggi vivono nei campi profughi o non sono potuti tornare nelle loro case. Il 5 maggio 1994 venne firmato a Bishkek, in Kirghizistan, un cessate-il-fuoco che però spesso negli ultimi anni non è stato rispettato. I due paesi sono ancora tecnicamente in guerra ma alla fine il Nagorno-Karabakh, protetto dall’Armenia, ha ottenuto l’indipendenza de facto, anche se questa non è ancora riconosciuta dalla comunità internazionale.

Il Qarabağ è la squadra di Ağdam, città del Nagorno Karabakh che dopo essere stata distrutta dai combattimenti tra armeni e azeri ora non esiste più. Per questo motivo la squadra prima si è trasferita a Baku, poi a Quzanlı, vicino al confine con il Nagorno Karabakh. Il Qarabağ è una delle squadre azere più importanti e vince il campionato nazionale da due anni consecutivi. Partecipa ai gironi di Europa League da due anni consecutivi e nell’ultimo turno è stata sconfitta dalla Fiorentina 5 a 1.

La maledizione del Red Bull Salisburgo
Nel 2005 il Salisburgo, che prima di allora era noto come Austria Salzburg ed era una società con un discreto passato di cui vantarsi, divenne la prima squadra di calcio di proprietà della Red Bull. L’azienda austriaca, produttrice della nota bevanda energetica, appena divenne proprietaria della squadra le cambiò nome, stemma, colori sociali, dirigenti e staff e, di fatto, rifondò la società interrompendo qualsiasi legame con il vecchio Austria Salzburg. Nel 2006 Red Bull iniziò ad investire nel club decine di milioni di euro, che bastarono per vincere il primo titolo nazionale in dieci anni. Ad oggi, il Red Bull Salisburgo ha vinto sette campionati austriaci ma non è mai riuscito a qualificarsi alla fase a gironi della Champions League, il principale obiettivo della sua proprietà. Quest’estate, per la nona volta consecutiva, non è riuscita a qualificarsi alla Champions, stabilendo un piccolo record negativo. In Europa League, dopo due sconfitte nelle prime due giornate del gruppo I, è in ultima posizione a zero punti.

Il futuro dell’Astra Giurgiu
Durante la sosta invernale dell’ultimo campionato romeno, Gigi Becali, presidente della Steaua Bucarest noto soprattutto per essere un tipo abbastanza imprevedibile, disse che far recuperare posizioni in classifica alla sua Steaua nella sosta invernale avrebbe «comprato mezza squadra dell’Astra Giurgiu», club che in quel momento era primo in classifica con un netto distacco dalle altre squadre. Alla fine Becali riuscì a comprare solo Gabriel Enache, terzino destro romeno, che comunque fino a quel punto era stato uno dei migliori dell’Astra.

Il campionato romeno poi lo vinse ugualmente l’Astra, per la prima volta nella sua storia, con tre punti di vantaggio sulla Dinamo Bucarest e sette in più della Steaua. Quella fu una vittoria particolarmente significativa, perché l’Astra è da tre stagioni di fila che fa mercato senza poter spendere un soldo: il suo presidente è in carcere per aver corrotto un politico romeno e conseguentemente ha smesso di finanziare il club. Dipendenti e giocatori vengono pagati spesso in ritardo e probabilmente il club fallirà fra qualche mese. Nel frattempo Becali, pur di tornare a vincere in campionato, quest’estate si è comprato i giocatori più forti dell’Astra, cioè Fernando Boldrin, William e appena qualche giorno fa Denis Alibec, attaccante cresciuto nell’Inter e considerato uno dei più forti giocatori romeni in circolazione. I soldi della Steaua sono serviti a far sopravvivere l’Astra per un’altra stagione, che però ora, senza i suoi giocatori migliori, è stata declassata a squadra di metà classifica.

Nonostante questo è riuscita a eliminare il West Ham nei preliminari di Europa League. In estate non ha rimpiazzato adeguatamente i giocatori ceduti e l’unico nuovo acquisto rilevante è stato quello dell’esperto terzino romeno Cristian Sapunaru. Nell’ultimo turno di Europa League ha perso 4 a 0 contro la Roma e ora è ultima a zero punti nel gruppo E.

La prima vittoria irlandese
Nell’ultimo turno di Europa League il Dundalk ha battuto 1 a 0 gli israeliani del Maccabi Tel Aviv ed è così diventata la prima squadra irlandese ad aver vinto una partita di un girone di una coppa europea. La vittoria contro il Maccabi è arrivata grazie a un gol segnato da Ciarán Kilduff a venti minuti dal termine, e l’importanza del gol di Kilduff si è potuta notare dall’esultanza dei giocatori e dei tifosi irlandesi. Il Dundalk è ancora una squadra semi-professionista e molti dei suoi giocatori svolgono attività lavorative durante le pause stagionali. Quattro stagioni fa venne retrocesso ma il fallimento di un’altra squadra permise al Dundalk di restare in prima divisione. Nelle due partite di Europa League cha ha disputato nelle ultime settimane (un pareggio e una vittoria) il Dundalk ha guadagnato più di un milione e mezzo di euro: per ottenere un cifra simile dovrebbe vincere il campionato irlandese fino al 2044.

