Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il segretario di Stato americano John Kerry a Vienna, il 17 maggio 2016 (LEONHARD FOEGER/AFP/Getty Images)
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  • martedì 4 Ottobre 2016

Stati Uniti e Russia hanno smesso di parlarsi sulla Siria

Almeno per ora non ci saranno altre tregue: l'amministrazione Obama potrebbe passare a un "piano B"

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il segretario di Stato americano John Kerry a Vienna, il 17 maggio 2016 (LEONHARD FOEGER/AFP/Getty Images)

Lunedì gli Stati Uniti hanno annunciato l’interruzione dei contatti diplomatici con la Russia per arrivare a una nuova tregua in Siria. Il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha detto che «non c’è più niente che Stati Uniti e Russia possano dirsi sul raggiungimento di un accordo che potrebbe ridurre la violenza in Siria. Ed è una cosa tragica». La decisione di interrompere i contatti è stata presa dall’amministrazione statunitense dopo diverse richieste ai russi di interrompere gli intensi bombardamenti sulla parte orientale della città siriana di Aleppo, quella controllata dai ribelli, che vanno avanti da due settimane. Poco prima il governo russo aveva annunciato a sua volta la sospensione di un accordo firmato nel 2000 con gli Stati Uniti sul controllo degli armamenti, uno di quelli che si inserivano nei colloqui sul disarmo nel periodo successivo alla fine della Guerra Fredda.

Con gli ultimi avvenimenti di lunedì, i rapporti tra Stati Uniti e Russia sono diventati ancora più tesi. Al momento non esistono più le condizioni per trovare un accordo sulla guerra in Siria e la seconda parte della tregua interrotta due settimane fa – quella riguardante la collaborazione militare tra americani e russi per colpire due gruppi terroristi – sembra definitivamente saltata. Gli Stati Uniti hanno accusato la Russia di non avere fatto niente per fermare l’offensiva militare del regime di Assad su Aleppo, mentre la Russia ha accusato gli Stati Uniti di non avere rispettato la sua parte di accordo, cioè convincere i ribelli più moderati a interrompere la collaborazione con Jabhat Fateh al Sham (uno dei gruppi che sta combattendo contro Assad e che fino a poco tempo fa era la divisione siriana di al Qaida). Il processo messo in moto dalle decisioni di lunedì ha due conseguenze immediate. La prima è che, stando così le cose, non ci sono le condizioni per fermare i bombardamenti su Aleppo orientale, dove vivono ancora 250mila persone (secondo le stime dell’ONU) senza praticamente più cibo e medicine, a causa del blocco totale dei rifornimenti imposto dal regime di Assad. La seconda potrebbe riguardare invece un ipotetico “piano B” degli americani, che con il fallimento dell’accordo con la Russia potrebbero accelerare su altre soluzioni a sostegno di alcuni gruppi ribelli.

Il Wall Street Journal aveva già scritto la scorsa settimana della ripresa di colloqui interni all’amministrazione Obama relativi alla possibilità di fornire più armi ai ribelli che stanno combattendo Assad. Finora gli Stati Uniti hanno limitato molto il trasferimento di armi, per il timore di una loro proliferazione. Il senso è: una volta che le armi entrano in Siria è praticamente impossibile tracciare il loro movimento ed esiste il rischio concreto che finiscano nelle mani di gruppi nemici. In una conversazione con dei siriani tenuta lo scorso mese ma rivelata solo pochi giorni fa dal New York Times, il segretario di Stato americano John Kerry ha detto di essere una delle tre o quattro persone nell’amministrazione favorevoli all’uso della forza contro il regime di Assad, una posizione che finora ha perso. Non è chiaro nemmeno di che tipo di armi si stia parlando. Il governo americano ha escluso il rifornimento di Manpads, i missili antiaereo che possono essere trasportati a spalla, ma sembra che stia considerando altri sistemi antiaereo, anche se meno mobili. Oppure, ha scritto il Wall Street Journal, potrebbe dare il via libera ai suoi alleati nella regione – tra cui Turchia e Arabia Saudita – per fornire armi ai ribelli.

Per quanto riguarda l’accordo sul plutonio, ha scritto il New York Times, quella della Russia è una mossa che ha conseguenze più politiche che militari. L’accordo non ha alcuna incidenza sul numero delle armi nucleari dispiegate da Stati Uniti e Russia, ma riguarda il plutonio tenuto nei depositi dei due paesi e che in teoria potrebbe essere utilizzato per costruire armi nucleari. Intanto la situazione è piuttosto tesa anche al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove la Francia sta promuovendo una sua risoluzione che chiede al regime di Assad di fermare i bombardamenti aerei e permettere il passaggio degli aiuti umanitari. Il governo russo, che nel Consiglio di Sicurezza ha il potere di veto e che quindi può fermare l’approvazione di qualsiasi risoluzione, ha già detto che si opporrà. Lunedì Vitaly Churkin, ambasciatore russo all’ONU, ha detto che interrompere gli attacchi aerei è fuori discussione, perché i terroristi hanno preso Aleppo “in ostaggio” e l’intervento russo è finalizzato a sconfiggerli.