( YURI CORTEZ/AFP/Getty Images)

La visita di Donald Trump in Messico

Ha incontrato amichevolmente il presidente Peña Nieto, contenendosi molto; poche ore dopo è tornato ai suoi toni abituali e ci ha litigato

( YURI CORTEZ/AFP/Getty Images)

Mercoledì 31 agosto è stato un giorno importante per la campagna elettorale di Donald Trump, il controverso candidato Repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti. Nel pomeriggio ha incontrato Enrique Peña Nieto, il presidente del Messico – il paese a cui Trump, in una delle sue proposte più famose, vuole far costruire un muro al confine con gli Stati Uniti – e poche ore dopo ha tenuto un importante discorso programmatico sull’immigrazione, annunciato da tempo. È stata la prima volta che Trump ha incontrato il leader di un importante alleato degli Stati Uniti – un’ottima occasione per mostrarsi “presidenziale” – e la prima volta che ha avuto l’occasione di chiarire le sue controverse e durissime posizioni sull’immigrazione, su cui è sembrato di recente cambiare idea.

È andata così così: a Città del Messico, dove si è tenuto l’incontro con Enrique Peña Nieto, Trump è sembrato molto più moderato e contenuto del solito, aiutato anche dall’atmosfera solenne di questo tipo di incontri e dal fatto di aver letto tutto quello che ha detto. Parlando da un podio accanto a Peña Nieto, Trump ha spiegato con un’espressione molto seria che i due hanno parlato del muro ma non di chi lo pagherà, e che in generale è stata «una riunione eccellente». Poche ore dopo, tornato negli Stati Uniti, ha parlato per un’ora e mezza usando gli stessi toni aggressivi della campagna elettorale, confermando che il Messico pagherà per il muro «al 100 per cento. Ancora non lo sanno, ma lo pagheranno loro». Poco dopo Peña Nieto ha smentito Trump scrivendo su Twitter: «All’inizio della conversazione con Donald Trump, ho chiarito che il Messico non pagherà il muro». Sul Wall Street Journal, l’analista politico John Feehery ha sintetizzato: «Ecco com’è andata la giornata di Trump: è passata dal sublime al ridicolo».

È stato lo stesso Peña Nieto a invitare Trump – che ha definito i messicani «stupratori, gente che porta criminalità» – e ancora non è chiaro perché lo abbia fatto: forse perché è oggi molto impopolare tra i messicani, e quindi voleva mostrarsi tener testa a Trump; o forse, come un analista messicano ha spiegato ad Associated Press, per spostare l’attenzione dei giornali da un importante discorso al paese in programma per giovedì 1 settembre. Anche Daniel Peña, un professore universitario esperto di Messico, ha ipotizzato sul Guardian che Peña Nieto volesse spostare l’attenzione sul suo incontro con Trump piuttosto che sui molti scandali della sua amministrazione (fra cui la recente accusa di aver copiato la sua tesi di laurea in legge).

Durante la conferenza stampa successiva al loro incontro, Trump sia Peña Nieto hanno parlato con rispetto l’uno dell’altro: Trump – leggendo il suo discorso da un foglio – ha spiegato che «ci sono un sacco di problemi, un sacco di criminalità, ma credo che insieme risolveremo questi problemi. L’immigrazione clandestina è un problema anche per il Messico, così come per noi. Quello della droga è un problema anche per il Messico, così come per noi». Peña Nieto ha parlato più volte della necessità di costruire «un rapporto rispettoso» e relazioni «costruttive», e spiegato che a volte le dichiarazioni di Trump sul Messico sono state «equivocate».

Tornato negli Stati Uniti, Trump ha sottolineato che Peña Nieto è «un magnifico presidente», ma al contempo ha ripreso e ampliato tutte le sue posizioni più controverse sull’immigrazione, in un piano di dieci punti: fra le altre cose, Trump ha proposto la deportazione automatica per chiunque entri illegalmente negli Stati Uniti, la creazione di una lista di paesi “a rischio” i cui cittadini non potranno entrare negli Stati Uniti e l’espulsione degli immigrati clandestini che hanno compiuto dei reati. Anche il New York Times è sembrato confuso dalle due “facce” mostrate da Trump sullo stesso tema, nel giro di poche ore:

La giustapposizione della doppia performance di Trump è così stupefacente che le sue vere intenzioni sull’immigrazione sono difficili da capire. Nel pomeriggio, in Messico, ha tenuto un atteggiamento quasi irriconoscibile, mostrandosi moderato e diplomatico; poche ore dopo, dal podio del suo comizio, ha descritto gli immigrati clandestini come un gruppo pericoloso e tendente alla criminalità, che semina il terrore compiendo omicidi, stupri e altre atrocità.

Anche Hillary Clinton, la candidata Democratica, ha preso in giro Trump per la sua visita in Messico. Su Twitter, in uno dei rari tweet firmati da Clinton stessa – di solito l’account è gestito dal suo staff – ha scritto: «Trump è stato bocciato al suo primo esame di politica estera. La diplomazia non è facile come sembra».

Da settimane i sondaggi e gli analisti dicono che Clinton ha ottenuto un vantaggio stabile su Trump, anche grazie ai continui inciampi della sua campagna: al momento il modello statistico del sito FiveThirtyEight – basato sull’aggregazione di centinaia di sondaggiassegna a Clinton il 73,8 per cento di possibilità di vincere le elezioni. Un modello simile del New York Times dà a Clinton l’87 per cento di possibilità.

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