Gli italiani di Genk
Genk è una città belga delle Fiandre e con 65 mila abitanti è uno dei centri urbani più importanti del paese. È una città che si è sviluppata attorno alle vecchie e importanti miniere di carbone di Winterslag e di Waterschei, che ora però non sono più in attività. Per via delle miniere di carbone l’attuale popolazione di Genk è per circa un terzo di origini italiane, in quanto negli anni Cinquanta moltissimi italiani emigrarono in Belgio per lavorare nelle miniere. Dopo la Seconda guerra mondiale infatti, il Belgio si ritrovò con un settore industriale che aveva subito conseguenze meno gravi di quelle di altri paesi europei e con molte risorse minerarie ancora da sfruttare. C’era però poca manodopera, e furono quindi avviati programmi governativi per importarla dagli altri paesi. In Italia, al contrario, c’erano pochi giacimenti minerari e moltissimi operai poco qualificati e disoccupati: migliaia di italiani partirono quindi per andare a lavorare in Belgio.

Se si assiste a una partita della squadra di calcio locale si notano facilmente le origini italiane della popolazione di Genk. Ad ogni partita i tifosi espongono striscioni con bandiere e scritte italiane e i cori della tifoseria organizzata riprendono quelli diffusi in Italia. Inoltre, come qualcuno avrà notato nell’ultima partita di Europa League, vinta 3 a 1 contro il Sassuolo, nell’intervallo gli altoparlanti trasmettono prevalentemente musica italiana. Il pezzo più suonato è “Marina”, storica canzone del 1959 di Rocco Granata, cantante italiano che da bambino si trasferì con la famiglia a Genk, dove il padre aveva ottenuto un lavoro nella miniera di Waterschei.

Lo Zorya Luhansk e lo Shakhtar Donetsk
Nel 2013, quando la squadra dello Shakhtar Donetsk si trovava all’apice del suo successo, in Ucraina cominciò la contestazione contro il presidente ucraino Viktor Yanukovich, che poi portò all’impeachment, alla sua fuga all’estero e alla guerra con i separatisti filorussi nella parte orientale dell’Ucraina. La regione del Donbass e il capoluogo Donetsk rimasero inizialmente fuori dagli scontri fra i due schieramenti, ma nei primi mesi del 2014 i combattimenti arrivarono in città. I dirigenti dello Shakhtar lasciarono Donetsk a metà maggio, quando ormai non era più possibile una permanenza sicura per giocatori, staff e dipendenti. Ad agosto per giunta due forti esplosioni danneggiarono la parte esterna della Donbass Arena e parzialmente anche degli spazi interni. Poche settimane dopo alcuni uomini armati occuparono temporaneamente la sede della società e danneggiarono seriamente anche il centro sportivo della squadra, costruito da pochi anni e considerato uno dei più moderni d’Europa.

Da più di due anni lo Shakhtar si è trasferito a Leopoli, dove gioca tutte le partita casalinghe. Anche le strategie societarie, che negli ultimi dieci anni hanno fatto la fortuna del club, sono dovute cambiare e tutta la società vive da anni in una situazione di semi-precarietà: è rimasta in piedi grazie al suo presidente, uno degli uomini più ricchi del mondo, ma nel frattempo è diventata inaspettatamente un simbolo di unità nazionale – anche se i suoi giocatori, da una decina di anni, sono prevalentemente stranieri. In estate si è separata dal suo storico allenatore, il romeno Mircea Lucescu, sostituito dal portoghese Paulo Fonseca, che non è riuscito ad ottenere la qualificazione alla Champions League.

Lo Zorya Luhansk si trova in una situazione simile a quella dello Shakhtar: nel giugno del 2014 è stato costretto a lasciare Luhansk e a trasferirsi a Zaporizhzhya, città a 400 chilometri di distanza. Lo stadio del club è stato colpito da alcuni colpi di mortaio durante i combattimenti e ora è in stato di abbandono. Il club si trova anche in una difficile situazione economica ma nonostante tutto l’anno scorso la squadra è arrivata quarta e nel campionato ucraino, riuscendo a qualificarsi all’Europa League, dove ora si trova in girone con Manchester United, Feyenoord e Fenerbahce.

In Europa League ma in seconda divisione svizzera
La squadra di calcio dello Zurigo è stata fondata nel 1896 da Hans Gamper, calciatore e dirigente sportivo svizzero naturalizzato spagnolo che fondò anche il Barcellona. Per questo e per i successi in patria, lo Zurigo è ancora oggi una delle squadre svizzere più note in Europa e può contare su un massiccio numero di tifosi. Negli ultimi anni però, anche a causa del dominio incontrastato del Basilea, lo Zurigo ha vinto molto poco e si è visto al massimo un paio di volte nei gironi di Europa League. Nella passata stagione ha raggiunto uno dei punti più bassi della sua storia: dopo aver disputato una pessima stagione è stato retrocesso in seconda divisione. La certezza matematica della retrocessione è arrivata lo scorso maggio dopo il pareggio in casa contro il Vaduz alla penultima giornata di campionato: al termine di quella partita gli ultras dello Zurigo erano entrati in massa negli spogliatoi per tentare di aggredire giocatori e dirigenti.

 

Appena quattro giorni dopo la partita con il Vaduz, lo Zurigo è riuscito a vincere la Coppa di Svizzera battendo in finale il Lugano per 1 a 0. Grazie a quella vittoria lo Zurigo ha ottenuto la qualificazione diretta ai gironi di Europa League. Ora sta disputando il girone L insieme a Villarreal, Steaua Bucarest e Osmanlispor ed è terzo a a tre punti, uno in meno della prima.