Il titolo della notizia pubblicata sul sito del Fatto Quotidiano
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  • mercoledì 7 Settembre 2016

È vero che l’ISIS ha vietato il burqa in una città irachena?

È una notizia che circola da ieri e che è stata ripresa anche da qualche sito italiano, ma ci sono motivi per dubitarne

Il titolo della notizia pubblicata sul sito del Fatto Quotidiano

Da martedì alcuni siti di news hanno scritto che lo Stato Islamico (o ISIS) ha vietato il burqa in Iraq per ragioni di sicurezza. La notizia – che è stata data tra gli altri dal Daily Mail, dall’International Business Times, da Le Soir, e che è arrivata anche su qualche sito italiano, come lo Huffington Post e il Fatto Quotidiano – è stata data con livelli diversi di cautele e di citazione delle fonti, e con qualche improbabile paragone con la polemica sul burkini in Francia. La maggior parte dei siti di news ha scritto che il burqa è stato vietato solo nei centri militari di Mosul, dopo che una donna con il burqa ha ucciso due miliziani dello Stato Islamico con un’arma da fuoco. Diversi hanno citato la fonte della notizia – una televisione iraniana che trasmette in arabo – senza però usare grandi cautele (a dirla tutta la televisione iraniana parlava del divieto di usare sia il niqab che il burqa, ma la notizia è arrivata sui siti occidentali riferita solo al burqa: qui sono spiegate le differenze tra i due tipi di “veli”). Ci sono infatti diverse ragioni che spingono a dubitare della veridicità di questa notizia.

Innanzitutto la notizia è stata data da Al Alam, un network la cui affidabilità è discutibile. Al Alam è un canale di notizie in arabo il cui proprietario è la Radio Televisione della Repubblica Islamica dell’Iran (più conosciuta con la sigla inglese IRIB), la televisione di stato iraniana. IRIB ha il monopolio nel mercato radiofonico e televisivo iraniano e il suo capo è nominato direttamente dalla Guida Suprema dell’Iran, la più importante autorità politica e religiosa del paese: non un organo di comunicazione indipendente, insomma, se si considera che in Iran governa un regime che lascia molta poca libertà alla stampa. A ciò va aggiunto che il regime iraniano (controllato da religiosi sciiti) è generalmente nemico dello Stato Islamico (gruppo estremista sunnita), per lo meno in Iraq, dove i consiglieri militari iraniani hanno collaborato con i militari iracheni nella guerra contro l’ISIS. Molti organi di stampa iraniani, tra cui Al Alam, non sempre danno informazioni corrette su questioni di politica interna o estera; sono più interessati a rispondere a obiettivi politici.

Poi bisogna considerare che lo stesso Al Alam dice di avere ottenuto la notizia del divieto di usare il burqa nei centri militari da una fonte anonima: non proprio il massimo della garanzia. Nessuno dei siti stranieri che l’ha ripresa – dopo la traduzione fornita da Iran Front Page, un sito che traduce in inglese articoli di giornali e siti iraniani – è stato in grado di confermarla con fonti proprie. Infine, la notizia in sé sembra molto strana, che avrebbe bisogno di un surplus di prove e verifiche anche rispetto agli standard: lo Stato Islamico adotta un’interpretazione estremamente radicale della sharìa, la legge islamica, in particolare sul tipo di abbigliamento che devono indossare le donne (oltre a una serie infinita di limitazioni e violenze). Una decisione del genere sarebbe del tutto estranea alla visione del mondo dimostrata finora dallo Stato Islamico.

In generale negli ultimi anni sono circolate molte bufale riguardanti lo Stato Islamico (alcune più innocue di altre) e per questo le notizie non confermate vanno prese molto con le molle. In questo caso nessuno dei grandi giornali internazionali che si occupa con continuità e serietà di terrorismo e Stato Islamico ha ripreso e commentato la notizia; non esistono fotografie o video che la possano confermare (anche perché nei territori controllati dall’ISIS, come Mosul, non ci sono giornalisti stranieri). Insomma, stando alle informazioni disponibili finora, ci sono molte ragioni per dubitare della veridicità della notizia data da Al Alam.