(Eric Ryan Anderson/For The Washington Post)
  • Cultura
  • giovedì 8 Settembre 2016

Quanto c’è di Foer nel suo nuovo romanzo

Molto anche se non è autobiografico, ha detto al Washington Post, con cui ha parlato anche di ebraismo, di famiglia e di come scrivere sia «noioso»

di Karen Heller – The Washington Post
(Eric Ryan Anderson/For The Washington Post)

«Lo considero il mio primo libro», ha detto Jonathan Safran Foer con un’affermazione che, presa alla lettera, non ha senso. Eccomi è infatti il quarto libro di Foer: è un mattone, lungo il doppio rispetto ai suoi precedenti lavori, e un grandissimo sforzo letterario, che racconta la storia di quattro generazioni di padri e figli, primo romanzo di Foer in oltre dieci anni e il primo a essere ambientato nella sua città natale, Washington DC. «Per me è un libro breve, veloce, di quelli che si leggono d’un fiato», ha raccontato. Eccomi parla di divorzio, di Israele, della zona nord di Northwest (uno dei quadranti in cui è suddivisa Washington) e di sexting, e «per scriverlo ci sono voluti 10 mesi, o venticinque anni», ha detto Foer, alludendo al fatto che il libro ha richiesto le esperienze di una vita e meno di un anno al computer. Foer è uno dei romanzieri più importanti di Washington, ma vive a Brooklyn. Seduto in un bar vicino alla sua casa nel quartiere newyorkese di Boerum Hill, sembra molto più giovane dei suoi 39 anni, ma si comporta come se fosse decisamente più vecchio. È gentile e risponde a tutte le domande – anche a quelle a cui non vorrebbe – ma spesso parla in modo enigmatico, come se prendere le cose alla lontana fosse più interessante.

«Considero il mio primo libro come un’esperienza», ha detto Foer, ricordando quanto fu sorpreso di aver scritto Ogni cosa è illuminata. Il libro – molto apprezzato dalla critica – racconta il viaggio di un giovane americano in Ucraina alla ricerca della donna che salvò suo nonno dai nazisti. Foer ricorda quant’era stupito mentre guardava il manoscritto sputato fuori da una stampante comune quando era ancora uno studente a Princeton, dove la scrittrice Joyce Carol Oates gli fece da mentore. «Il secondo libro fu una reazione al primo», ha detto Foer parlando di Molto forte, incredibilmente vicino, che racconta la storia di bambino di nove anni in cerca di risposte dopo la morte del padre negli attacchi alle Torri gemelle dell’11 settembre. Dopo essere stato rifiutato da diversi agenti ed editori, il primo romanzo fu pubblicato nella primavera del 2002, facendo diventare Foer molto famoso. Le sue opere diventarono successi di critica, bestseller e film (nella trasposizione cinematografica di Molto forte, incredibilmente vicino ci sono Tom Hanks e Sandra Bullock). Anche il suo saggio del 2009 Se niente importa – un’indagine sulla produzione alimentare americana e il racconto del suo essere vegetariano – è stato apprezzato e ha venduto bene.

Foer vive in una casa in arenaria rossa da 5,4 milioni di dollari. Ha una relazione con un’attrice famosa (Michelle Williams) e scambia email – pubblicate di recente da un inserto di moda del New York Times – con Natalie Portman. Foer racconta che tra i principali autori americani sono in pochi a essere amici, ma lui sembra conoscerne tantissimi. È uno dei Jonathan famosi (gli altri due sono Lethem e Franzen, di cui è un caro amico) e anche uno dei Foer famosi (il fratello di mezzo tra Franklin e Joshua, anche loro scrittori). Ciononostante, Foer si considera uno scrittore per caso, e avrebbe voluto diventare medico. «C’è un certo tipo di libertà che apprezzo», ha detto, «scrivere è l’approssimazione più vicina alla vita che volevo». Il suo editor Eric Chinski ha raccontato che «per lui scrivere è diventato un modo per comunicare altre cose, lottare con domande emotive e, in questo libro, con domande politiche e familiari. Non scrive per il piacere di scrivere».

Eccomi è il primo romanzo che Foer scrive da quando è diventato padre (ha due figli, di 10 e 7 anni) e da quando ha divorziato dalla scrittrice Nicole Krauss (famosa per La storia dell’amore). Sarà pubblicato in 25 paesi e ruota intorno al divorzio di una coppia con tre figli maschi, provocato dalla scoperta di un cellulare segreto pieno di messaggi erotici. Krauss ha letto il manoscritto, ha raccontato Foer e aggiunto che scrivere di divorzio non è stato difficile. «Lo sarebbe stato se Nicole fosse stata turbata, ma non lo era», ha detto. «Siamo molto legati. Il libro non parla di noi».

