Il nuovo romanzo di Jonathan Safran Foer

Un estratto di "Eccomi", un libro sull'amore e la sua fine, in cui può capitare di incontrare Steven Spielberg in un bagno e fare una scoperta sensazionale

Esce domani in Italia Eccomi (Here I Am), il nuovo romanzo di Jonathan Safran Foer, quattordici anni dopo Ogni cosa è illuminata – un viaggio in Ucraina alla riscoperta delle proprie radici ebraiche – e undici dopo Molto forte, incredibilmente vicino – la storia di Oskar, un ragazzino geniale di New York che affronta il lutto dell’11 settembre e l’eco delle devastazioni della Seconda guerra mondiale. Eccomi parla di amore e della sua dissoluzione. Jacob e Julia Bloch hanno quarant’anni e tre figli, Sam, Max, e Benjy, e una quantità di nonni americani e di cugini in arrivo da Israele. La famiglia Bloch, come in tutti i romanzi di Foer, è ebrea. Jacob scrive una serie televisiva di cui non è orgoglioso, Julia è architetto, anche se non ha mai progettato una casa. Il romanzo – lungo 665 pagine – descrive nel dettaglio, fino alla dissezione, il momento in cui Jacob e Julia prendono coscienza della distanza che è scivolata tra loro senza che se ne accorgessero, mentre erano impegnati a fare altro, a occuparsi dei figli, della casa, a portare fuori la spazzatura o a raccogliere i resti lasciati sul pavimento dal loro vecchio cane incontinente. La fine, naturalmente, inizia quando Julia scopre gli sms di Jacob. «Non esiste una sola storia con un cellulare che finisca bene».

«Tutto era qualcos’altro sublimato: la prossimità domestica era diventata distanza intima, la distanza intima era diventata vergogna, la vergogna era diventata rassegnazione, la rassegnazione era diventata paura, la paura era diventata risentimento, il risentimento era diventato autodifesa». «In passato il contatto fisico li aveva sempre salvati». «Entrambi conoscevano bene quella sensazione, nel silenzio di una camera da letto buia, gli occhi fissi sul soffitto». «Le consuetudini domestiche erano così ben radicate che sfuggirsi era abbastanza facile. E nessuno riusciva a sopportare la vergogna che l’altro fosse stato un genitore migliore».

Uno dei temi centrali del libro è il modo in cui la cura dei figli entri dentro l’amore tra due persone, lo trasformi e possa consumarlo. Eccomi è anche la descrizione di una generazione, quella dei quarantenni e cinquantenni, che vive l’essere madri e padri come una prestazione pubblica, qualcosa in cui realizzarsi. «Sei più preoccupata di farti vedere come una mamma fica che di essere in realtà una brava mamma», dice a sua madre, Sam, il maggiore. «Ti rende triste il fatto che amiamo i bambini più di quanto ci amiamo noi?», chiede Julia a Jacob, ripetendo senza saperlo una frase scritta da Jacob per la sua serie tv. Come in tutti i romanzi di Safran Foer la storia intima dei personaggi si intreccia con quella degli ebrei, del loro passato e dell’impossibilità di essere certi di avere una terra, un posto nel mondo. Nella seconda metà del libro un terribile terremoto distrugge Israele e impone ai personaggi la scelta se esserci o no.

Il titolo è una citazione della Bibbia: «Here I Am», «Eccomi», «Sono qui» è la risposta di Abramo quando Dio gli chiede di sacrificare il figlio Isacco. (Per inciso: un padre disposto a sacrificare il figlio perché sente una voce andrebbe arrestato, non dovrebbe fondare le tre religioni monoteiste). Per Safran Foer, invece, la risposta di Abramo è l’essenza dell’amore che consiste nell’esserci per un altro. Il paradosso è che lo sforzo di essere presenti, di essere sempre all’altezza delle aspettative di chi si ama, conduce necessariamente a estraniarsi da sé: conduce all’assenza, a non esserci più, conduce, quindi, alla fine dell’amore.

Nel romanzo ci sono molte scene comiche, dialoghi divertenti e centinaia di trovate – «una app che dovrebbero fare: punti il telefono su qualcosa e ti fa vedere il video di com’era quella cosa qualche secondo prima»; «Si può diventare ciechi guardando un film sul sole?»; «Se il mondo dura abbastanza, ci saranno fossili dei fossili?». L’estratto che pubblichiamo non rende bene il clima del libro, ma dà un’idea del modo in cui Jonathan Safran Foer riesca a passare con facilità dall’intimo e tragico al comico e grottesco. La scena descrive l’arrivo del cugino Tamir da Israele, accolto in aeroporto da Jacob, insieme al padre Irv e al figlio Max. Nel bagno dell’aeroporto, Jacob si trova per caso di fianco al regista Steven Spielberg e, sbirciando di lato, fa una scoperta sensazionale.

