Il candidato alla presidenza degli Stati Uniti del Partito Repubblicano Donald Trump, durante un comizio a Henderson, in Nevada, il 5 ottobre 2016 (Ethan Miller/Getty Images)

Chi ha dato al New York Times le dichiarazioni dei redditi di Trump

La storia dei documenti che dimostrano che Trump non ha pagato tasse federali per quasi vent'anni comincia con una busta anonima spedita dalla Trump Tower

di Paul Farhi – The Washington Post
Il candidato alla presidenza degli Stati Uniti del Partito Repubblicano Donald Trump, durante un comizio a Henderson, in Nevada, il 5 ottobre 2016 (Ethan Miller/Getty Images)

Quando qualche giorno fa la giornalista del New York Times Susanne Craig ha controllato la sua cassetta delle lettere, a colpire immediatamente la sua attenzione è stata una busta sottile. Quando l’ha aperta, Craig è rimasta quasi senza fiato. «Ho pensato che fosse uno scherzo», ha raccontato domenica, «la mia reazione è stata: “Non può essere vero”». Il mittente della busta, scritto al computer, era la Trump Organization. All’interno c’erano tre pagine fotocopiate, che Craig ha capito subito potevano diventare una notizia dall’impatto enorme: sembravano provenire dalla dichiarazione dei redditi del 1995 di Donald Trump.

Questo è l’inizio di quella che potrebbe rivelarsi una delle storie più importanti della campagna presidenziale americana del 2016. Sabato il New York Times ha raccontato di come nel 1995 Trump avesse dichiarato una perdita di 916 milioni di dollari (circa 817 milioni di euro), sfruttando poi legalmente una legge americana che permette di dedurre quelle perdite e quindi non pagare le tasse federali – diverse da quelle che negli Stati Uniti si pagano ai singoli stati – per quell’anno e i successivi 18.

La storia, che i responsabili della campagna elettorale di Trump non hanno smentito né confermato, svela una piccola parte del mistero intorno alle tasse del magnate del settore immobiliare e candidato del Partito Repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti. Trump si è rifiutato ripetutamente di rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi (è il primo candidato presidente americano a farlo in circa quarant’anni) spingendo così il suo avversario, la candidata del Partito Democratico Hillary Clinton, a suggerire che Trump stia occultando informazioni che potrebbero danneggiare la sua candidatura.

L’articolo del New York Times si è basato su una fonte di cui nemmeno i giornalisti che hanno raccontato la storia conoscono l’identità. I giornalisti usano spesso fonti anonime per ottenere informazioni sensibili, ma di solito – non sempre – sanno chi sono, anche se poi non ne rivelano il nome al pubblico. L’articolo del New York Times – che è stato firmato da quattro giornalisti, tra cui anche Craig e David Barstow, un giornalista investigativo vincitore di tre premi Pulitzer – sembra però essere un caso diverso. Craig non ha voluto parlare di quanto sa riguardo al mittente dei documenti fiscali di Trump, ma il vicedirettore del New York Times Matt Purdy è stato inequivocabile: «Non conosciamo l’identità della fonte».

Col senno di poi, a ogni modo, il nome della fonte è stato forse uno degli aspetti meno problematici intorno ai documenti ottenuti da Craig venerdì 23 settembre. La cosa più difficile è stata verificare l’autenticità delle tre pagine e inserirle nel contesto adeguato per capire la strategia fiscale che Trump adottò all’epoca, ha raccontato il direttore del New York Times Dean Baquet. «I documenti sembravano autentici», ha detto Baquet, «ma vai a sapere». Il New York Times ha raccontato che le tre pagine spedite a Craig erano le prime di tre documentazioni diverse: la dichiarazione dei redditi di un residente dello stato di New York, quella di un non residente del New Jersey e la dichiarazione dei redditi di un non residente del Connecticut. Una delle complicazioni della storia è stata una riga di uno dei moduli ottenuti dal giornale, che riportava la somma a nove cifre che Trump dichiarò come perdita personale. La giornalista Megan Twohey si era infatti accorta che le prime due cifre, 9 e 1, erano state scritte in un carattere diverso dalle altre. Questo aspetto ha fatto emergere l’eventualità che i documenti fossero falsi: un caso simile ai dubbi sui caratteri insoliti nei documenti che furono presentati nel 2004 da CBS News nel programma 60 Minutes II come parte dei registri militari dell’allora presidente George W. Bush (non è mai stato dimostrato che quei documenti fossero falsi, ma i sospetti a riguardo portarono al licenziamento, alle dimissioni o al pensionamento anticipato delle persone coinvolte nel pezzo di CBS, tra cui il presentatore Dan Rather). Nei documenti erano contenute informazioni pubbliche che ne avvaloravano l’autenticità, come il numero di previdenza sociale di Trump. Per esaminare la documentazione il New York Times ha poi ingaggiato diversi esperti fiscali, che hanno giudicato le carte in linea con quanto consentito dalla legge fiscale federale americana nel 1995.