In Eccomi si potrebbero trovare però diversi tratti biografici. «Non è un’autobiografia», dice Chinski, «ma riprende molto esperienze personali». Il protagonista di Eccomi, Jacob Bloch, lavora a una miniserie per HBO, come aveva fatto Foer per All Talk (per cui erano stati coinvolti Ben Stiller e Alan Alda), prima di abbandonare il progetto e trasformarne alcuni aspetti in questo romanzo. Jacob è uno scrittore che ha vinto il National Jewish Book Award a 24 anni, come anche a Foer. La Washington di Eccomi è la stessa di Foer: il Cleveland Park (più precisamente Newark Street; Foer è cresciuto a Reno Road), la Georgetown Day School (la scuola frequentata da Foer), la sinagoga Adas Israel (il tempio di famiglia, dove Foer ha fatto il suo Bar Mitzvah), l’Uptown Theatre. Il Great Wall Szechuan House nel quartiere di Logan Circle è il ristorante preferito dai Bloch (ma non quello dei Foer: era un ristorante cinese che ha chiuso). Jacob ricorda nel libro di aver pianto il 18 novembre del 1985 – una data tristemente famosa per gli appassionati di football locali più anziani – «quando Lawrence Taylor mise fine alla carriera di Joe Theismann», fratturando la gamba del quarterback dei Washington Redskins. «Che scrivessi di Washington era inevitabile quanto trasferirmi a New York», ha raccontato Foer. «Mi ha fatto sentire bene. Avere Washington come ambientazione mi ha fatto sentire a casa».

Foer parla come un personaggio di Čechov, e con i suoi occhiali da gufo, ne ha anche l’aspetto, se non fosse per le spesse calze abbinate a delle Birkenstocks di gomma blu. «Al liceo aveva un modo tutto suo di vestirsi», ha raccontato il suo amico d’infanzia Michael Sachse, «e cioè come un uomo di 60 anni». Scrivere delle sue origini e delle tappe importanti della sua giovinezza ha dato a Foer la libertà di esplorare temi più grandi. «Quando sto bene a casa, il resto è solo il resto. È solo il mondo. Se mi preoccupassi di cosa pensa la gente, non arriverei mai da nessuna parte, sarei soffocato», ha detto Foer, che insegna scrittura creativa alla New York University. «Non devi chiederti se una cosa è buona e no. Se fa ridere o meno. Se è brillante o utile, o se non è utile. Se ti fai queste domande, inizi ad allontanarti dalla libertà necessaria per fare qualcosa di vero». «Anche a me interessa cosa pensa la gente. Mi importa. Ma quando lavoro non è una cosa utile, peggio: è distruttivo».

jonathan-safran-foer-2
(Eric Ryan Anderson/For The Washington Post)

Eccomi – il cui titolo riprende le parole pronunciate da Abramo nella Genesi, quando Dio gli ordina di sacrificare suo figlio Isacco (per l’appunto «Here I am», cioè «Eccomi», «Sono qui») – è il romanzo più “ebraico” di Foer, in cui si parla di Bar Mitzvah, Olocausto, Sionismo, di un terremoto in Israele e di una possibile guerra. A un certo punto del libro un personaggio dice che «essere ebrei è più difficile. Non ti dà le opportunità migliori». Foer però contesta anche questa osservazione: «Per me è un romanzo che parla di casa e di scelte», ha detto, «di come le persone parlano e negoziano tra loro». «Jonathan non è religioso e per quanto ne so, non ha nemmeno studiato molto il giudaismo», ha raccontato Sachse. «L’attenzione sull’identità e la cultura ebraica, per me, è uno degli aspetti più sorprendenti di questo e degli altri suoi libri». Foer non appartiene a nessun tempio. «È uno strano conflitto della mia vita», ha detto Foer, «non faccio parte di nessun gruppo, ma lo desidero molto».

L’infanzia di Foer – racconta lui – non è stata particolarmente letteraria. Il fatto che tutti e tre i fratelli Foer sarebbero diventati scrittori di successo «non sembrava una cosa ineluttabile», ha detto. Franklin è stato direttore del New Republic e ha scritto Come il calcio spiega il mondo. Joshua è un giornalista scientifico e autore del libro L’arte di ricordare tutto. Da piccoli facevano cose da ragazzi: andavano in bici, pulivano le piscine e andavano ai concerti. Il grande trauma di Jonathan avvenne 1985, con l’esplosione alla Murch Elementary School, in cui fu uno dei quattro bambini a rimanere gravemente ferito mentre costruivano piccoli fuochi d’artificio per un progetto di scienze. Foer sta pensando di trasformare quell’esperienza in un romanzo.

Nonostante gli abbia dato la vita che voleva, Foer trova che la scrittura sia per certi versi un esercizio assurdo. «Scrivere è un tipo di quotidianità particolarmente noiosa. Non potrebbe essere più noioso. Ti siedi davanti a un computer, o davanti a un foglio bianco. Non parli con altre persone. Non vedi il mondo. È molto sedentario», ha raccontato. «La cosa bella dello scrivere è davvero poco evidente. Direi che è la cosa meno evidente che ci sia, ancora meno che lavorare per una banca d’investimento», ha detto Foer, prima di fermarsi. «Anche se ovviamente mi sono dato una specie di risposta». Foer è uno di quei rari scrittori che non vede l’ora di andare in tour per promuovere un libro in molte città e paesi diversi, e sembra contento di parlare del suo lavoro. «È molto piacevole, è fantastico. Ho passato moltissimo tempo senza parlare con i lettori», ha raccontato, prima di schizzare via per un appuntamento con il suo terapista a Manhattan. «I lettori moltiplicano la ricchezza del libro, l’esperienza. Ovviamente mi sono impegnato molto su questo libro e ho cercato di produrre il miglior libro possibile, ma il suo significato non è una cosa che appartiene a me».

© 2016 – The Washington Post