* * *

Un estratto da Eccomi (Here I Am) di Jonathan Safran Foer
(traduzione di Irene Abigail Piccinini)

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Jacob non doveva andare in bagno, ma ci andò. E rimase lì all’orinatoio, un coglione con il pene di fuori, a tergiversare per qualche istante senza combinare nulla, tanto per.

Un uomo dell’età di suo padre urinava di fianco a lui. Il getto gli usciva a scatti, come da un irrigatore, e all’orecchio non professionale di Jacob parve un sintomo. Quando l’uomo emise un piccolo grugnito, Jacob di riflesso gli lanciò un’occhiata e si scambiarono un fugace sorriso, prima di ricordarsi dov’era no: un posto dove era tollerabile solo il più breve degli scambi. Jacob ebbe la netta sensazione di conoscere quella persona. Gli capitava spesso davanti agli orinatoi, ma questa volta ne era sicuro – come sempre. Dove l’aveva già vista quella faccia? Un maestro delle elementari? Uno degli insegnanti dei ragazzi? Uno degli amici di suo padre? Per un attimo si convinse che quell’estraneo comparisse in una delle vecchie foto della fami glia di Julia in Europa orientale e che avesse viaggiato nel tempo per dargli un avvertimento.

Jacob tornò a pensare a mormorii di ruscelli e alla lenta morte di una parte bassa della schiena di cui, come per tante altre cose, non aveva mai preso in considerazione il crollo finché non era stato costretto, quando ebbe una folgorazione: Spielberg. Non appena gli entrò in testa, fu impossibile dubitarne. Ma certo che era lui. Jacob era lì con il pene di fuori accanto a Steven Spielberg con il pene di fuori. Quante probabilità c’erano?

Jacob era cresciuto, come qualunque ebreo nell’ultimo quarto del ventesimo secolo, sotto l’ala di Spielberg. O meglio, all’ombra della sua ala. Aveva visto E.T. tre volte nella settimana in cui era uscito, tutte all’Uptown, tutte le volte guardando lo schermo attraverso le dita mentre l’inseguimento in bici raggiungeva un climax così pazzesco da essere letteralmente intollerabile. Aveva visto Indiana Jones e poi quello dopo e quello dopo ancora. Aveva provato a vedere fino alla fine Always – Per sempre. Nessuno è perfetto. Almeno finché non fa Schindler’s List, e a quel punto non è neppure più lui, ma rappresenta loro. Loro? I milioni sterminati. No, pensò Jacob, rappresenta noi. I Non Sterminati. Ma Schindler non era per noi. Era per loro. Loro? Non gli Sterminati, naturalmente. Loro non posso no vedere i film. Era per tutti loro che non erano noi: i goyim. Perché grazie a Spielberg, sul cui conto in banca il pubblico si sentiva in obbligo di fare un versamento all’anno, avevamo finalmente un modo per costringerli a guardare la nostra assenza, a strofinare i loro nasi nella merda del pastore tedesco.

E Dio, quanto lo amavano. Jacob aveva trovato il film melenso, pomposo e tendente al kitsch. Ma si era profondamente commosso. Irv aveva criticato la scelta di raccontare una storia edificante sull’Olocausto, di offrire, a tutti gli effetti, un lieto fine statisticamente irrilevante prodotto da una specie statisticamente irrilevante: il tedesco buono. Ma persino Irv si era commosso, per quanto possibile. Isaac non avrebbe potuto commuoversi di più: Vedete, vedete che cosa ci hanno fatto, ai genitori di me, ai fratelli di me, a me, vedete? Tutti si erano commossi e tutti si erano convinti che commuoversi fosse la su prema esperienza estetica, etica e intellettuale.

Jacob avrebbe rubato un’occhiata al pene di Spielberg. L’unico problema era trovare un pretesto.

Ogni checkup annuale finiva con il dottor Schlesinger che gli si accucciava davanti, gli stringeva le palle e gli chiedeva di girare la testa e tossire. Era un’esperienza che sembrava universale e universalmente inspiegabile, tra uomini. Ma tossire e girare la testa aveva a che fare con l’apparato genitale. La logica non era stringente ma sembrava plausibile. Così Jacob tossì e strappò un’occhiata furtiva.

