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  • venerdì 16 settembre 2016

Joey Alexander, bravissimo jazzista tredicenne

Esce il secondo disco di un giovanissimo pianista indonesiano: «non penso che nessuno di noi abbia mai visto qualcosa di simile», dice qualcuno

(PASCAL PAVANI/AFP/Getty Images)

Venerdì 16 settembre è uscito Countdown, il secondo disco del pianista Joey Alexander, che ha 13 anni. Alexander è famoso da qualche anno, perché ha un grande talento per la sua età: Wynton Marsalis, che è uno dei migliori jazzisti al mondo, ha detto che «non c’è mai stato nessuno che suonasse così alla sua età». Nella sua breve carriera Alexander ha già registrato due dischi, ha suonato al Lincoln Center di New York e davanti a Bill Clinton e Barack Obama. Il primo brano di Countdown, “Sound City”, è stato diffuso un mese fa.

Alexander è nato nel 2003 a Denpasar, sull’isola indonesiana di Bali: i suoi genitori erano appassionati di jazz, soprattutto classico, e gestivano un’agenzia di viaggi. Alexander ha ascoltato molto presto i dischi dei più grandi pianisti jazz di sempre, da Thelonious Monk a Bill Evans, fino a quelli contemporanei come Brad Mehldau, e ha iniziato a suonare su una tastiera elettrica che gli aveva comprato il padre. Dove viveva non c’erano corsi di jazz, quindi iniziò a suonare con musicisti più esperti nelle jam session: per permettergli di continuare a suonare con i migliori musicisti indonesiani, i genitori si trasferirono nella capitale Giacarta. A 8 anni conobbe il grande pianista jazz Herbie Hancock durante una sua visita in Indonesia, e a 9 vinse il Grand Prix al 2013 Master-Jam Fest di Odessa, in Ucraina, un importante premio musicale europeo.

Nel 2014 Wynton Marsalis vide un video di Alexander su YouTube, che condivise su Facebook chiamandolo «il mio eroe» e invitandolo a suonare a un concerto al Lincoln Center, la più prestigiosa sala da concerti di New York. L’esibizione di Alexander fu acclamata e lo rese famoso negli Stati Uniti, tanto che si trasferì con la famiglia a New York. Fu invitato a molti importanti eventi di gala e di beneficenza – suonò anche davanti ai Clinton – e i suoi video ottenevano centinaia di migliaia di visualizzazioni su YouTube. Alexander da allora ha fatto anche diversi concerti in Europa, ha partecipato a importanti festival di jazz e nel 2015 ha fatto uscire il suo primo disco, My Favourite Things, che contiene alcune versioni di famosi standard jazz (come quello omonimo di John Coltrane, o ‘Round Midnight di Monk). Alexander ha collaborato agli arrangiamenti dei pezzi del disco, che contiene anche dei brani originali. Il disco è stato candidato a due premi Grammy e lui si è esibito nella trasmissione introduttiva della serata di premiazione. Quest’anno ha anche suonato davanti a Barack Obama, a un evento a Washington.

Alexander suona molto bene, anche se il successo e le attenzioni che ha ricevuto negli ultimi due anni sono dovuti non tanto a quello che suona adesso – che comunque moltissimi pianisti jazz, anche meno conosciuti, sanno fare meglio – ma più che altro per quello che potrà fare in futuro vista la sua età. Qualcuno, come capita spesso in questi casi, lo ha paragonato a Mozart.

Dopo il concerto al Lincoln Center del 2014, Alexander ricevette moltissimi complimenti: Down Beat, storica rivista di jazz americana, scrisse: «Se la parola “genio” significa ancora qualcosa, si applica a questo prodigio. Ha suonato le sue improvvisazioni di “Round Midnight” con una precocità sconvolgente e una padronanza dello strumento simile a quella di chi ha decine di anni di esperienza, provocando una standing ovation non solo del pubblico ma, ancora più importante, dell’intera orchestra del Lincoln Center».

Anche il New York Times parlò in modo entusiasta del concerto, e soprattutto scrisse che Alexander non è il solito ragazzo-prodigio. Spesso i bambini che suonano molto bene uno strumento sono eccessivamente celebrati dai giornali e dalle riviste: possono insomma diventare delle trovate pubblicitarie, da circo, soprattutto in un settore come il jazz in cui si vendono pochi dischi e c’è la necessità di coinvolgere un pubblico più vasto. La maggior parte delle volte, però, questi bambini hanno moltissima tecnica ma poca musicalità e poca intelligenza artistica. Nel jazz, poi, è praticamente inevitabile che chi suona da poco tempo debba ancora sviluppare il senso per l’armonia musicale e per il ritmo, entrambi molto complessi: Alexander però ha un po’ di tutte queste cose, secondo il New York Times. Larry Grenadier, bassista che ha lavorato con Alexander, ha detto che solitamente gli capita di vedere bambini con molto talento ma un’educazione che lui definisce “da Europa occidentale”, basata sull’accumulo di nozioni musicali: Alexander invece suona in modo più istintivo. Nate Chinen del New York Times ha conosciuto i genitori, e ha detto che almeno apparentemente sono la cosa più distante possibile dai genitori-manipolatori di un bambino prodigio.

Qualcuno però crede che Alexander non dovrebbe fare dischi da solista a 13 anni, e che farebbe meglio a suonare per qualche anno come musicista insieme a jazzisti più esperti di lui, per consolidare le proprie capacità. Jason Olaine, direttore della programmazione del Jazz at Lincoln Center, la sala da concerti dedicata al jazz del Lincoln Center, e che è il produttore di Alexander, ha detto però che «è un caso così straordinario che non penso che nessuno di noi abbia mai visto qualcosa di simile. Non è ancora un musicista completamente formato; non sappiamo che cosa diventerà. Ma per ora, è pronto per diventare un leader».

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