Per l’autenticazione dei documenti è stato fondamentale l’intervento di Jack Mitnick, un contabile in pensione che aveva compilato e firmato la dichiarazione dei redditi di Trump del 1995. Barstow ha rintracciato Mitnick in South Florida e Mitnick ha confermato di aver predisposto i documenti «davanti a un caffè e a dei bagel», come ha raccontato Craig. Mitnick ha anche spiegato la misteriosa origine del 9 e dell’1, raccontando a Barstow che le due cifre erano stati inserite sulla dichiarazione dei redditi con una macchina da scrivere, perché continuavano a essere cancellate nel momento in cui venivano trasmesse usando un programma elettronico per la compilazione dei moduli fiscali. Basandosi sulle ricostruzioni di Mitnick e su altri documenti raccolti da Barstow, Craig, Twohey e dal giornalista Russ Buettner, Baquet ha deciso che la storia era pronta per essere pubblicata. Poco prima, racconta il New York Times, Marc E. Kasowitz, un avvocato di Trump, ha mandato un’email al giornale minacciando di «avviare prontamente un’adeguata azione legale» nel caso in cui il New York Times avesse pubblicato i documenti privati di Trump.

I responsabili della campagna elettorale di Trump non hanno contestato l’autenticità dei documenti né hanno messo in discussione le conclusioni del New York Times. Hanno però diffuso un comunicato che conferma indirettamente la storia, in cui si legge che «il signor Trump è un imprenditore molto capace e ha il dovere di agire nell’interesse della sua azienda, della sua famiglia e dei suoi dipendenti non versando più tasse di quante siano legalmente dovute. Il signor Trump conosce le leggi fiscali molto meglio di chiunque altro candidato alla presidenza della storia ed è l’unico che sa come sistemarle». Domenica mattina, durante un’intervista, Baquet non si è detto pentito per la pubblicazione dell’articolo. «Non esiste una figura più pubblica di quella del presidente e non c’è un’attività più pubblica della candidatura alla presidenza», ha detto Baquet, aggiungendo che «considerato quello che Trump ha detto sulle tasse e il fatto che si rifiuta di diffondere le sue dichiarazioni dei redditi, è importante che gli elettori abbiano queste informazioni».

Craig, nel frattempo, continua a fare ipotesi sul perché la sua fonte abbia deciso di spedire a lei quella busta. Uno dei motivi potrebbe essere stata l’esperienza che Craig aveva accumulato in quasi dieci anni occupandosi di Wall Street per il Wall Street Journal e il New York Times. Oppure il fatto che negli ultimi nove mesi si era occupata della carriera imprenditoriale di Trump per il New York Times, per esempio con un’inchiesta pubblicata quest’estate in cui si rivelava che le aziende di Trump hanno debiti che ammontano a più del doppio di quanto dichiarato pubblicamente da Trump stesso. Qualunque sia il motivo, Craig ha detto che sarebbe felice di ricevere altre buste dalla sua fonte. «La mia postazione è vicino alle cassette della posta. La mia la controllo di continuo», ha raccontato. «Non sai mai cosa puoi trovarci».

© 2016 – The Washington Post