Le dimensioni non lo colpirono – Spielberg non ce l’aveva né più lungo né più corto, né più grosso né più sottile di un qualunque nonno ebreo un po’ flaccido. E non era particolar mente a banana, pendulo, zigrinato, a lampadina, viscido, squamoso, fungoso, varicoso, adunco o storto. A farsi notare era quello che non mancava: il suo pene non era circonciso. Jacob era stato esposto pochissimo all’atroce visione di un pene intatto, per cui non avrebbe scommesso la vita su ciò che aveva visto – ed era quella la posta in palio – ma sapeva abbastanza per sapere che gli serviva una seconda occhiata. Il galateo da orinatoio perdona un’occhiata fugace e il colpo di tosse poteva essere un alibi, ma non c’era modo di ritornare sulla scena sen za che la sua venisse interpretata come un’avance sessuale, e perfino in un mondo in cui Spielberg non avesse fatto A.I. – Intelligenza artificiale, non sarebbe successo.

Le opzioni erano quattro: 1) si era sbagliato a identificare quell’uomo come Steven Spielberg e quel pene come non circonciso; 2) si era sbagliato a identificare quell’uomo come Steven Spielberg e aveva correttamente identificato quel pene come non circonciso; 3) era Steven Spielberg ma si era sbagliato a identificare quel pene come non circonciso: certo che era circonciso; oppure 4) Steven Spielberg non era circonciso. Fosse stato uno scommettitore, avrebbe spostato la sua montagna di fiches sul 4.

Jacob, arrossendo, tirò l’acqua, si lavò le mani troppo in fretta perché potesse servire a qualcosa e si precipitò di nuovo dagli altri.

«Non indovinerete mai chi avevo di fianco mentre pisciavo.»

«Cristo, papà .»

«Quasi. Spielberg.»

«Chi è?» chiese Tamir.

«Dici sul serio?»

«Cosa?»

«Spielberg. Steven Spielberg.»

«Mai sentito.»

«Ma smettila» disse Jacob, senza capire, come sempre, se Tamir stesse recitando. Qualunque altra cosa si potesse dire di lui, Tamir era intelligente, esperto del mondo e inquieto. Ma qualunque altra cosa si potesse dire di lui, Tamir era sciocco, solipsista e compiaciuto. Se aveva un senso dell’umorismo, era più asciutto dell’amido di mais. E questo gli permetteva di praticare una specie di agopuntura psicologica su Jacob: mi hanno appena infilato un ago? Mi fa male? È tutta una cazzata? Non diceva sul serio quando parlava della cucina italiana in Israele, vero? E sul fatto di non avere mai sentito nominare Spielberg? Impossibile, eppure assolutamente possibile.

«Notevole» disse Irv.

«E la parte più notevole?» disse Jacob allungandosi e ab bassando la voce fino a sussurrare. «Non è circonciso.»

Max gettò le braccia al cielo. «E che, gli hai baciato il pisello in un bagno?»

«Chi è questo Spielberg?» chiese Tamir.

«Eravamo agli orinatoi, Max.» E tanto per chiarire: «No che non gli ho baciato il pisello. Gli ho dato un’occhiata».

«Non può essere» disse Irv.

«Lo so. Ma l’ho visto con i miei occhi.»

«Perché i tuoi occhi stavano controllando il pene di un altro?» chiese Max.

«Perché è Steven Spielberg.»

«Perché nessuno mi spiega chi è questa persona?» disse Tamir.

«Perché non ci credo che non sai chi è.»

«Perché dovrei fingere?» chiese Tamir, in modo del tutto credibile.

«Perché è il vostro bizzarro modo israeliano di sminuire i successi degli ebrei americani.»

«E perché dovrei fare una cosa del genere?»

«Dimmelo tu.»

«Okay» disse Tamir, asciugandosi in tutta calma i resti di sei pacchetti di salsa agrodolce dagli angoli della bocca, «come vuoi.» Si alzò e andò in direzione del bancone con i condimenti. «Devi tornare dentro e assicurarti che sia vero» disse Irv.

«Presentati.»

«Non puoi fare una cosa simile» disse Max, proprio come avrebbe detto sua madre.

Irv chiuse gli occhi e disse: «Sono profondamente scosso». «Lo so.»

«Che conclusione dovremmo trarre?»

«Lo so.»

«Tutto questo tempo a pensare che la sua paccottiglia sull’Olocausto fosse un risarcimento per l’Olocausto

«Adesso è paccottiglia?»

«È sempre stata paccottiglia» disse Irv. «Ma era la nostra paccottiglia. Adesso… sono costretto a chiedermelo.»

«Non vuol certo dire che non è ebr…»

Ma Jacob non riuscì a finire la frase. O non ne ebbe bisogno. Non appena quel frammento di possibilità entrò nel mondo, non ci fu posto per nient’altro.

«Ho bisogno di sedermi» disse Irv.

«Sei già seduto» gli disse Max.

«Ho bisogno di sedermi sul pavimento.»

«Non farlo» disse Jacob. «È lurido.»

«Ormai è tutto lurido» disse Irv.

In silenzio, guardarono decine di persone che tenevano in equilibrio vassoi stracolmi intrecciarsi e schivarsi senza toccarsi mai. Presumibilmente, qualunque forma di vita superiore deve avere la propria versione di David Attenborough. E quella versione di Attenborough avrebbe potuto girare una fantastica puntata di una miniserie di documentari su degli esseri umani che osservavano in quel modo ipnotico.

Max sussurrò qualcosa di incomprensibile rivolto a nessuno.

Irv si prese la testa tra le mani e disse: «Se Dio ci avesse voluti incirconcisi, non avrebbe inventato lo smegma».

«Cosa?» chiese Jacob.

«Se Dio ci avesse…»

«Stavo parlando con Max.»

«Io non ho detto niente» disse Max.

«Cosa?»

«Niente

«Lo squalo è proprio un film orrendo» disse Irv.

E poi Tamir tornò. Erano stati troppo assorti nelle loro congetture apocalittiche per notare quanto tempo fosse rimasto via.

«Allora, è tutto chiarito» disse.

«Chiarito cosa?»

«Ha un problema di ritenzione urinaria.»

«Chi?»

«Steve.»

Irv si diede una manata sulle guance e lanciò un gridolino come se fosse la sua prima visita al flagship store di American Girl.

«Capisco perché davi per scontato che sapessi chi era. Ha un curriculum di tutto rispetto. Cosa posso dirti? Non guardo molti film. Non si fanno soldi a guardare film. Se ne fanno un sacco a farli, però. Sai che ha un patrimonio di più di tre miliardi di dollari? Miliardi, dico.»

«Davvero

«Non aveva nessun motivo per mentirmi.»

«Ma che ragione aveva per dirtelo?»

«Gliel’ho chiesto.»

«Quanti soldi ha?»

«Sì.»

«E magari gli hai anche chiesto se è circonciso, vero?» «Sì.»

Jacob abbracciò Tamir. Non fu un gesto meditato. Semplicemente le sue braccia si tesero verso di lui. Non perché Tamir avesse ottenuto quell’informazione. Ma perché aveva tutte le qualità che Jacob non aveva e non voleva ma che gli man cavano disperatamente: la sfacciataggine, il coraggio dove non c’era da avere paura e il coraggio dove c’era da avere paura, il fatto di fregarsene alla grande. «Tamir, sei una persona meravigliosa.»

«Quindi…?» implorò Irv.

Tamir si rivolse a Jacob.

«Ti conosce, a proposito. Non ti aveva riconosciuto, ma quando gli ho fatto il tuo nome ha detto che ha letto il tuo primo libro. Ha detto che aveva preso in considerazione l’idea di opzionarlo, qualunque cosa significhi.»

«Davvero?»

«Così ha detto.»

«Se Spielberg avesse fatto un film da quel libro, io avrei…» «Torniamo al dunque» disse Irv. «È circonciso?»

Tamir agitò il suo bicchiere, smuovendo i cubetti di ghiaccio che si erano saldati. «Tamir?»

«Abbiamo deciso che sarebbe stato più divertente se non ve l’avessi detto.»

«Avete?»

«Io e Steve.»

Jacob gli diede una spinta, spontanea com’era stato spontaneo l’abbraccio.

«Ci prendi per il culo!»

«Gli israeliani non prendono mai per il culo.»

«Gli israeliani prendono solo per il culo.»

«Noi siamo mishpachah» implorò Irv.

«Sì. E se non puoi avere segreti per la tua famiglia, per chi li puoi avere?»

«Allora mi emancipo dalla famiglia. Adesso dimmelo.» Tamir raccolse quel che rimaneva dei suoi noodle dalla ciotola e disse: «Prima di ripartire». «Cosa?»

«Ve lo dirò prima di ripartire.» «Non puoi dire sul serio.» Poteva dire sul serio?

«Posso.»

Irv sbatté la mano sul tavolo.

«Lo dirò a Max» disse Tamir. «Un regalo di Bar Mitzvah anticipato. Che cosa deciderà di fare con quest’informazione saranno affari suoi.»

«Lo sai che è il Bar Mitzvah di Sam, vero?» disse Max. «Non il mio.»

«Ma certo» rispose Tamir facendogli l’occhiolino. «È un regalo di Bar Mitzvah molto anticipato.»

Mise le mani sulle spalle di Max e lo avvicinò a sé. Le sue labbra quasi toccavano l’orecchio di Max, mentre sussurrava. E Max sorrise. Rise.

@2016 by Jonathan Safran Foer
@2016 Ugo Guanda Editore S.r.l
Traduzione di Irene Abigail Piccinini

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